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Polibio - Storie

Storie


Le Storie sono l’opera maggiore di Polibio, costituite da 40 libri di cui pochi se ne conservano, il periodo preso in analisi dall’autore va dal 246 a.C. al 146 a.C., concentrandosi sugli eventi della sconfitta di Pidna 168 a.C e sulla presa di Cartagine 146 a.C.
La struttura ha impianto annalistico, correlato da indicazioni temporali precise, quali il susseguirsi delle Olimpiadi, quello dei consoli romani, le magistrature delle varie leghe greche. Ciò fa dell’opera un’opera fruibile da un vasto pubblico. Polibio tra un evento e l’altro inserisce alcune digressioni per lo più di carattere politico.

Ascesa di Roma


Le Storie hanno una prospettiva chiaramente romanocentrica. L’intento di Polibio non è però certo quello di celebrare Roma, ma di trattare della storia universale: Roma e la sua conquista sono quindi una sorta di collante che gli consentono di raccontare le vicende di tutti i popoli coinvolti nella guerra.
Protagonisti delle Storie sono infatti gli accadimenti e gli eventi del secolo: questo fa delle Storie un’opera pragmatica, che hanno come finalità l’utilità (storia magistra vitae).

Polibio e Tucidide


Polibio assume come modello Tucidide, ciò si riscontra in:
- La scelta di un unico grande tema da trattare (la conquista romana).
Polibio ne prende però anche le distanze:
- Impostando un impianto di tipo moralistico (la storia si muove anche per ragioni etiche);
- Il ruolo fondamentale che Polibio attribuisce al caso.

Teoria dell’Anakiklos


Nel VI libro Polibio interrompe la descrizione del succedersi degli eventi storici e introduce una digressione trattante le varie forme di organizzazione statale, quindi la storia delle costituzioni. Ed è in questa digressione che tratta della sua teoria dell’eterno ritorno del tempo: l’anakiklosis. Questa provoca il continuo susseguirsi delle varie forme statali.

Lingua e stile


Dionigi di Alicarnasso, storico greco, sosteneva che le Storie fossero un poema troppo lungo e scritto con un linguaggio involuto, caratteristiche che rendevano l’opera noiosa. Lo stile è infatti concettoso e il linguaggio adottato, essendo Polibio un politico, come testimoniato dai documenti della burocrazia del tempo, è un linguaggio a tratti burocratico. La prosa non è particolarmente curata e i termini utilizzati non sono altisonanti.

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