Euripide

La vita e le opere


Nacque a Salamina attorno al 480 a.C. e ricevette un’educazione di alto livello, fu il prototipo dell’intellettuale appartato, non partecipando alla vita politica della città. Ciò gli fece conseguire la brutta fama di “misantropo” tant’è che si credeva che si ritirasse in una grotta presso Salamina a meditare e a leggere. Egli fu amico di Alcibiade e Crizia. Dopo essersi trasferiti nel 408 a.C. in Macedonia lì mori due anni dopo.
Per quando riguarda la sua poetica egli non venne mai veramente apprezzato perché il gusto delle sue tragedie era sicuramente troppo intellettualmente elevato per il gusto popolare, infatti ebbe solo cinque vittorie.

L’eroe di Euripide


Nessuno degli Eroi di Euripide è carico di grandi tinte morali; anzi, egli venne rimproverato dallo stesso Aristofane per aver portato sulla scena degli “eroi pezzenti”. In ogni caso, però, è grande l’analisi psicologica dei suoi personaggi e inoltre introduce nella scena personaggi minori come schiavi e nutrici che hanno un ruolo importante nell’azione del dramma.

La psicologia dei personaggi


In Euripide gli eroi non sono mossi da forze divine che ne regolano il destino, bensì dalla loro stessa interiorità. Questo contribuisce all’analisi delle emozioni che Euripide svolge per i suoi personaggi che sono quindi mossi da forze che non riescono a controllare, pur conoscendone attraverso un’analisi razionale le cause. Medea, ad esempio, afferma che, pur sapendo di stare sbagliando, non riesce a controllare il suo “thumos”, l’animo. Soprattutto i personaggi femminili in Euripide fanno da padrone della scena; infatti è in esse che si trova sia un’immediatezza di sentimenti sia il dramma sociale di esclusione e di sofferenza.

Euripide e la società


Il teatro di Euripide si pone a critico della società a lui contemporanea: infatti, allontanandosi dal mito e rendendo le sue tragedie umanizzate, egli muove delle critiche sia alla dissoluzione del nucleo familiare (come nella Medea) sia al carattere stesso della guerra (Troiane). Egli, quindi, vuole mostrare la cruda verità della realtà senza idealizzarla, pur rimanendo nella sfera del mito. Egli si fa quindi portavoce della critica al mito e della visione laica della realtà che caratterizza il pensiero sofista; venne spesso infatti accusato dai contemporanei di ateismo.

Euripide e gli dei


Gli dei in Euripide sono al contempo molto vicini alla scena, ad esempio con l’intervento risolutivo del “deus ex machina”, ma anche molto lontani: infatti essi non si fanno portatori di valori morali; il teatro di Euripide è un teatro di uomini in cui valgono le regole della società umana. Gli dei quindi appaiono quasi indifferenti alla condizione umana.

Lo stile di Euripide


Uno dei caratteri principali dello stile di Euripide è il così detto “prologo espositivo” in cui un personaggio informa gli spettatori circa l’antefatto e le circostanze su cui si svolge la vicenda, successivamente si allontana senza avere nulla a che fare con l’azione. Nei momenti più tesi dell’azione abbiamo anche il passaggio dalla parola al canto da parte dell’eroe attraverso la tecnica della “Monodia” (canto da solo). Anche in questo Euripide fu uno sperimentatore: infatti egli fece spesso ricorso a delle melodie complicate e innovative con l’uso del “ditirambo”. Euripide inoltre non dà attenzione alla trama; infatti, egli si concentra sulla psicologia dei personaggi: per questo motivo accade spesso che la situazione si complichi così tanto che l’unico modo per risolverla è l’intervento arbitrario di una divinità, il così detto “deus ex machina”. Egli inoltre ricerca proprio questa tensione insolvibile. Per quanto riguarda il linguaggio esso è variabile nel senso che utilizza vari registri, da un linguaggio più realistico e comicheggiante ad uno più colto e lirico.

L’Alcesti


Essa venne rappresentata come quarta opera di una trilogia al posto del dramma satiresco e ciò potrebbe spiegare alcuni caratteri vagamente giocosi, a volte si è parlato perfino di tragi-commedia (ad esempio Ercole che compare ubriaco nella scena)

Personaggi: Thanatos, Apollo, Admeto, Alcesti

Trama: Thanatos vuole portare negli inferi Admeto (destinato a morte prematura); Apollo allora trova una seconda chance per Admeto, ovvero che egli per salvarsi deve trovare qualcuno disposto a dargli la vita. Il padre e la madre di Admeto rifiutano e l’unica disponibile è la moglie Alcesti. Dopo una serie di peripezie, Ercole, venuto a casa di Admeto ed ubriacatosi, riesce a sapere dell’accaduto da un servo ignaro che il padrone avesse dato ordini per cercare di mantenere il fatto segreto. Una volta saputo l’accaduto Ercole si dirige nell’Ade per liberare Alcesti che tornando in vita può ricongiungersi con Admeto.

Vi sono alcuni elementi che si ritrovano nel teatro euripideo come il “colpo di scena finale”, l’agone (quello tra il figlio che accusa il padre di non essersi sacrificato per lui e il padre che accusa il figlio di viltà per aver permesso che venisse uccisa la moglie). Inoltre c’è anche il gusto per le tinte patetiche. Per quanto riguarda i personaggi l’evoluzione borghese si ritrova facilmente nella figura di Admeto che è ben lontana dall’essere una figura eroica; anzi nel suo dialogo (agone) con il padre vi è una sorta di gara tra egoismi, emerge quindi la natura dell’uomo. Alcesti invece potrebbe essere considerata la vera eroina della vicenda anche se però ella manca della caratterizzazione psicologica tipica di altri personaggi euripidei; infatti, ella svolge il ruolo della madre perfetta che cura la famiglia e la mette prima di sé, ma non ha una vera e propria interiorità. Ercole invece rispetto alle altre tragedie non è un eroe selvaggio, bensì un eroe “gentile”.

Passo “La morte di Alcesti”


Admeto appare nella sua mediocrità morale; egli infatti, anche quando giura per gli dei, appare solo un canto di facciata, anche ad esempio quando chiede di andare nell’Ade assieme alla moglie lo dice solo per dirlo, non lo vuole fare veramente. Inoltre, in questo passa Euripide si scaglia anche contro la posizione di inferiorità della donna che è costretta a doversi sempre sacrificare per la famiglia. Alcesti infine critica anche i genitori di lui che si sono dimostrati vili quanto Admeto stesso; infatti, pur essendo anziani, hanno preferito la morte di lei giovane.

“Ascoltare queste parole è un tormento: sono peggiori per me di ogni morte! in nome degli dei, in nome dei figli che lascerai orfani, ti supplico…” —> Si nona come gli dei sono indifferenti al destino dell’uomo.
“…e i tuoi genitori lo sai ti avevano abbandonato, proprio loro che ti avevano messo al mondo”
“Ma un dio ha voluto che questo sia il nostro destino. E sia così”—> Gli dei sono indifferenti oppure ostili all’uomo
“Ma tu figlia mia, come potrai crescere bene, avere una giovinezza bella e onesta? come sarà con te la nuova compagna di tuo padre?”—> La situazione della figura femminile è sempre negativa all’interno della famiglia.

Passo “Litigio tra padre e figlio”


Admeto incalza il padre accusandolo di viltà per non essersi sacrificato; allo stesso modo Ferete sfata dei luoghi comuni, primo fra tutti il fatto che i vecchi amino meno la vita rispetto ai giovani. Alla fine, le argomentazioni sembrano di una comune mediocrità e nessuno sembra avere la meglio.

“A parole gli anziani si augurano di morire, si lamentano della vecchiaia e della loro lunga vita. Ma quando poi la morte arriva, nessuno vuole più morire e la vecchiaia non è più un peso!”

“E proprio tu infame mi parli di viltà, tu che ti sei mostrato inferiore ad una donna”—> La donna è vista come essere inferiore all’uomo

La Medea


Venne realizzata insieme a l’Ippolito, poco dopo l’Alcesti. Nella Medea il vero protagonista non è Giasone che è “l’eroe”, bensì l’anti-eroe, ovvero Medea.

Personaggi: Giasone, Medea, Creonte, Egeo, figlia di Creonte.

Trama: Giasone dopo la conquista del “vello d’oro” e dopo aver fatto dei figli con Medea, decide di ripudiarla perché, volendo avere dei figli riconosciuti cittadini a Corinto, vuole sposare la figlia del re Creonte. Medea allora inizia a meditare vendetta, ma Creonte se ne accorge e le chiede di andarsene dalla città. Medea allora con abilità riesce a chiedere di rimanere un giorno. Successivamente vi è un incontro con Giasone in cui Medea gli rinfaccia il suo aver perseguito solo l’utile; nel frattempo ella si assicura di essere ospitata da Egeo, re di Atene. Successivamente ella finge di essersi riappacificata con Giasone e tramite i figli manda come regalo alla figlia di Creonte una veste piena di veleno; ella muore con il re. Infine, uccide i figli e si allontana con il carro del sole dalla città, lasciando in un mare di lacrime Giasone.

Medea è un personaggio molto complesso capace di mostrare i più disparati stati d’animo: passa infatti dall’ira alla fredda vendetta, riuscendo anche a simulare la propria riappacificazione con Giasone. Inoltre, però, sa anche analizzare la sua situazione e procedere con una vendetta non irrazionale, ma ben pianificata; infine, è anche mossa fino alla fine dal contrasto tra l’amore materno e la necessità di vendetta. Euripide però vuole solo utilizzare Medea come un pretesto per una analisi psicologica dell’interiorità dell’uomo, senza quindi darne una sua considerazione morale.
Vi è anche un tema importante, ovvero quello dello scontro tra due mondi completamente divergenti: da una parte Giasone, che è stato dipinto volutamente da Euripide con tinte minori, rappresenta la legge della città (egli infatti rappresenta il modo di agire più comune degli Ateniesi medi), dall'altra c'è Medea che rappresenta la legge di natura, Giasone è il greco, Medea la barbara. Sappiamo infatti che nel mondo greco se non davi figli riconosciuti alla tua città eri motivo di biasimo da parte dei concittadini. La tragedia quindi fin dall’inizio è volta alla sua conclusione tragica; infatti a scontrarsi sono due mondi completamente divergenti.

L’Ippolito


Personaggi: Afrodite, Ippolito (figlio di Teseo), Fedra (matrigna di Ippolito), Nutrice, Teseo

Trama: Afrodite è innamorata di Ippolito, ma si sente offesa perché egli si dedica solo alla caccia, non dandosi cura di lei. Allora decide di punirlo facendo scaturire nella matrigna un amore incestuoso per il figliastro. La nutrice che si confida con Fedra, pur non dovendo, dice tutto a Ippolito che pieno di sdegno provoca il suicidio di Fedra. Ella scrive in una lettera, prima di morire, che la causa della morte è la violenza che gli ha fatto Ippolito. Quando Teseo giunge sull’azione e legge il foglio, decreta l’esilio del figlio e chiede a Poseidone di punirlo; cosi i cavalli di Ippolito vengono impauriti dalla visione di un mostro marino e sbalzano il ragazzo fuori sella, quasi uccidendolo. Alla fine, compare sulla scena Ippolito che con l’aiuto di Afrodite riesce a discolparsi davanti al padre proclamando la sua innocenza.

Ippolito nella tradizione Ateniese era un eroe molto amato forse anche per la vicinanza della città di Trezene ad Atene. Si dice per tradizione che le ragazze della città, prima del matrimonio, si tagliassero i capelli e li offrivano alla tomba di Ippolito; egli quindi rappresenta l’ideale di giovane eroe morto divinizzato. L’episodio segue il motivo della “moglie di Putifar” la quale, amando Giuseppe ma non essendone ripagata, lo accusa di aver tentato di sedurla.

Fedra è un’altra eroina tragica che Euripide utilizza per svolgere un’analisi della psicologia umana: infatti, eliminando il problema della morale, poiché il suo amore incestuoso è stato prodotto dalla vendetta di Afrodite, egli si concentra solo sulle passioni e l’interiorità che muovono Fedra. Ella quindi rappresenta lo scontro tra i doveri della famiglia e il carattere pulsionale e istintivo dell’uomo, è mossa da istinti contrastanti come la vergogna e la speranza.

Ippolito invece rappresenta una figura “monodimensionale” egli è anche fuori delle regole della città a suo modo. Ippolito infatti nega tutta la dimensione della sessualità che è un carattere tipico dell’uomo; è quindi come se peccasse di “ubris”; infatti cerca di bypassare il suo essere umano, negando uno degli aspetti più naturali dell’uomo, ovvero l’amore.
Allo stesso modo anche Teseo che è in balia della sua ira si fa dominare dagli eventi fino ad augurare la morte del figlio. Euripide, però, come nella Medea, non ci rende alcuna morale, bensì mostra come il destino e la follia stanno tutti dentro l’agire degli uomini, mentre gli dei sono ostili o indifferenti. L’uomo è quindi artefice del proprio destino.

Passo “Le sofferenze amorose di Fedra”


Due sono le protagoniste di questa scena: da una parte Fedra mostra l’impeto delle sue passioni e l’amore è visto come una “patologia devastante” (descrizione di questo sentimento molto cara alla tradizione lirica, come ad esempio nella poetica di Saffo). Viene anche introdotto il dualismo degli eccessi tra la matrigna, che appunto si lascia andare alla passionalità, e il figliastro, Ippolito, che è colpevole di rifiutare tutto della vita, tranne che la caccia, allontanandosi dalla naturale condizione umana (ubris). La nutrice invece è colei che prima cerca di indagare i motivi dietro alla pulsione perversa della padrona e poi colei che ammonisce contro l’eccesso a favore della moderazione e si fa carico dei valori della tradizione; è quindi un esempio dell’importanza che Euripide assegna ai così detti “personaggi minori”.

“Tutta la vita dell’uomo è dolorosa e non v’è tregua agli affanni: la tenebra avvolge di nubi e nasconde ciò che è più caro della stessa vita” —> Pessimismo di Euripide riguardo la condizione dolorosa dell’uomo.
“Fui folle, caddi per colpa di un dio. Ahimè, infelice! Nutrice vèlami ancora il capo: mi vergogno delle mie parole”
“Si dice che condotta di vita troppo rigorosa rovini più che dar gioia, e piuttosto faccia guerra a saggezza. Perciò il troppo io approvo i meno che quel famoso <<nulla di troppo>> e i saggi saranno d’accordo con me” —> Meden Agan, nulla di troppo si ritrova anche in Orazio.
“Bisognerebbe che i mortali si unissero fra loro in moderate amicizie” —> Tema della moderazione

Passo “Le donne un ambiguo malanno”


Ippolito si sfoga in un discorso misogino e pieno di luoghi comuni sulla condizione della donna. Essa è infatti vista come una sciagura, un flagello per gli uomini e molto meglio sarebbe non aver nulla a che fare con le donne. Egli infatti critica non tanto la donna ignorante che sa accettare il suo posto nell’universo dell’"oikos", bensì la donna astuta e intelligente come Medea o Fedra. Euripide venne nell’antichità spesso accusato di misoginia, ma in realtà egli vuole analizzare la donna nel suo aspetto più lontano e oscuro all’uomo, nel suo aspetto passionale e fuori dall’etica della polis.

“La cosa migliore è avere in casa una donna da nulla, ma almeno utile nella sua stupidità. La donna saputa la odio! Non me ne capiti in casa una, che pensi cose più grandi che a donna conviene” —> Meglio una donna stupida, ignorante che rispetti la sua condizione di inferiorità.

Le Troiane


Viene analizzato il tema della guerra non in chiave patriottica, ma come modo di mostrare tutte le brutture dell’uomo e soprattutto egli vede la guerra di Troia non come un’impresa eroica, bensì come la sopraffazione dei più forti sui più deboli e in particolare sulle donne e sui bambini troiani

Personaggi: Cassandra, Andromaca, Ecuba, Agamennone, Neottolemo, Odisseo, Elena, Astianatte

Trama: Troia è caduta e le donne troiane, Cassandra, Andromaca e Ecuba sono date come trofeo di vittoria ai rispettivi eroi, ovvero Agamennone, Neottolemo e Odisseo. Cassandra intona un canto nuziale mortifero che predice le sventure di Agamennone in patria, dove viene ucciso, ma preannuncia anche il complicato e insidioso viaggio di ritorno di Odisseo verso Itaca. Per quanto riguarda Andromaca i Greci hanno deciso di uccidere il piccolo Astianatte facendolo precipitare da una rupe, così che non possa in futuro vendicarsi. Successivamente c’è un agone tra Elena ed Ecuba nel quale viene dimostrata la colpa di Elena per ciò che è successo. La tragedia si conclude con la distruzione e l’abbandono della città.

La tragedia inizia dove solitamente finivano le tragedie, ovvero con la “katastrofè” finale; non c’è più alcuno spazio per l’azione, gli eroi di Troia sono stati uccisi e le donne stanno per subire l’oblio della schiavitù, gli dei inoltre appaiono non essere interessati alla condizione di queste donne, tranne che nel prologo espositivo in cui Poseidone predice le sciagure degli eroi/antieroi.
I Greci inoltre non sono soddisfatti di aver annientato fisicamente le troiane, essi vogliono controllarle anche nella mente per questo motivo, ad esempio, ad Andromaca viene anche proibito di piangere il figlio morto; esse quindi devono essere schiave sia dentro che fuori. Ma Poseidone nel prologo espositivo ammonisce questi eroi che si sono comportati con tanta “ubris”; infatti afferma “stolto è l’uomo che distrugge città, perché uccidendo gli altri è se stesso che condanna alla rovina col tempo”. Euripide infatti mette in scena la tragedia nel 415 a.C. ovvero poco tempo dopo l’episodio della città di Melo che venne rasa al suolo perché non si voleva conformare alle richieste di Atene. Egli quindi è stato capace di trasmettere un messaggio assolutamente impopolare rispetto al suo tempo, ovvero che l’uso della forza e della violenza alla fine non ripaga mai. Probabilmente c’è quindi una critica alla prossima spedizione in Sicilia della flotta ateniese. Questa tragedia, oltre che essere priva dell’elemento drammatico, ossia di azione, è portatrice di un messaggio di pace e allo stesso tempo sono le donne, così lontane dal mondo della guerra, ad essere protagoniste. I Greci non riflettono sul fatto che qualcuno in futuro possa giudicarli, ma in essi pesa il ricordo della barbarie che hanno compiuto proprio nelle menti della donne troiane che Ecuba sprona a non dimenticare. Alla fine, quindi, moralmente parlando, sono le donne che ne escono vincitrici.

Andromaca

Personaggi: Andromaca, Neottolemo, Menelao, Ermione (figlia di Menelao), Peleo, Oreste, Tetide, Eleno

Trama: Andromaca ha un figlio con Neottolemo, ma viene presa di mira assieme al figlio da Menelao che la vuole uccidere poiché sua figlia Ermione è la vera sposa di Neottolemo. Giunge allora Peleo sulla scena e in un agone dimostra la viltà di Menelao e salva Andromaca. Giunge inoltre Oreste che un tempo aveva avuto in sposa Ermione e fugge con lei, Neottolemo invece viene ucciso dai sicari di Oreste. Infine, l’apparizione finale "ex machina" di Tetide conforta Peleo per la perdita del nipote Neottolemo (figlio di Achille) e ne preannuncia l’immortalità. Infine Andromaca fugge con un indovino troiano di nome Eleno da cui nasce la stirpe dei Molossi.

È una tragedia del 428 a.C. che veniva giudicata già dai filologi antichi come una tragedia di secondo ordine: come in molte tragedie di Euripide il conflitto non nasce dal destino degli eroi, bensì dal rapporto conflittuale tra questi per cui alcuni cercano di esercitare il diritto dei più forti sui deboli, in questo caso Menelao contro Andromaca. Le due figure principali anche in questo caso sono quelle femminili mentre quelle maschili non sono assolutamente eroiche: ad esempio Menelao è dipinto con tinte negative e soprattutto la sua malvagità non riesce nemmeno a realizzarsi completamente, non riesce perciò ad uccidere Andromaca, a causa della sua viltà. Alcuni hanno collegato la denigrazione dell’eroe nazionale spartano con la necessità di propaganda durante il conflitto Atene-Sparta.


Elettra

Personaggi: Elettra, Clitemnestra, Egisto, Pilade, Oreste, Castore e Polluce

Trama: Clitemnestra ed Egisto, poiché temono che da Elettra possa nascere un futuro vendicatore del nonno Agamennone da loro ucciso, decidono di dare in sposa la giovane ad un umile pastore. Ad un certo punto arrivano Pilade e Oreste, il quale per una cicatrice viene riconosciuto da un servo e si ricongiunge con la sorella Elettra, entrambi mettono su un piano per vendicarsi. In primis è ucciso Egisto, poi Clitemnestra viene uccisa dopo che Elettra in un agone le ha rinfacciato le sue colpe. Infine, dopo gli omicidi i due fratelli si sentono in colpa e sono pieni di rimorso. Compaiono quindi sulla scena come "ex machina" Castore e Polluce che profetizzano il processo contro Oreste ad Atene e la fuga di Elettra dalla sua terra con Pilade come sposo.

In primo luogo Euripide sceglie di riproporre miti della tradizione ma con una veste nuova: ad esempio Elettra è rivisitata come una contadina, non la principessa del mito. Euripide quindi sceglie di utilizzare tinte realistiche del quotidiano che ben riflettono l’accusa che ebbe di mettere sulla scena “eroi straccioni”. Inoltre, il contadino a cui essa è data sposa ha dei valori morali superiori a tutti i personaggi protagonisti sulla scena che si uccidono per ragioni dinastiche e utilitaristiche. Euripide sembra quindi mettere in critica la famiglia del tempo. I personaggi inoltre sono “eroi-mediocri”: per quanto riguarda Oreste, ad esempio, non ne viene messa in luce la grandezza malvagia della sua vendetta, anzi. La stessa Clitemnestra che in Eschilo giganteggiava nella scena come la figura dell’assassina perfetta, in Euripide essa è corrosa dai rimorsi e mostra anche affettuosità nei confronti della figlia.

Eracle

Personaggi: Eracle, Megara, Lico e Teseo

Trama: Mentre Eracle è negli Inferi, pronto a compiere una delle sue fatiche, Lico è diventato tiranno di Tebe e, per eliminare l’influenza di Ercole nella città, decide di ucciderne la famiglia. Ercole giunge appena in tempo per salvare la moglie Megara, il padre e i figli, ma poi viene sconvolto dalla follia generata dal demone Lyssa. Ercole, prima di rinvenire, uccide tutta la famiglia, successivamente vorrebbe uccidersi, ma l’arrivo di Teseo lo blocca, infatti secondo Teseo il vero eroismo risiede nell’accettazione del proprio destino-passato; i due infine giungono ad Atene.

Il personaggio di Eracle venne poco spesso preso in considerazione dalla tradizione tragediografa poiché i drammaturghi facevano difficoltà col confrontarsi con l’aurea mitica attorno alla sua figura: egli infatti in primo luogo era visto come un “eroe civilizzatore” che durante le sue fatiche aveva sconfitto i mostri che rappresentavano il barbaro del mondo. Spesso quindi Ercole veniva scelto dai commediografi che ne accentuavano alcune delle sue caratteristiche più stravaganti, come l’eccessiva voracità. Ercole inoltre era anche l’eroe dorico per eccellenza che si muove in quei valori di lealtà-coraggio-atletismo che rappresentano il soldato spartano; non a caso infatti era considerato il mitico re di Sparta. Per questo motivo Eracle nel periodo della guerra del Peloponneso non fu sicuramente un eroe amato dal pubblico di Atene.

Euripide quindi in breve attua una eroicizzazione del personaggio a metà: nella prima parte della tragedia infatti è presentato con i caratteri della tradizione, successivamente però, essendo sconvolto dalla follia, qualcosa che nemmeno lui può controllare e che per di più proviene da una zona recondita di lui stesso, egli viene umanizzato e agisce come una persona comune. Un esempio di ciò è il fatto che dopo un simile errore un eroe tragico canonico si sarebbe sicuramente ucciso, come del resto avviene dell’Aiace di Sofocle. Euripide però sceglie di superare il suicidio in nome del tema della “filantropia”, ossia è grazie al conforto dell’amico Teseo che Ercole non si uccide. Infine, vi è sempre un’assenza degli dei oppure la loro ostilità come Era, che adirata con Eracle, decide di inviargli il demone Lyssa per sconvolgergli la mente.

Passo “La follia di Eracle”


Come in altre tragedie, Euripide si concentra nell’analizzare uno dei due caratteri più irrazionali nell’uomo ovvero la follia, l’altro è l’amore che è protagonista di altre tragedie. Ercole quindi, pur essendo un personaggio potente, eroico e valoroso, non può nulla contro la follia che emerge dal suo stesso inconscio; è come se non riuscisse a controllare proprio se stesso, lui che aveva ucciso mostri barbari. Euripide inoltre sembra riportarsi alla tradizione omerica per cui, quando un eroe svolgeva un’azione avventata, non veniva considerato direttamente responsabile ma è sempre un Dio ad aver causato l’azione, anche in questo caso vi è un dio che ispira la follia, ovvero Lyssa, ma il suo spazio è talmente marginale che alla fine tutto rientra nella dimensione interiore di Ercole stesso.

“Eracle non era più lo stesso di prima: fuori di sè, roteava gli occhi iniettati di sangue e la bava gli colava sulla nobile barba”
“Così lo sventurato dorme un sonno non certo beato, lui che ha ucciso i figli e la moglie, e io non so se tra gli uomini ne esiste uno più infelice di lui” —> Egli è considerato un uomo non un eroe.

L’Elena


Rappresenta uno dei così detti “drammi ad intreccio” dove appunto la trama è più importante della caratterizzazione psicologica dei personaggi. Questo modello verrà poi ripreso in epoca alessandrina; inoltre il Coro, che aveva funzione principale di dialogare con i personaggi della scena, viene ridotto a puro elemento lirico.

Personaggi: Elena, Proteo, Teoclimeno (figlio di Proteo), Teucro, Menelao

Trama: Elena non è mai andata a Troia, ma si era rifugiata presso la corte in Egitto di Proteo. Morto Proteo il figlio le volge della avance amorose ma lei cerca di evitarle rifugiandosi supplice presso la tomba di Proteo. Ad un certo punto giunge Teucro affermando che Menelao è disperso in mare, ma con un colpo di scena egli fa naufragio proprio in Egitto. I due essendosi ritrovati fuggono sotto le ire del re.

Quest’opera è frutto della continua innovazione nel teatro di Euripide soprattutto per il finale positivo, gli elementi comici e l’intreccio complesso e ricco di colpi di scena che preludono alla commedia nuova. Il dramma è costituito dal tema del doppio, ovvero le due diverse vicende di Elena: da una parte infatti l’Elena che è rimasta in Egitto e dall’altra l’Elena che ha causato la guerra di Troia. L’incontro più significativo è quello tra Elena e Menelao in cui l’eroe vacilla per un momento proprio perché scopre che la ragione della guerra di Troia, motivo dell’orgoglio dell’eroe, non è altro che frutto di un’incomprensione, un inganno. Euripide quindi vuole sottolineare il fatto che non esistono certezze assolute.

Baccanti

Personaggi: Dioniso, Semele, Penteo (re della città, cugino di Dioniso), donne di Tebe (future Baccanti), Agave (madre di Penteo) e Cadmo (vecchio re di Tebe)

Trama: Dioniso vuole dimostrare alle sorelle della madre e al cugino Penteo, re di Tebe, che egli ha natura divina. Egli quindi ispira divina follia alle donne di Tebe che diventano le Baccanti e vanno a svolgere riti danzanti presso il monte Citerone. Dioniso poi si traverse da sacerdote, fingendo di essere l’umano che ha creato il rito, egli viene arrestato. Nell’interrogatorio egli fa perdere il senno a Penteo, ispirandogli voglia di andare sul monte a vedere la situazione, travestito da donna. Lì viene ucciso dalle Baccanti che lo scambiano per un Leone, tra queste vi è la stessa madre Agave. Alla fine Dioniso espelle dalla città il vecchio re Cadmo e Agave.

Sono un ritorno di Euripide a schemi più tradizionali sia per il tema che riprende una vicenda di Dioniso, divinità a cui come sappiamo si lega la nascita del genere tragico, sia per il Coro che interviene a dialogare con l’eroe. Questa tragedia è da considerarsi come una forte critica alla religione tradizionale, mettendo in luce l’aspetto crudele e vendicativo di Dioniso. Lo stesso Dioniso, complice l’aver agito con Ubris, viene rimproverato da Cadmo che lo ammonisce “Non sta bene che gli dei rivaleggino nell’ira con gli uomini”.

Penteo d’altra parte non si salva dalla critica di Euripide che lo definisce secondo le forme tradizionali del Tiranno: egli è infatti giovane, autoritario, violento e ostinato. Egli si pone a difesa dei valori della morale tradizionale fino ad affermare che i riti della Baccanti non sono altro che “una sudicia trappola per ingannare le donne”.

Uno dei macro temi è quello della follia che agisce su più personaggi: sulle baccanti, sulla madre Agave che uccide il figlio e sullo stesso Penteo che, invaso dal dio, sceglie contro ogni senno di andare sul monte travestito da donna per vedere la situazione.

Infine appare anche uno scontro tra due diversi modi di vivere, uno legato agli istinti che è fuori della polis, quello delle Baccanti, donne che si sono liberate degli impedimenti dell’oikos per dare libero sfogo alla condizione naturale che è insita in ogni uomo, dall’altra c’è la polis che è un universo controllato ma comunque chiuso su se stesso, fragile e limitato. Alla fine, non c’è preferenze per nessuno dei due modelli.

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