Georgiche

Le “georgiche” sono un’opera che riguarda la vita di campagna. E' divisa in quattro libri che superano i duemila versi. Virgilio, con le Georgiche, si vuole rivolgere ai piccoli proprietari terrieri che non erano contadini di professione ma veterani in possesso di terre, contadini simbolo della nuova età augustea, età di pace in cui anche i soldati possono fare i contadini, un’età di serenità civile.
La struttura dell’opera procede per coppie di libri: i primi due libri riguardano la natura la natura inanimata (riferimento alla vite, all’ulivo e ad alberi da frutta). Anche Catone aveva preso in considerazione questo argomento, quello della coltivazione delle piante, della vegetazione.
Il terzo e quarto libro riguardano, invece, gli animali: il terzo parla dell’allevamento bovino, delle capre, dei cavalli e delle pecore (non ci sono i maiali); il quarto parte dall’argomentazione di animali di grossa taglia a quelli molto piccoli, come le api.

Abbiamo un’alternanza del tono: in alcuni libri esso è sereno ed ottimistico per poi passare ad altri dove il tono diventa più pessimistico.
In ogni libro troviamo delle digressioni: nel primo libro, che parla del lavoro della terra, si trova una digressione sulla dura legge di Giove ed la descrizione dei prodigi che avvengono in concomitanza con la morte di Cesare; nella parte conclusiva Virgilio deplora lo stato di abbandono delle campagne devastate dalle guerre civili ed esprime l’augurio che Ottaviano possa riportare la pace. Nel secondo libro si trovano le lodi dell’Italia e della primavera. Nel terzo libro c'è, invece, una digressione sull’amore, descritto come qualcosa di animalesco e non positivo; il libro si conclude con una descrizione della peste del Norico in cui sono presenti echi lucreziani. Nel quarto libro si trovano invece due lunghi miti incastonati, quello di Orfeo e quello di Aristeo.
Virgilio sceglie di parlare di quattro realtà fondamentali, le più significative. Sceglie anche un metodo per descriverle: utilizza una “curva discendente”, partendo dal lavoro dei campi dettato dalla dura legge di Giove ad una visione meno pesante dove la natura offre spontaneamente ciò di cui l’uomo necessita: soddisfazione del contadino. Passiamo, per esempio, anche da grande al piccolo, dalla legge di Giove alle api.
L’opera contiene alla fine una firma autografa chiamata Sfraghis o Suggello: quest’ultima asserisce che l’opera è stata frutto di un “ignobilis otii”, di una tranquillità, di una oscura quiete. L’opera ha come soggetto la coltura e l’allevamento. Abbiamo l’affermazione di un argomento più impegnativo – secondo Virgilio – rispetto a quello delle bucoliche: abbiamo un salto di qualità perché l’opera delle Georgiche non è frutto di un operato giovanile, come per bucoliche. Le Georgiche hanno avuto una lunga elaborazione: Virgilio impiegò ben dieci anni per finire il lavoro e, difatti, possiamo notare come tra i vari libri ci siano diverse sfasature. Per esempio, passiamo da un primo libro dove l’Italia è affranta dalle guerre civili ad altri dove ci vengono trasmesse immagini di pace e serenità. Virgilio ci fa notare appositamente, probabilmente, queste differenze perché vuole mostrare la differenza che sussiste tra il nuovo ordine instaurato e il precedente caos, rivolgendo, di conseguenza, lodi ad Ottaviano, fautore di questo ordine e di questa nuova pace.
In Grecia, Esiodo aveva scritto un’opera didascalica intitolata “opere e giorni” che trattava precetti riguardanti l’agricoltura. Oltre ad Esiodo, anche Empedocle scrisse un’opera intitolata “De Natura”, mentre a Roma Lucrezio che scrisse il “De Rerum Natura”, al quale Virgilio si ispirò fortemente.

Il primo libro

Il tema dominante è quello della fatica del lavoro; è presentata la lotta tra il contadino e la terra per strappare tutto ciò di cui si ha bisogno. Abbiamo una digressione: prima che le cose funzionassero in questo modo, e cioè quando ci trovavamo nell’età di Saturno, quando la terra produceva tutto ciò di cui l’uomo aveva bisogno, non c’era alcun bisogno di combattere con la terra per ottenere i suoi frutti. Però, Giove di sua volontà decise di rendere le cose meno facili all’uomo, per due motivi: innanzitutto, perché a causa di questo ozio le menti non si intorpidissero e, poi, perché le quotidiane difficoltà della terra rendessero più acuto l’ingegno dell’uomo. L’uomo vince la natura con un “labor improbus”, con una fatica immane. Possiamo instaurare un parallelo con Platone che, nelle opere politiche, dubita che l’età dell’oro fosse un’era felice in quanto l’uomo in stato domestico si limitava a vegetare: l’uomo era quindi degradato sempre più, finché non gli vennero donati il fuoco, le arti e i semi con i quali l’uomo poteva ottenere le cose grazie al proprio lavoro.

Il secondo libro

Viene presentata la concezione agreste della natura; Virgilio riprende il tema del primo libro ma mostrato nella visione contraria: la vita agreste è la sola che possa rendere gli uomini felici; si sottolinea l’effetto del lavoro compiuto dall’uomo: la terra, a chi la lavora, offre generosamente i propri frutti. Vivendo in campagna, l’uomo può mantenersi equilibrato, diversamente dall’uomo di città.
Abbiamo una digressione dove si dice che questa visione non è utopistica in quanto questa era una condizione presente nella vita degli antichi italici. Viene messa in luce la solita contrapposizione, tòpos di quest’epoca, tra vita di campagna e vita di città, tra idillio e mancanza di serenità.

Nell’ultima parte del libro vengono messi a confronto l’uomo che dedica la propria vita alla cultura e l’uomo agricoltore: da parte di Virgilio abbiamo una ammirazione per tutti coloro che siano riusciti a scovare i segreti della natura (riferimento a Lucrezio che aveva svelato i segreti della natura) ed abbiamo anche l’affermazione che anche chi non è in possesso di abilità manuali per praticare queste attività speculative, può trovare comunque la felicità nella vita del contadino.
Infine viene presentata una visione della guerra come un evento limitato solamente alla città e che, quindi, non tocca assolutamente la vita di campagna, luogo di pace. Virgilio, alla fine, afferma che anche chi non ha doti da scienziato o da filosofo può trovare una vita felice nella vita dei campi.

Il terzo libro

In questo libro il tema principale è quello dell’allevamento degli animali. Abbiamo due principali digressioni: una sull’amore e l’altra sulla pestilenza del bestiame. Nella prima digressione si parla di “amor omnibus idem”, di un amore uguale per tutti: si afferma che tutti amano, animali e uomini. Questa era una delle tematiche già trattate da, per esempio, Epicuro: l’amore è una passione pericolosa perché sconvolge l’atarassia. Abbiamo anche in Lucrezio, nel suo “De rerum natura” questa visione negativa dell’amore. Qui si esalta il contadino e l’allevamento a non cadere nel deperimento a causa dell’amore. Nella seconda digressione, quella sulla peste, che può essere considerata di ispirazione prettamente Lucreziana, avendo anche Lucrezio parlato della peste ad Atene, abbiamo da parte di Virgilio un accostamento piuttosto pessimistico ma anche di stupore, uno stupore che nasce nel constatare che la peste colpisce innanzitutto arriva anche in campagna e che colpisce anche esseri innocenti. Lucrezio, invece, vedeva nella peste la prova schiacciante del fatto che gli dèi si disinteressassero completamente degli uomini, e quindi la peste rappresentava proprio l’indifferenza della natura e degli dèi. Notiamo un forte imbarazzo in Virgilio che vorrebbe scoprire nel cosmo un ordine provvidenziale che, a malincuore, deve constatare essere inesistente.

Il quarto libro

Questo ultimo libro è dedicato alle api ed è ispirato dal panteismo. Anche le api – dice Virgilio – partecipano alla mente divina in quanto la divinità si muove in tutto. In virtù del panteismo, quindi, Virgilio sente vicino a sé tutti gli essere viventi. Il tema delle api non è nuovo in quanto anche nella prima ecloga delle bucoliche aveva parlato di “Api Iblee”. Anche nell’Eneide troviamo una similitudine tra l’attività umana e quella delle api. Virgilio parla di questi animaletti come parlasse di un vero e proprio popolo: parla di “duces”, parla di una popolazione ordinata ed afferma che le ammira tanto innanzitutto in quanto parlare di esse gli permetteva di trattare un argomenti “levis”, lieve, e poi perché il mondo delle api poteva essere un esempio per l’uomo: una città stato, con una regina e con tutti i sudditi che fanno ordinatamente il proprio dovere, tutti che lavorano per il bene comune. Abbiamo quindi proprio una proiezione di come dovrebbe essere una popolazione secondo Virgilio: le azioni del singolo uomo si annullano.
Quella delle api è quindi una popolazione, una specie eterna in quanto, anche se ne perisse un membro, ci sarebbero altri a sostituirlo.
Nel IV libro abbiamo un finale dominato dal mito di Aristeo ed Orfeo; tuttavia, un grammatico, Servio, affermò che, secondo lui, in verità, il vero finale del quarto libro fosse stato dominato da alcune lodi verso Gallo. D’altra parte, quando Gallo cadde in disgrazia, Servio smentì il tutto. Infine possiamo affermare che, comunque, non avrebbe avuto molto senso ad ogni modo inserire lodi a Gallo in un libro che trattava principalmente di apicoltura.
Virgilio incastra tra loro due vicende mitologiche, attraverso un espediente retorico chiamato Ekfrasis: quella di Aristeo, che perde le api per una pestilenza, e quella di Orfeo, che aveva perso l’amata Euridice. Aristeo è infatti informato dal dio Proteo di essere la causa involontaria della morte della donna, avvelenata dal morso di un serpente proprio mentre lui la inseguiva. Il lamento di Orfeo, inventore della poesia, aveva impietosito gli dèi che avevano fatto tornare in vita Euridice, ma la curiosità dello stesso Orfeo ne determina nuovamente la morte. Si era infatti voltato a guardarla prima del momento prestabilito. Aristeo, saputo ciò, offre piamente vittime riparatrici alle Ninfe, compagne di Euridice, come richiestogli da Proteo: dalle viscere dei buoi sacrificati rinascono miracolosamente le api. Questo mito è scritto in forma di àition, ovvero attraverso una antica tecnica alessandrina che ha permesso a Virgilio di utilizzare questo mito per spiegare da dove nasce la Bugonia, ovvero la capacità delle api di generarsi dai buoi morti.
Sia Orfeo che Aristeo combattono contro la morte: Orfeo contro la morte di Euridice, Aristeo contro quella delle api; tuttavia, Orfeo, al contrario di Aristeo che, facendo un sacrificio, ottiene ciò che voleva, non rispetta il patto stretto con gli dèi e fallisce. Orfeo è simbolo della poesia in quanto col suo canto ammansiva gli animali, una poesia che però è impotente davanti alla morte. Aristeo, invece, inventore della caccia, è simbolo del lavoro dell’uomo, è simbolo dell’uomo che lotta contro la natura e vince perché rispetta i precetti della divinità.

Commento

In generale possiamo descrivere un contrasto tra vita e morte all’interno dell’opera: infatti abbiamo digressioni sulla morte, sulle guerre civili, sulla peste. Importante è il rapporto tra uomo e natura che ci viene mostrato: la peste, infatti, è frutto della natura mentre le guerre sono puramente frutto dell’uomo.
Le Georgiche rappresentano un invito al recupero della felicità che si ottiene col frutto del proprio lavoro e non rifugiandosi nell’otium. Notiamo un bifrontismo virgiliano: da una parte, infatti, Virgilio è cantore delle guerre di conquista, dall’altra è invece esaltatore dell’attività agricola; da una parte rimpiange la Roma agreste dei campi, ma dall’altra è preso dalla grandezza della Roma conquistatrice.
Come affermò Marchesi, latinista del 1900, l’atteggiamento di Virgilio è immanente in quanto, al contrario di Lucrezio che parte dalla terra per arrivare al cielo, egli rimane in terra mostrandoci le tre dimensioni che caratterizzarono la sua vita: le Bucoliche, infatti, sono il poema della malinconia, le Georgiche il poema del lavoro e l’Eneide il poema della gloria.

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