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Elegia


La parola elegia ha un'origine incerta; Per diversi studiosi questa deriva dal nome di uno strumento greco, l'aulòs, ossia l'odierno flauto dolce.
Fu un genere letterario che pose le sue radici nella società della Grecia arcaica. I temi di cui parlava erano i più differenti: vi era l'elegia guerresca, in cui non si esaltavano i sentimenti dell'eroe o altri suoi punti salienti, ma semplicemente se ne esaltava la forza fisica e la forza dimostrata in battaglia. I maggiori esponenti dell'elegia guerresca furono Tirteo e Callino; Vi era l'elegia politica, che fungeva come mezzo di educazione per la massa e come mezzo per farla divenire più saggia. Uno dei molti esponenti dell'elegia politica fu Solone; Vi era l'elegia gnomica di Teognide, che aveva come fine quello di trasmettere un messaggio morale; Vi era infine l'elegia soggettiva di Mimnermo, che era soggettiva e, per certi versi, amorosa e faceva spesso riferimento alla giovinezza.
Durante il periodo Ellenistico, l'elegia era narrativa e aveva come tema principe l'amore. Vi furono esponenti dell'elegia della Grecia ellenistica come Callimaco che non parlarono di amore: Callimaco scrisse "Le origini", ossia un'elegia eziologica in cui raccontava le origini delle festività dei suoi tempi.
A Roma l'elegia entrò grazie ai poeti neoterici, dei quali faceva parte anche Catullo, che a tal favore scrisse i Carmina Docta. Durante il l'Età Augustea, l'elegia era rappresentata da quattro poeti principali: vi era Cornelio Gallo, del quale non ci è arrivata alcuna opera in quanto era caduto in disgrazia ad Augusto; Poi vi era Tibullo che faceva parte del circolo di Messalla Corvino; C'era Properzio che faceva parte del circolo di Mecenate; Infine c'era Ovidio, il poeta più interessante, ma anche colui che ebbe più problemi con Augusto.
Il tema principale che veniva trattato nell'elegia Romana era l'amore. Un amore considerato totalizzante dal poeta, il quale era coinvolto sia con l'anima che con il corpo. Un amore passionale, ma nello stesso tempo così profondo e forte da essere considerato quasi al pari di un vincolo matrimoniale: Augusto, che durante il periodo del suo governo aveva tentato di restaurare i valori del Mos Maiorum e del matrimonio, non fermò l'operato dei poeti elegiaci proprio per questa motivazione. Comunque l'amore di cui parlavano nell'elegia era un amore così forte da portare il poeta a compiere un vero e proprio servitium amoris (servizio d'amore), in cui si prostrava ai piedi della propria donna, chiamata rigorosamente domina (padrona), che poteva essere di qualsivoglia classe sociale. Diversi i topoi ricorrenti: vi era il topos della donna capricciosa, superba e austera che calpestava i sentimenti del poeta, il topos del paraklausíthyron (motivo del lamento davanti a una porta chiusa) e il topos della fides venuta meno e del foedus spezzato da parte della donna che, sprezzante, continua a frequentarsi con altri uomini, ma non con il poeta. L'ultima caratteristica dell'elegia latina era un processo che definiamo con il termine provenzale senhal cioè un nome fittizio che veniva attribuito alla donna. Spesso il senhal era motivo di omaggio alla donna: questo soprannome era spesso collegato alle divinità (Nemesi dea della giustizia; Delia, Corinna e Cinzia collegate al dio Apollo).
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