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Andronico - L’epica e il Vertere


Livio Andronico è il primo scrittore di cui si ha traccia; non si hanno molte testimonianze della sua prima opera del 240 a.C. ma di Odysia si hanno circa 50 frammenti.
Odysia è la traduzione dell’ “Odissea” e risolve il contrasto nato dal pensiero, diffuso all’epoca, che una civiltà senza un poema epico alle spalle non fosse importante: grazie a questo testo Roma ha potuto avere un poema epico che dimostrasse la grandezza delle sue origini, che il suo popolo potrà trasmettere ai posteri.
Il poema epico è caratterizzato da uno stile aulico, solenne e complesso, dalla presenza di uomini di rango elevato, dalla trattazione di grandi imprese come guerre con figure storiche e mitologiche e dall’obiettivo di esprimere i miti fondativi di una città.
Viene scelta l’Odissea perché rientra nel genere dei “nostoi”, ossia dei libri dei viaggi di ritorno, e quindi il viaggio di ritorno di Ulisse viene considerato sovrapponibile a quello di Enea che, dopo la caduta di Troia, riparte con il padre Anchise sulle spalle e compie un viaggio travagliato per approdare sul mar Tirreno, nei cui pressi il figlio Iulo fonda Albalonga.
La traduzione, in epoca Romana, poteva corrispondere all’ EXPRIMERE, ossia al trasportare lo stesso contenuto da una lingua all’altra, la traduzione letterale, o al VERTERE, che deriva dalla forma arcaica “vortere” che significa “rivoltare”(una zolla di terra) e corrisponde alla reinterpretazione. Livio Andronico utilizzò il vertere reinterpretando il testo di partenza in base alla sua civiltà, a cui era indirizzato: tradì l’originale e creò un nuovo testo in cui gli elementi della grecità vennero sostituiti da quelli della romanità. Questa operazione assolve alla funzione celebrativa, la più importante del poema epico che celebra le imprese e giustifica le conquiste.
Riprese fedelmente la trama e gli aspetti principali quali l’organicità della composizione e l’avventuroso e romanzesco del viaggio, ma i personaggi, come gli dei, vengono sostituiti, e i termini filosofici che non hanno riscontro nella lingua romana vengono definiti in altro modo in latino; i versi, inoltre, dovevano essere trasformati in saturni.
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