Con l’avvento del principato si assistette al declino dell’eloquenza che divenne argomento di discussione sia di retori che di letterati. Comunque seppur l’accentramento del potere nelle mani dell’imperatore avesse ridotto lo spazio concesso all’oratoria militante (dal momento che veniva meno l’implicazione politica), l’arte della parola continuò ad essere coltivata, tuttavia, svuotata di ogni funzione, era utilizzata soltanto nelle scuole di retorica, che mantennero il loro ruolo centrale nell’educazione dell’elite sociale e culturale.
Nelle scuole di retorica venivano così pronunciate come esercizi scolastici alcune orazioni fittizie (le cosiddette declamazioni) che col tempo si trasformarono in vere e proprie attività fini a sé stesse, pronunciate in pubblico, per mettere in mostra le grandi capacità oratorie dell’esecutore e quindi la bravura di colui che aveva contribuito alla formazione dello stesso.

A fianco alle declamazioni, un altro intrattenimento culturale e mondano prese piede: quello delle recitationes (ovvero delle letture pubbliche di opere letterarie, presso ville di privati o in appositi auditoria), introdotto a Roma da Asinio Pollione.

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