Menandro

Pare che lo zio fosse già un poeta della commedia di mezzo, egli instaurò un rapporto stretto con il filosofo peripatetico Teofrasto che era un allievo di Aristotele che diventa anche direttore del Liceo, probabilmente il miglior allievo. Teofrasto scrisse i “Tropoi”, ovvero "i caratteri" e non a caso Menandro inizierà ad interessarsi alla psicologia dei caratteri dei suoi personaggi, cosa che in Aristofane non si trova.

Le trame di Menandro verranno messe in prosa sotto forma di romanzo, romanzi che poi daranno spunto all’opera di Petronio. Anche la narrativa, di fatto, attinge a questa grande attenzione alla psicologia che Menandro aveva così fortemente introdotto.

Sappiamo che aveva frequentato il “Peripato” e aveva conosciuto anche Demetrio Falerio che tra il 317-307 d.C. instaurò una oligarchia ad Atene “illuminata”, infatti era molto colto, poi se ne andrà da Atene e aiuterà Tolomeo a costruire la sua biblioteca ad Alessandria. Tolomeo ha costruito il museo e la biblioteca sul modello della scuola peripatetica. Per dieci anni fu l’uomo più potente di Atene e forse Menandro grazie a questo rapporto con lui riuscì a fare carriera.

La prima commedia viene messa in scena nel 322, il titolo era "Orghè" che significa “ira” (uno dei personaggi di Teofrasto era appunto l’iracondo). Morì annegato durante una nuotata in mare nel 291 d.C.

Menandro, in sintesi, assieme a Omero e Callimaco può essere considerato il più influente poeta della grecità; infatti le sue commedie influenzeranno direttamente quelle latine e di rimando la commedia moderna.

“Il Bisbetico”

Una delle commedie più antiche di Menandro.

• Personaggi: Cnemone, Sostrato, Gorgia, figlia (di Cnemone)

• Trama: Cnemone è asociale e, dopo aver scacciato la moglie, vive solo con la figlia e la serva. Sostrato si innamora della figlia, ma Cnemone rifiuta le nozze; il fato vuole però che Cnemone precipiti in un pozzo cercando di raccogliere un’anfora e che venga salvato da Gorgia, figlio della moglie di Cnemone, e Sostrato. Per gratitudine Gorgia viene adottato da Cnemone che gli affida il compito di scegliere il marito della figlia, egli sceglie Sostrato. La vicenda si conclude con le nozze di Sostrato e Gorgia che sposa la sorella di Sostrato.

Cnemone rappresenta l’ideale di uomo appartato che odia la presenza della gente perché la reputa malvagia; sarebbe perciò la figura cattiva della commedia. In Menandro però non esistono personaggi assoluti che non cambiano e infatti egli alla fine, dopo essere stato salvato, capisce il suo “vizio” e cambia, seppur non radicalmente ma quel tanto da affermare di aver capito che alla fine al mondo non esistono solo persone malevoli, ma anche genti buone che sanno aiutare anche chi fino a quel momento si era comportato con disprezzo nei loro riguardi.

Ciò che caratterizza l’evoluzione di Cnemone è la “ragione”, grande protagonista della commedia: infatti, come dice Sostrato, finche l’uomo ragiona egli può modificare sé e i suoi vizi, c’è quindi un forte messaggio ottimistico sulla natura umana.

Un altro tema importante della tragedia è quello della storia d’amore seppur secondario: è importante infatti la storia d’amore tra Sostrato e la figlia del vecchio; si tratta di un amore idealizzato: infatti egli, pur essendo un ragazzo di buona famiglia, si innamora e vuole sposare questa ragazza di condizioni più umili andando anche contro le imposizioni del padre. Si nota perciò un secondo tema importante che si basa su questa storia di amore, ovvero quello dell’ottimismo verso i giovani contro i vecchi paradigmi degli anziani che sono rappresentati dalla solitaria figura di Cnemone.

Per quanto riguarda lo stile esso appare ancora non del tutto sviluppato, soprattutto per quanto riguarda l’intreccio abbasta schematico e semplicistico, come il colpo di scena della caduta nel pozzo.

“La ragazza tosata”

La commedia è stata tramandata per papiri.

• Personaggi: Moschione, Glicera, Polemone, Mirrina, Pateco

• Trama: Moschione e Glicera sono fratello e sorella e vengono abbandonati quando erano in fasce; perciò non sanno di esserlo. Moschione è adottato da Mirrina mentre Glicera da Polemone di cui diventa concubina. I fratelli si innamorano e si baciano. Polemone la scopre e rasa i capelli a Glicera che si rifugia da Mirrina. Dopo una serie di vicissitudini, arriva Pateco che scopre di essere il padre dei due fratelli che si riappacificano anche con Polemone il quale alla fine convola a nozze con Glicera e Pateco invece trova una sposa a Moschione.

La commedia rappresenta una fase più evoluta della commedia di Menandro, soprattutto per quanto riguarda l’intreccio che sembra essere molto più complesso, soprattutto a partire dal doppio equivoco iniziale in cui Polemone accusa Glicera di infedeltà e allo stesso modo Moschione si innamora della sorella. La situazione infine si conclude in maniera positiva con il ripristino dell’equilibrio familiare che è un carattere fondamentale nella commedia di Menandro. Vi è soprattutto anche una evoluzione nel pensiero di Polemarco che passa dall’essere un soldato impulsivo e irascibile, il modello del “miles gloriosus” di Plauto, a una figura capace di ripensare ai propri errori fino a riappacificarsi con la ragazza amata, in un processo di maggior consapevolezza anche sul suo amore.

“L’arbitrato”

La scena inizia con una situazione poco accettabile secondo le regole morali:

• Personaggi: Carisio, Panfile, Sirisco, Davo, Onesimo, Abrotono

• Trama: Panfile, violentata, ha un figlio con un altro uomo e Carisio, il marito, la lascia. Il figlio esposto dalla madre viene trovato da Davo e Sirisco che stanno risolvendo una disputa: Davo ha lasciato il bimbo a Siricio che però vuole anche gli oggetti personali lasciati con il bimbo (tra i quali c’erano quegli oggetti utili al riconoscimento), alla fine la disputa la vince Sirisco. Egli mostra gli oggetti al cuoco, di nome Onesimo, e tra questi riconosce un anello che il suo vecchio padrone, Carisio, aveva perso una sera da ubriaco. Alla fine c’è anche una testimone di nome Abrotono che dice di essere stata violentata da Carisio quella sera per poter riceverne la dote, ovviamente fingendo. Alla fine ella rivela l’inganno dicendo che era stata violentata la stessa moglie Panfile e quindi la storia ha lieto fine in quanto si ritrova Carisio a riflettere sull’amore per la moglie.

In questa commedia il ruolo fondamentale è svolto dall’”amore”, visto sempre da un’ottica idealizzata: esso è ciò che muove le fila dell’intreccio, infatti è solo grazie a questo sentimento che vi è una evoluzione dei personaggi in senso positivo, proprio questa evoluzione ci permette di dire che nella tragedia la fatalità del caso, della “Tyche”, non ha un ruolo principale, ma sono i personaggi a voler cambiare e risolvere la situazione. Da una parte Carisio all’inizio agisce di impulso trattando male la moglie e andando a vivere con l’etera Abrotono.
Dall’altra però poi si pente di come ha trattato la moglie, rifiutandosi di unirsi con l’etera con cui era andato a vivere, soprattutto anche dopo aver capito la gravità dello stupro che avrebbe ipoteticamente commesso ai danni di Abrotono. Già infatti a metà della commedia egli fa una riflessione in cui smorza i toni duri contro la moglie cercando di capire la sua situazione.
D’altra parte Panfile stessa rinuncia ad abbandonare il marito, tornandosene a casa del padre che la vorrebbe subito, conscio sia di come il marito sta sperperando la dote sia di come la sta trattando. Panfile, in nome dell’amore che ancora prova per Carisio, accetta infine il suo pentimento quando viene a sapere che è stato lui stesso a stuprarla.

Il personaggio che sicuramente ricopre il maggior interesse è la figura della flautista Abrotono che svolgendo un lavoro “basso” apparirebbe come la figura meschina, avara e approfittatrice; invece ella, dopo un primo sviamento, racconta con grande generosità la verità dei fatti rinunciando alla dote; ella perciò incarna una sorta di onestà e candore idealizzati che non vengono intaccati dalla sua sfortunata condizione sociale.

“La ragazza di Samo”

Stesso tema della commedia “l’Arbitrato”

• Personaggi: Moschione, Demea, Nicerato, Plangone, Criside

• Trama: Durante le celebrazioni in onore di Adone, Moschione (figlio adottivo di Demea), violenta Plangone (figlia di Nicerato), ella dà alla luce un bimbo. Moschione pur volendola sposare, non vuole rivelare la propria paternità, il bimbo è affidato a Criside (concubina di Demea) che finge di esserne madre. Demea alla fine viene a sapere che il padre è Moschione, sospettando che il figlio è stato generato dall’unione di Moschione e Criside, lui scaccia Criside che si rifugia da Nicerato. Al culmine della tensione Moschione rivela la paternità, pur essendo offeso dalle calunnie subite e minacciando di partire come soldato di ventura, ma convinto a restare si celebrano le nozze.

Una comunità apparentemente priva di miasma, viene colpita all’improvviso da una serie di vicissitudini che portano questi personaggi “per bene” a contrasto: in sintesi questo stupro porta alla distruzione del loro “microcosmo”. La situazione infine si risolverà positivamente quando i personaggi facendo leva sulla ragione riescono a capire le motivazioni altrui, a capire che non sono poi così infondate, e alla fine la situazione si risolve positivamente.

La trama nasce in una contrapposizione tra classi sociali in cui il vecchio Demea incarna la figura dell’anziano innamorato di una etera molto più giovane e che si vergogna anche delle sue pulsioni sessuali, ma non riesce a reprimerle, come la gelosia che lo porta allo scontro con Moschione, il figlio adottivo.

Un’altra figura molto interessante è quella di Criside che accetta di non rivelare la paternità del figlio, pur a costo di subire le ingiurie di Demea, in nome di una solidarietà femminile che scavalca la sua condizione di etera.

L’intera commedia si può analizzare sotto la luce di uno scontro-incontro tra classi sociali: da una parte il vecchio Demea e dall’altra il giovane Moschione, ma che alla fine sono mossi dagli stessi problemi di amore e che infine risolvono la lite in nome di una comune umanità.

“Menandro in generale”

Menandro può essere considerato erede della tragedia euripidea, soprattutto per ciò che concerne l’analisi psicologica dei suoi personaggi e dei loro “ete” ("caratteri"), e nel rendere con il discorso le loro emozioni e passioni. Essi, infatti, pur rappresentando dei personaggi stereotipati, sono sempre in continua evoluzione ed è proprio quest’ultima, data soprattutto dalle relazione interpersonali con gli altri personaggi, a far sì che diventino unici e non solo dei burattini.

Di Euripide inoltre è ripreso il prologo espositivo in cui si spiega l’antefatto e anche il monologo come forma di analisi interiore, nonché la rivalutazione di figure minori come serve, concubine, etere.

Due temi principali sono sicuramente quello della “filantropia” (solidarietà) e della “sumpatheia” (reciproca comprensione); così i personaggi di Menandro appaiono moralmente giusti, essi sono consapevoli della fragilità della felicità, ma anche della sua importanza perché hanno alle spalle tutta una evoluzione.

Un’altra caratteristica di Menandro è ovviamente il suo carattere realista, tanto che il filologo “Aristofane di Bisanzio” affermerà : <<O vita, O Menandro, chi di voi ha imitato l’altro?>>, ma il realismo di Menandro non è nell’intreccio, bensì nella sua capacità di caratterizzazione psicologica: i personaggi infatti paiono reagire e muoversi nella scena in maniera naturale, umana.

Un altro tema analizzato diversamente è quello della sessualità: se nella commedia arcaica Aristofane descriveva l’amore come sessualità, senza risparmiare tinte carnevalesche o grottesche nella rappresentazione di un istinto sessuale predatorio, più che amore, in cui si affacciavano due universi divergenti, ovvero quello femminile e quello maschile, in Menandro ciò non accade sia a livello di linguaggio che è moderato e si allontana dagli eccessi Aristofanei, sia a livello sociale; uomo e donna vengono visti come parte della stessa umanità, non preda e predatore. L’uomo, ad esempio, desidera essere amato più che amare.

Infine, un ultimo tema è quello della “Tyche” che viene anche personificata in alcune commedie: ciò serve a mostrare la sua forza in un mutato scenario del mondo greco in cui i cittadini si vedono regolati da forze che non possono né riescono a comprendere, come ad esempio l’essere sudditi di un sovrano quasi divinizzato. D’altra parte però essa viene affrontata non su scala sociale ma individuale, i personaggi non vogliono cambiare la situazione circostante, ma cercano di cambiare se stessi, fanno leva sulla propria individualità come unico spazio in cui può avvenire il cambiamento.

Hai bisogno di aiuto in Letteratura Greca?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email