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Euripide


Nacque a Salamina intorno al 480 a.C. ricevendo un’educazione di alto livello. Poco si sa della sua vita: non partecipò alla vita politica ed era il prototipo di intellettuale appartato, dedito alla lettura, all’attività di poeta e di pensatore. Strinse amicizia con personaggi legati all’ambiente sofistico e iniziò la carriera di tragediografo nel 455 a.C. Morì in Macedonia nel 406 a.C. poco prima della guerra fra Atene e Sparta.
Di Euripide si conoscono 92 drammi, ma sopravvivono 18 tragedie e 2 drammi satireschi.
Caratteristiche
Euripide fu un grande provocatore per la massa e si avvicinò al teatro moderno: nessuno degli eroi euripidei è grande nel senso morale del termini, predilige come protagonisti personaggi pezzenti, comuni; personaggi di condizione sociale inferiore, nei quali penetra nella psicologia e nelle emozioni. I suoi personaggi sono capaci di analizzare la realtà in tutti i suoi aspetti, ma restano intrappolati nel loro stesso raziocinare e cadono vittime delle forze irrazionali che operano dentro di loro. Particolare attenzione vi è per la psicologia femminile, sempre sacrificata fino ad allora.
Euripide smaschera l’aspetto più brutale e autentico della realtà: guerra, famiglia, politica e società. L’influsso dei sofisti determinano la laicità di Euripide, che ricorre al deus ex machina solo come personaggio teatrale, eliminando il valore religioso.

Stile

E’ un innovatore del linguaggio tragico; il prologo espositivo informa gli spettatori sull’antefatto e la tragedia vera e propria inizia subito dopo. Un aspetto caratteristico è la monodia, il canto “a solo” dell’attore, con melodie ispirate al ditirambo che sembrano fatte apposta per scandalizzare i tradizionalisti. La costruzione tecnica imperfetta e la tensione che spesso sfocia in un’inconclusione dell’azione (poiché vi è una focalizzazione sul personaggio), richiedono il sopracitato deus ex machina come soluzione a tali problemi.
Adotta una lingua duttile, colloquiale ma colta; è uno stile variegato dallo slancio ora lirico, ora comico-realistico con vari squarci descrittivi.

Tragedie

Alcesti: tragicommedia.
Thanatos è venuto a prendere Admeto, destinato ad una morte prematura, ma questi ha avuto in dono da Apollo la possibilità di sfuggire al suo destino, purché qualcuno offra la propria vita in cambio della sua. La sola disposta al sacrificio è la moglie Alcesti, mentre i genitori pur vecchi, non accettano di sostituirsi al figlio. La donna si congeda dal marito e dai figli con un addio straziante, facendosi promettere di non venir sostituita. Successivamente si presenta Eracle, ignaro del tutto, e viene ospitato da Admeto; completamente ubriaco, non sa della bugia del suo padrone che, messo alle strette, rivela l’accaduto. L’eroe si commuove per la generosità dell’atto e affronta Thanatos per riprendere Alcesti e restituirla al marito. Compiuta l’impresa, Eracle mette alla prova l’amore di Admeto verso la moglie e, avutane conferma, gli restituisce la sposa.
Vi è il tema topico e fiabesco dell’eroe che sconfigge la morte; ma vi è anche la mediocrità e l’egoismo di Admeto, rivelatosi nel dialogo col padre. Alcesti invece sovrasta il mito per la sua generosità e rappresenta il modello di donna e sposa perfetta, ma questi elementi la rendono paradossalmente imperfetta. Eracle viene visto sotto un velo comico, ma anche come uomo dall’animo gentile, in contrasto con il tradizionale eroe selvaggio.
Medea e Ippolito: sviluppo del personaggio al centro dell’azione drammatica.
Dopo aver aiutato Giasone nella conquista del vello d’oro, aver abbandonato per lui la propria patria e avergli dato dei figli, Medea è ripudiata dall’eroe, così medita vendetta; il re desta però sospetti e le ordina di lasciare immediatamente la città. Con abili parole riesce ad ottenere ancora un giorno, che le servirà ad attuare il suo piano. Giasone viene a salutarla e Medea gli rinfaccia la sua ipocrisia e la sua viltà. Finge di essersi riappacificata con lui e, tramite i figli, invia una ghirlanda e una veste avvelenate alla nuova sposa come doni nuziali: la ragazza muore tra mille tormenti insieme al padre. Infine Medea uccide i propri figli e lascia Giasone annientato dal dolore, allontanandosi sul carro alato del Sole.
Medea è eccessiva, passionale, mossa da istinti elementari e capace di manifestare una gamma vastissima di stati d’animo, la vediamo preparare la vendetta tra mille pensieri e dolori. Infine la vediamo al sicuro sopra un carro alato, mentre assapora la sua vendetta, nuovamente selvaggia e libera. E’ un personaggio in bilico tra irrazionalità e ragione, una donna gelosa, folle, assassina infanticida, vittima di se stessa. Suscita compassione e al contempo sconcerto e orrore. Giasone è un cittadino medio ateniese che rispetta le leggi, Medea viene da un altro mondo, barbaro e governato da leggi diverse. Vi è quindi uno scontro antropologico tra culture e mentalità diverse, che rende impossibile la vera comprensione fra i due personaggi.
Ippolito: Il prologo è recitato da Afrodite, offesa da Ippolito che è devoto ad Artemide: rifiuta l’amore e si dedica soltanto alla caccia. La dea ha così infuso a Fedra, matrigna di Ippolito, un amore irresistibile e colpevole per il figliastro; intende lasciarsi morire senza far parola sulla parola della passione che la consuma. La nutrice lo riferisce a Ippolito, che reagisce con sdegno e pronuncia una violenta requisitoria contro la stirpe femminile. Fedra s’impicca e Teseo tra le sue mani trova una lettera in cui Fedra accusa il figliastro di averle fatto violenza. Teseo lo maledice e lo bandisce da Trezene. Successivamente i cavalli di Ippolito si imbizzarriscono davanti a un mostro marino suscitato da Poseidone, e sbalzano il giovane dal carro. Morente, si congeda all’amata Artemide riuscendo, prima di morire, a convincere il padre della sua innocenza.
Ippolito è il protagonista di un dramma familiare ed è tormentato psicologicamente; è chiuso nel suo mondo da cacciatore. Fedra, colta da questo malessere, arriva al suicidio e causa la rovina di chi le sta intorno, non è mai pienamente padrona di se stessa; pecca di hybris poiché corrode la famiglia, valore principale dell’antica Grecia. Teseo è solo un burattino in balia degli eventi.
Eraclidi: insieme a Supplici fa parte della produzione patriottica nei primi anni della guerra del Peloponneso.
Perseguitati da Euristeo, re di Argo, gli Eraclidi (discendenti di Eracle) giungono alle porte di Atene, dove cercano protezione presso l’altare di Zeus. Demofonte, re della città, li accoglie e si impegna a difenderli. Un oracolo chiede, in cambio della vittoria, il sacrificio di una vergine; si offre spontaneamente Macaria, una delle figlie di Eracle, per salvare i fratelli e consentire la vittoria di Atene. Euristeo viene sconfitto e fatto prigioniero grazie al miracoloso ringiovanimento di Iolao, che torna un prodigio in campo. Alcmena, madre di Eracle, nonostante l’opposizione degli Ateniesi, insiste per uccidere Euristeo il quale, prima di morire, promette futura protezione alla città di Atene che ha tentato di difendere i suoi diritti di prigioniero.
Supplici: un gruppo di donne vuole dare degna sepoltura ai figli, morti nell’assedio di Tebe. Teseo, re di Atene, affronta l’araldo tebano in un dibattito politico difendendo democrazia, diritto, libertà, uguaglianza e sovranità popolare di Atene in contrapposizione alla tirannide di Tebe. Segue una battaglia militare, che si conclude con la vittoria Ateniese e la restituzione dei cadaveri alle madri. Atena ex machina costringe Adrasto alla riconoscenza verso Atene.
Euripide sviluppa il tema dell’elogio della città, esaltando la democrazia; vi sono i topoi della retorica propagandistica. In entrambe le tragedie Atene esce vittoriosa. Nei primi anni della guerra contro gli Spartani viene inaugurata una propaganda bellica: Euripide condanna l’assurdità della guerra. Dal punto di vista teatrale le opere sono alquanto fiacche.
Ecuba: il prologo è recitato dal fantasma di Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo affidato all’amico Polimestore per sottrarlo ai pericoli della guerra; viene ucciso da Polimestore che vuole impadronirsi dei suoi beni e il suo cadavere viene gettato in mare e spinto dalle correnti, arrivando dove è accampata la flotta dei greci che, per poter tornare in patria, devono sacrificare sulla tomba di Achille la vergine Polissena, figlia della regina di Troia Ecuba. La fanciulla affronta il proprio destino litigando la disperazione della madre ma Ecuba dal dolore passa alla ferocia: per vendicarsi acceca Polimestore con l’aiuto delle schiave troiane e gli uccide i figli. Infine quest’ultimo si vendica predicendo la metamorfosi di Ecuba in cagna e la fine di Agamennone e Cassandra per opera di Clitennestra.
Le vittime sono gli innocenti e vige la legge del più forte. Ecuba, una delle grandi figure femminili euripidee da disperata diventa furiosa e il delirio si tramuta in vendetta. L’azione è tesa, compatta, volutamente focalizzata su elementi primitivi per provocare un effetto di allontanamento e di estraneità.
Troiane: Troia è caduta e le troiane vengono assegnate come schiave e concubine ai vincitori. Cassandra è toccata ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba a Odisseo. Cassandra predice le sventure che attendono lei e il suo padrone al ritorno in Grecia e il destino disgraziato di Odisseo. Andromaca subirà la crudeltà dei Greci, che hanno deciso di precipitare da una ripetizione il piccolo Astianatte, temendo che un giorno possa vendicare il padre. Elena ed Ecuba si contrappongono: la prima si difende, la seconda ne dimostra la colpevole responsabilità. Alla fine, il corpicino di Astianatte viene consegnato ad Ecuba e la tragedia si chiude con l'incendio di Troia è l'addio alla città da parte delle prigioniere.
Questa tragedia inizia e termina con la catastrofe: non può avvenire niente perché è già avvenuto tutto. Il futuro non riserva più nulla a queste donne, se non dolore e miseria. Gli dei sono lontani e indifferenti. Ad Andromaca i vincitori hanno tolto tutto e pretendono di impadronirsi anche del suo dolore, la vogliono docile, pronta a salire nel letto del suo nuovo signore e a dare piacere all'uomo le cui mani grondano di sangue del figlio. Agamennone, Odisseo e Menelao si riducono a insensati aguzzini e osservandoli con gli occhi dei vinti e in particolare delle donne, Euripide sviluppa una delle sue idee più straordinarie, in un'opera che analizza un modello fondamentale della violenza e delle barbarie. Le donne sono protagoniste, e la loro memoria è l'unica cosa che non possono rubare, sfociando così in una rivolta; gli uomini sono inferiori alle loro vittime. Euripide fa emergere le contraddizioni e la follia di chi crede che la forza da sola basti a piegare per sempre un essere umano e un popolo: “stolto è l'uomo che distrugge città, perché uccidendo gli altri è se stesso che condanna alla rovina, col tempo.” dice Poseidone all'inizio del dramma. E infatti, nel momento in cui le navi greche salpano per tornare a casa cariche di bottino, la rovina attende i vincitori tra le onde del mare. Molto dei civilizzati spettatori ateniesi che sedevano a teatro avevano certamente partecipato a quella carneficina, che sconvolse la coscienza cittadina. Si può solo apprezzare il coraggio con cui Euripide seppe lanciare ai suoi concittadini un messaggio tanto impopolare quanto profondo e civile sulla follia della guerra.
Andromaca: Andromaca (vedova di Ettore) è diventata la concubina di Neottolemo e gli ha dato un figlio, che Menelao e sua figlia Ermione (sposa legittima di Neottolemo) tramano di uccidere insieme alla madre. Andromaca è difesa da Peleo, che mette a nudo la viltà di Menelao. Sopraggiunge frattanto Oreste, cui Ermione in passato era stata promessa, e che fugge con lui. Neottolemo muore, sotto i colpi dei sicari di Oreste. Tetide ex machina consola Peleo e gli predice l'immortalità. Andromaca si sposerà con l'indovino troiano Eleno dando origine alla stirpe dei Molossi.
Gli aspetti di questa tragedia sono poco riusciti. È notevole la profonda psicologica delle donne, che si oppongono in modo netto l'una all'altra. Il “tragico” scaturisce dalla difficoltà di rapporti tra gli individui e dalla prevaricazione che i forti si sentono in diritto di esercitare sui deboli. Una appartiene al mondo dei vinti, l'altra a quella dei vincitori. Il tema è quindi la salvazione ma i personaggi maschili appaiono scialbi, meschini, vili.

Euripide mostra la tendenza a rivisitare il mito tradizionale in forme nuove, scegliendo varianti rare o rivestendole di nuovi significati. È il caso Eracle, Elettra e le Fenicie.
Elettra: temendo che da Elettra possa nascere un vendicatore di Agamennone, Clitennestra ed Egisto l'hanno data in sposa a un povero contadino. Sopraggiunge Oreste, e i due fratelli si ricongiungono; uccide Clitennestra. Castore ex machina dà la colpa dell'accaduto all'oracolo di Apollo e preannuncia il destino che attende i due fratelli: Oreste sarà processato ad Atene, Elettra abbandonerà la sua terra insieme a Pilade che diventerà suo sposo.
Si tratta quindi della vendetta di Oreste e di sua sorella Elettra nei confronti della madre e di Egisto, analogo alle Coefore di Eschilo. Si ridefiniscono i personaggi tradizionali: Elettra si trasforma da principessa a contadina, in una dimensione quotidiana e mediocre. Vive in campagna, sposa di un povero contadino, che tuttavia la rispetta e in tutto il dramma appare moralmente più degno e nobile dei signori della casata reale, che si scannano fra loro dentro la reggia e non si risparmiano nessun crimine. Clitennestra è una donna debole, Egisto viene massacrato a tradimento mentre si dedica a pacifiche opere in campagna. Oreste rimane sullo sfondo come personaggio mediocre, in un quadro pacifico e bucolico. L'intreccio è originale, vi è una viva polemica nei confronti del modo tradizionale di interpretare il mito tragico; le tinte sono volutamente realistiche e quotidiane anche nel linguaggio.
Eracle: Eracle è sceso negli Inferi mentre a Tebe il tiranno Lico si è impadronito del potere e minaccia di eliminare la famiglia dell'eroe. Sembrano ormai​ spacciati; giunge Eracle, che uccide Lico e li salva. Era, nemica di Eracle, invia Lyssa, demone della follia, a sconvolgere la mente dell'eroe inducendolo a uccidere moglie e figli. Pensa al suicidio ma Teseo lo convince che il vero eroismo risiede nella coraggiosa accettazione del dolore. Segue l'amico alla volta di Atene, dove troverà rifugio e ospitalità.
Eracle, l'eroe maggiore, ha la fama di eroe civilizzatore. Ma l’Eracle di Euripide è anche fragile e solo, davanti al dolore, agli dèi, alla società. È un se stesso che non conosce. Viene sganciato dal mondo tradizionale del mito e reinserito in un ambiente più quotidiano. L'uomo è in totale balia di un destino imprevedibile, salvato però dalla filantropia da parte di Teseo: soltanto nella solidarietà di altri uomini un individuo sofferente e piegato può trovare un riscatto.
Fenicie: Eteocle e Polinice sono divisi da una rivalità insanabile. Tiresia predice la morte di entrambi e Tebe sarà salva solo se Meneceo, il figlio di Creonte, verrà sacrificato. Meneceo volontariamente si uccide, seguito dalla madre sofferente. Creonte esilia Edipo e Antigone, che darà sepoltura al fratello Polinice.
È una tragedia collettiva, dai toni epici. Euripide costruisce un'opera con scene di ampio respiro e lunghi squarci narrativi di notevole efficacia drammatica.

I drammi d'intreccio presentano colpi di scena emozionanti e spettacolari. Sono drammi a lieto fine con ampio spazio al caso (tuxe), l’ambientazione è lontana dall'ambiente della polis, di evasione fantastica. È il caso di Elena, Ione (usa il meccanismo della fortuna, che regola i destini umani; è una sorta di giallo con accenni patriottici), Ifigenia in Tauride (a lieto fine, l'ambientazione è lontana e marginale, abitata da barbari - i Tauri) e Oreste (riuscito sulla scena, pessimo in quanto ai caratteri: sono tutti vili e Oreste è malato di depressione; l'intreccio è virtuoso).
Elena: Elena non è mai andata a Troia: è rimasta in Egitto per tutta la durata della guerra presso il re Proteo, è solo un simulacro ha seguito Paride al suo posto. Il figlio del re, Teoclimeno, la insidia con le sue profferte. Arriva intanto la notizia della scomparsa di Menelao in mare e successivamente naufraga proprio in Egitto e viene a sapere che la sua vera moglie si trova proprio lì. Ingannano Teoclimeno e infine i due amanti fuggono insieme.
Euripide procede ad una ricostruzione dei miei tradizionali aggiungendo nuovi elementi con scelte narrative e stilistiche ardite e imprevisti colpi di scena. Il tragitto sconfina nel comico. Si rifà a Stesicoro e conclude felicemente. La scena dell'incontro tra Elena e Menelao è una delle più accattivanti dell'opera; Menelao è turbato, si convince di essere pazzo. Ciò dimostra che non esistono certezze assolute.

Baccanti e Ifigenia in Aulide (raffinatezza formale in contrasto con la labilità psicologica: i personaggi si lasciano trasportare dagli eventi, con eroi negativi che però peccano di grandezza del male o della follia. Ifigenia non e convincente nella sua trasformazione da vittima a eroina disposta a morire) vengono rappresentate postume ad Atene nel 403 a.C. ottenendo il primo premio. Tornano le forme più tradizionali della tragedia di fronte ad un pubblico macedone, poco abituato a forme sperimentali di teatro.
Baccanti: Dioniso, insieme alle sue seguaci, giunge a Tebe dall'Oriente per dimostrare la propria natura divina alla famiglia. Ispira la sua divina follia alle donne di Tebe, che abbandonano la città e si ritirano sui monti a celebrare danzando i suoi riti, con grande rabbia di Penteo. Cedono al suo richiamo anche il re Cadmo e l'indovino Tiresia, che esortano Penteo ad accogliere il dio nella città. Venuto a conoscenza delle imprese prodigiose compiute dalle Baccanti sul Citerone, Penteo ne è al tempo stesso spaventato e attratto; Dioniso gli fa perdere la ragione e lo convince a seguirlo sul monte per assistere, travestito da donna, ai riti. Qui trova le donne, tra cui la madre Agave, le quali lo fanno a pezzi, scambiandolo per un leone. Dioniso, infine, preannuncia una dimora fra i beati per Cadmo.
È una tragedia religiosa con un ritorno ai canoni della tragedia. Sebbene Euripide fosse ateo, in prossimità della morte si pensa ad una conversazione; altri notano una polemica contro la religione tradizionale.
Dioniso esce vincitore ma porta sciagura a chi gli sta intorno. Vi è un contrasto tra Penteo e Dioniso: uno controllato e tranquillo, l'altro folle e in contatto con la religione. Il motivo del rito segna un ritorno ad un mondo selvaggio, che si esprime con la danza. Domani l'irrazionale, non civiltà e ragione, ma ciò conferisce naturalità: è uno scontro tra due modelli di civiltà.

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