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Il teatro greco e l'origine della tragedia

La parola teatro deriva dal verbo "teaomai", che significa "vedere". Abbiamo idea di quello che fu il teatro ad Atene, non nel resto della Grecia. Il quinto secolo è il secolo d’oro della Grecia e dell’età classica, ma è Atene che assurge a ruolo preminente. Furono soprattutto ateniesi gli artisti di questo periodo: Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane.

Il teatro ad Atene ha una valenza sacra, perché gli spettacoli teatrali venivano fatti in occasione delle feste religiose e in modo particolare in onore delle feste di Dioniso, le Dionisie, distinte in Piccole e Grandi Dionisie: le grandi Dionisie si svolgevano in primavera, le Piccole Dionisie in autunno; le prime avevano un culto molto più vasto, poiché era più facile, grazie alle buone condizioni del mare permesse dal periodo dell’anno, che i cittadini provenienti da altri luoghi si recassero ad Atene ad assistere agli spettacoli; le seconde, invece, erano riservate solo ai cittadini atenesi. Nelle grandi Dionisie erano preferite le tragedie, mentre nelle piccole Dionisie, dove il pubblico era più ristretto, abbiamo più che altro le commedie, che sono legate, ancor più delle tragedie, alla polis.

Nelle tragedie e nelle commedie, Dioniso non c’è mai. Le rappresentazioni sono piene delle figure degli altri dèi, ma Dioniso non viene mai rappresentato. Dioniso è il dio dell’estasi, dell’ebrezza; durante le feste veniva seguito dalle donne, che si davano a danze sfrenate durante le feste, per raggiungere così la vicinanza al Dio. Si andava quindi in montagna, sugli alberi, a contatto con la natura. Nei momenti di pieno travisamento, cioè allontanamento da sé, si dice che queste donne uccidessero cuccioli di animali, allattassero gli animali stessi. Quando il seguace di Dioniso raggiunge l’estasi attraverso il vino o la danza sfrenata, vi è uno sdoppiamento di sé. Questo è il collegamento del teatro con Dioniso: quando lo spettatore andava a teatro, vedeva sulla scena una realtà altra, diversa da quella che lui viveva.

L’unica tragedia in cui si parla di Dioniso è “Baccanti” di Euripide, in cui si rappresenta un Dioniso violento e pericoloso. Dioniso era figlio di Semele e Zeus. Quando Dioniso seppe che la storia d’amore tra Zeus e Semele era terminata, fece uccidere Semele, incendiandola. Zeus quindi prese con sé Dioniso e gli fece vivere il resto della sua vita fetale nella sua coscia.

Lo spettacolo era un agone, ossia una gara. Erano previsti tre giorni in cui venivano fatte le rappresentazioni, ciascun giorno dedicato ad un singolo autore, che portava sulla scena tre tragedie e un dramma satiresco (la parola dramma deriva dal verbo "drao", cioè "fare"). C’era una giuria, formata da cittadini sorteggiati a caso, che doveva giudicare le rappresentazioni.

I cittadini ricchi di Atene sovvenzionavano lo spettacolo, o dovevano fare in modo che gli artisti avessero a disposizione tutto quello che serviva loro per la rappresentazione. Prima di andare in scena, c’era una sorta di censura. Bisognava poi consegnare all’arconte il "coro" della tragedia, cioè la parte più legata alla polis, la parte politica; l’arconte, in base a quello che leggeva, doveva stabilire se la rappresentazione potesse o meno essere rappresentata. L’argomento trattato doveva essere qualcosa di utile alla città, è come se la tragedia fosse qualcosa richiesta dalla polis e poi vantata dalla polis stessa.

Il teatro aveva un valore paideutico, si andava a teatro per essere educati ai valori condivisi: i comportamenti più corretti da tenere nei confronti della divinità, del potere, i limiti del potere, il ruolo dell’uomo e della donna, il rapporto genitori-figli.

La cassa del "teoricon" non venne mai toccata, nemmeno durante la guerra del Peloponneso.
Il teatro greco ha anche un valore associativo. In uno spazio relativamente breve, il pubblico doveva assistere a tre tragedie e un dramma satiresco. Era una rappresentazione molto partecipata.

Gli attori sono sempre uomini, che rappresentano anche ruoli femminili, perché non era ritenuto consono, per una donna, stare sulla scena. Gli attori principali sono massimo tre, poi c’è il coro, che veniva affidato a cittadini qualunque, che in un breve spazio di tempo dovevano imparare a danzare e a cantare. È giusto che siano i cittadini a formare il coro perché il coro rappresenta la polis.

Sappiamo da alcune annotazioni che gli attori portavano la maschera. Gli attori sono massimo tre, ma i ruoli sono più di tre, quindi la maschera serviva a far sì che un solo attore ricoprisse più ruoli. Dall’abbigliamento e dalla maschera si riconosceva il personaggio.

La sacralità del teatro è sottolineata dal fatto che nella struttura fisica del teatro, sulla scena, è sempre presente un altare, questo proprio a sottolineare il concetto della sacralità del teatro.

Tespi è stato il primo che ha portato su un carro una rustica e rudimentale rappresentazione teatrale, una forma iniziale del teatro.

Quando si parla di tragedia, sulla scena viene portato un mito: gli dèi e i personaggi. Aristotele parla anche di catarsi, ossia di purificazione. Secondo Aristotele, lo spettatore che va a teatro, guardando la rappresentazione, vede messe in atto le passioni di cui lui stesso può essere vittima; è come se guardandole sulla scena, potesse liberarsene, vedendo anche gli effetti negativi che queste azioni hanno sui personaggi.

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