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La scuola dorico-peloponnesiaca


Leonida


Leonida è l’esponente principale della scuola dorico-peloponnesiaca. Nacque a Taranto nel 320 a.C. vagò per molte città greche, svolse la sua attività poetica tra il 300 e il 270 a.C. e morì nel 260 a.C.

Mondo concettuale


Numerosi sono i temi dei suoi componimenti, prevalente risulta l’attenzione agli umili e al quotidiano. La presenza di questi argomenti ha fatto credere che Leonida fosse un poeta “democratico” ma bisogna ricordare che lui presenta i suoi argomenti come oggetti di sperimentazione poetica. Unico punto fermo è l’invito alla λιτότης : alla semplicità della vita (filosofia cinica). Attraverso immagini macabre riflette sulla fugacità della vita, ed è capace di grande pathos nella rappresentazione della vita.
Leonida inserisce l’Antiarcadia nella campagna, ereditandola da Anite o Moiro: trasferisce in quell’Arcadia formale e decorativa motivi profondi della sua anima. Quel paesaggio si muta nelle sue mani perché lo permea della sua sensibilità, del suo pathos. Nel contempo non mancano i toni ironici, probabilmente è stato anche l’inventore di epigrammi di argomento licenzioso.

Lingua e stile


Gli epigrammi oscillano fra i 10 e i 12 versi: sembrano brevi elegie. La lingua è dotta, con molti neologismi, termini rari e hapax.

TESTI: AP VI 302: epigramma in distici elegiaci. Leonida invita i topi ad abbandonare la sua baracca e cercare cibo in una casa più ricc
AP VII 472: epigramma in distici elegiaci. Leonida riflette sulla brevità della vita: è un punto tra il tempo prima della nascita e quello dopo la morte. Bisogna avere una vita modesta.
AP VII 455:è un epigramma sepolcrale fittizio in trimetri giambici. La donna piange per la coppa sulla sua tomba che rimane vuota: il suo personaggio è quello tipico dell’ubriacona nelle commedie; la propensione per il vino è un topos: un difetto che la misoginia greca attribuiva alle donne. Il vero protagonista è il vino, lo si capisce dal campo semantico da cui derivano i termini. L’accostamento del vino e dell’epitafio procede un effetto comico.
AP VII 480 epigramma sepolcrale. Il morto si lamenta che le sue ossa sono uscite dalla tomba
AP VII 506 epigramma sepolcrale. Un marinaio divorato da uno squalo è seppellito metà in mare e metà sulla terra. Il macabro serve per ricordare la fragilità dell’uomo
AP VII 295: epigramma in distici elegiaci per Teride un vecchio pescatore morto nella sua capanna. Il testo è diviso in due parti: la prima (1-6vv.) celebra la sua bravura come pescatore, la seconda (7-10vv.) ricorda le cause della morte e gli onori funebri. La prima parte ha un ritmo incalzante grazie all’asindeto e all’uso di termini dotti. Tale ricercatezza inserisce il pescatore tra i ritratti illustri. La seconda parte ha un ritmo lento.

Anite


Nacque e visse in Arcadia tra la fine del IV e la prima metà del III sec. a.C.
Era anche una poetessa lirica, ma ci sono pervenuti solo epigrammi tramandati dall’Antologia Palatina. Gli epigrammi affrontano vari temi. Importante è il tema della natura, degli animali. Sette sono gli epigrammi sepolcrali.
Dalla mescolanza dell’epitafio con l’epigramma naturalistico nasce l’epicedio per la morte degli animali: la creazione più originale di Anite che avrà seguito nella poesia latina.
Anite scrisse in dialetto dorico, anche se risentì dell’influsso dell’epica. Lo stile è essenziale ed elegante.
Testi: AP VI 312 epigramma in distici elegiaci. Dei bambini montano un capro, viene contrapposta la placidità dell’animale all’irruenza festosa dei bambini.
AP VII 190: epigramma in distici elegiaci. La bambina Mirò cerca conforta al suo dolore seppellendo i suoi compagni di giochi: un grillo e una cicala. Ade non si ferma neanche davanti alle lacrime di una bambina. I due animaletti sono paragonati dai poeti alla loro poesia: breve, raffinata ed elegante.


NOSSIDE

Nacque sul versante ionico della Calabria dove visse tra la fine del IV sec. e la prima metà del III sec. a.C. Discendeva da una famiglia nobile: apparteneva all’aristocrazia terriera delle “cento case”.
Si dedicò principalmente all’epigramma amoroso, ma i dodici componimenti conservati sono votivi, funerari, epidittici e solo uno erotico.
La lingua è caratterizzata dalla presenza di molti sofismi e da una grande ricercatezza verbale: compaiono termini poetici e qualche hapax.
Lo stile fu apprezzato per la limpidezza espressiva, si differenzia però nettamente dallo stile di Saffo per l’adozione di termini più espliciti e popolareschi.

Testi: AP V 170: epigramma in distici elegiaci. v.1 in esametro olodattilico. In 4 versi il testo sviluppa il manifesto esistenziale e poetico di Nosside: niente è più dolce dell’amore, persino il miele sembra amaro al confronto. Il modello è Saffo: per l’accostamento del nome della poetessa e quello di Afrodite, per le rose che evocano quelle della Pieria. Ma le due poetesse sono anche distanti: Saffo canta le pene d’amore, mentre Nosside le gioie. Il realismo del linguaggio la accomuna a Leonida

AP VII 718: autoepitafio in distici elegiaci. La poetessa si rivolge ad un viandante invitandolo a ricordarla nella patria di Saffo. Il testo inizia con l’allocuzione tipica degli epigrammi funerari in cui il morto si rivolge ad un viandante e da alcune sue informazioni. È una poetessa, di Locri, si chiama Nosside. L’attività poetica è messa in risalto perché detta per prima. La posizione analoga in cui pone Mitilene (città di Saffo) e Locri istituisce un vincolo tra Saffo e Nosside.

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