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Euripide, Elettra - Analisi e commento

Il nucleo drammatico dell'Elettra di Euripide è la demistificazione dei valori tradizionali: animato da un razionalismo sofistico, non corretto però dall'ottimismo socratico, Euripide critica sistematicamente il compendio dell'etica tradizionale, sia essa rispetto religioso o adesione paradigmatica al mito, o fiducia nelle divinità o visione ingessata del teatro. L'Elettra è radicale dell'impronta innovatrice che essa esercita operando in chiave palesemente decostruttiva. L'eroismo dei personaggi viene calato in un ambiente borghese, in una mediocrità che rivoluziona il clima aulico delle tragedie di Eschilo e Sofocle. È questa rinnovata dimensione a misura d'uomo, che anticipa i risvolti dell'ellenismo, a fare da sfondo ai personaggi: non più eroi, o marionette nelle mani delle divinità, ma esseri umani tormentati da passioni ed emozioni che nel dissidio tra razionale e irrazionale si rivelano incapaci di assumere una statura paradigmatica soccombendo nella loro stessa fragilità. Elettra e Oreste si presentano come campioni umanizzati astratti dal mito e sradicati dal tradizionale contesto leggendario: le loro azioni s'infrangono contro il mutismo del divino, prive della granitica sicurezza di Aiace o dell'Oreste di Eschilo, erompono per poi essere ridimensionate dal pentimento nell'ottica di una nobiltà di stirpe alienata dalla nobiltà emotiva. La grande libertà con cui Euripide rielabora il mito è indice di questa profonda sfiducia nei confronti del presente storico: la deriva ateniese nella guerra del Peloponneso, il fallimento del regime pericleo, cui con freddezza Euripide si era legato, denunciano l'incapacità del mito di rifondare una città in deriva e di conseguenza Euripide rielabora la tradizione. La necessità del paradigma mitico si infrange contro la delusione nei confronti del loro allucinante anacronismo. L'unico rimedio è modificare il mito: se l'ossatura rimane la medesima, la vicenda si arricchisce di numerosi eventi o s'inerpica tra variazioni inedite. Così Euripide inserisce la figura del contadino, unico campione di una nuova etica e certamente unico personaggio positivo della tragedia, o la figura del pedagogo che complica ulteriormente la scena del riconoscimento o la comparsa finale dei Dioscuri, che funge da deus ex machina. Sono ovviamente variazioni, anche consistenti, che si muovono in una direzione specifica: corroborano, cioè, l'impianto ideologico di Euripide.

La scena dell'agnizione, quella in cui Elettra riconosce il fratello, non ricorre alla tradizionale giustificazione: non si realizza per la ciocca di capelli che Oreste lascia presso la tomba del padre, né per altre tracce o artifici. È necessaria la presenza del pedagogo che ha visto Oreste in fasce per riconoscerlo definitivamente. E le motivazioni che portano al riconoscimento sono decostruite secondo una logica razionalistica che introduce anche il tema dello slittamento tra la figura dell'uomo e quella della donna.

In più occasioni Elettra, modello femminile che assomma l'immagine di figlia devota al padre, immagine che la psicologia non ha esitato a ricondurre ad un complesso di Elettra, parallelo femminile del complesso edipico, di donna nella più comune visione greca, sorella, figlia ribelle alla madre: soltanto la statura di madre le sfugge, impedita da un matrimonio mai consumato per la delicatezza di un marito che si ritiene indegno (per parodia tragica) di congiungersi a una donna così nobile: eppure è lui il più nobile dei personaggi. Elettra non ha nulla di compassionevole, nulla tale da suscitare empatia nello spettatore: il dolore che le era connaturato in Sofocle per una pura condizione esistenziale sullo sfondo dei fasti della nobiltà, è qui acuito non solo dalla rottura del legame col padre, ma anche, e soprattutto, dalla sua condizione di sposa ad un uomo che, se valutato secondo il metro della nobiltà di stirpe, è sicuramente indegno. E quando Elettra si offre di raccogliere l'acqua, non lo fa per riconoscenza al marito, ma per vittimismo, per palesare la propria indegna condizione: riconosce i meriti dell'uomo, ma non può fare a meno di sentirsene radicalmente estranea. E non è un caso che la figura dell'uomo scomparirà proprio quando avverrà il riconoscimento: nell'universo alienante di Elettra e di Oreste, in questa dimensione in cui l'odio nei confronti di Egisto è “legge che non ammette tregua”, non c'è spazio per i buoni sentimenti, non c'è spazio per il legame con la terra nutrice: la madre generatrice, produttrice di vita, deve essere uccisa perché ha tradito, ha ucciso il padre e a nulla vale la giustificazione di Ifigenia. L'odio di Elettra ed Oreste è una passione puramente umana, un sentimento distruttivo che rifiuta qualsiasi influsso divino. Ed Elettra che in Eschilo aveva un ruolo minore, e che in Sofocle catalizzava il dolore, donna straziata dall'infelicità, imprescindibile statuto ontologico dell'uomo, diventa una donna oscura: lucidissima nella sua follia omicida, apparentemente razionale nell'escogitare il piano, ma animato da un turbamento interiore da cui non può prescindere. Non un eroina né tanto meno emblema della misoginia di Euripide, ma donna nell'accezione più umana del termine: Elettra priva di figli, uccide la madre generatrice che ha, a sua volta, ucciso l'uomo generatore; un cortocircuito che Elettra stessa rappresenta nei suoi continui riferimenti alla superiorità dell'uomo rispetto alla donna: è indecente che in una casa sia la donna a tenere il potere. Rispetto a questa visione di donna condannata consapevolmente alla mancanza di emancipazione, Oreste si pone come l'unico in grado di finalizzare le aspirazioni della giovane: è l'uomo che agisce perché deve odiare, a questo il suo animo lo costringe. Eppure non pare avere la risolutezza necessaria, la tenace perseveranza della sorella, e soprattutto non ha la granitica sicurezza del personaggio eschileo che, è vero dubita di fronte al petto della madre, ma quasi eterodiretto da Apollo, costringe la propria volontà ad agire: è insicuro, dilaniato e tormentato, lo stesso tormento che, concretizzato nelle coordinate esterne, sarà simboleggiato dalle Erinni. Ed è proprio in questa rivalutazione delle motivazioni che spingono Oreste ad agire che si colloca anche la polemica antidelfica di Euripide: una polemica qui particolarmente marcata e, poi, parzialmente corretta. Le azioni degli uomini, così come il matricidio che Euripide coglie in tutta la sua macabra e allucinante brutalità, non è giustificabile né per criteri umani né, forse a maggior ragione, per ispirazioni divine. Non è divinità quella che istiga all'omicidio, quella che travalica i limiti della vita per ristabilire un ordine, quello del ghenos, oramai inutile e accessorio e legato ad un'etica arcaica che egli avverte come inevitabilmente superata. Apollo viene desacralizzato e con lui quei miti che tentano di giustificare tramite gli oracoli l'aberrazione delle proprie imprese: quasi una superstizione religiosa cui Euripide si ribella. Eppure quello del divino è un problema che non può essere risolto semplicisticamente, né tanto meno confinabile in una rassicurante fiducia nel divino (come, alla fine dei conti, nonostante i dubbi, era quella di Sofocle e, a maggior ragione, quella di Eschilo) o nell'esatto opposto, ovvero, la deriva ateistica. Euripide è, piuttosto, scettico nei confronti degli dei: non riesce a coglierne la presenza nell'assurdità del dolore, non riesce ad accettare l'infelicità dell'individuo come connaturato allo stesso, né può affidarsi all'ottimismo; la logica razionale lo impedisce e si mantiene sempre sul limite del razionalismo, senza eccedere nel nichilismo. E a giustificare l'omicidio di Clitemnestra viene meno anche Clitemnestra stessa: non è più la donna mascolina che uccide animata dall'alastor, il demone che la pervade, né colei che ribalta, nei ruoli, la differenziazione sessuale: ma anzi è madre premurosa che accorre immediatamente quando la figlia, tessendo un inganno, finge di essere incinta e come traspare già dai primissimi versi, nel prologo recitato dal contadino, nobile tra i personaggi, che presenta Clitemnestra come colei che ha salvato la figlia dalle grinfie di Egisto, ritornato nel suo ruolo di uomo. Da notare anche il realismo delle uccisioni che sì vengono riferite da un messaggero, ma sono descritte minuziosamente e con tono particolarmente incline ai dettagli. Altro colpo decisivo che Euripide sferra alla logica della nobiltà del ghenos è l'erompere sulla scena tragica di un oggetto profondamente umano e borghese, radicalmente altro rispetto all'universo mitico cui Elettra appartiene: il denaro. È una costatazione dissacrante che esprime benissimo la borghesizzazione attuata da Euripide. Un processo di umanizzazione che vede anche l'emergere dell'Atene coeva, in particolare della sofistica, con l'etica del prevalere del più forte. Dice Elettra nel rivolgersi ad Oreste, prima del disvelamento: “Ecco, sto ferma: sei il più forte e io sono completamente in tuo potere”. Forti anche gli elementi che rimandano alla penetrazione di elementi asiatici, tradizionalmente legati alla ricchezza, e qui connotati negativamente.

In quest'universo umano, contingente, spopolato di divinità è il caso ad emergere come arbitro delle sorti umane, fato che, d'altra parte, come tradizione, è superiore alle divinità e che pure pare essere sottomesso dalla violenza delle passioni che animano Elettra ed Oreste.

L'Elettra costituisce anche un'interessante prospettiva sull'universo femminile che costituisce un inedito punto di contatto tra Clitemnestra e Elettra. Molti sono i passi a riguardo: “La donna è stupida, lo ammetto”, “una donna deve essere conciliante col marito in ogni caso, se è saggia: se la pensa diversamente non la tengo in considerazione”, “le donne hanno a cuore i loro uomini, non i loro figli”. Altro tema, forse più laterale, ma comunque presente è quello dell'amicizia. “Amico” è definito da Elettra il contadino, mentre il vecchio pedagogo avanza l'ipotesi che Elettra è disperata perché “ha perso tutti gli amici”, o ancora è grazie a Pilade che Oreste può realizzare i suoi intenti, ma, altra variante rispetto al mito classico, è Elettra, non Pilade a partecipare agli omicidi. Può sembrare strano che in un tragedia così scarsamente popolata da dei, siano proprio due uomini divinizzati, i Dioscuri, fratelli di Clitemnestra, a risolvere la vicenda, stabilendo il fato dei personaggi: una soluzione che forse vuole suggerire, da parte di Euripide, la ricerca di una soluzione divina ai mali dell'uomo, un ordine superiore cui si lega tenacemente e di cui pure, per l'atrocità logica della ragione, non riesce ad abbandonarsi completamente: pare più una soluzione meccanica, non sentita, che una reale convinzione: d'altra parte l'opera si apre con l'affermazione “Nessuno degli dei ascolterà il grido di dolore di questa sventurata”. Euripide toglie alla sua Elettra ogni alone di nobile tradizione letteraria e ne fa una donna dell'ellenismo, che vive nella limitatezza del quotidiano, senza porsi problemi di ordine religioso. Euripide segna il tramonto dell'età 'classica' e relega i suoi personaggi nelle loro labirintiche interiorità, in cui a regolare l'agire non c'è più il dio, ma umane pulsioni, opposte e contrastanti. Al tempo di Euripide, il ruolo dell'intellettuale non era più quello di interprete di una mentalità diffusa e universalmente condivisa, ma spesso era invece quello di "rompere" con una società dal fragile equilibrio, che preferiva adeguarsi a convenzioni piuttosto che porsi criticamente di fronte al problema degli emarginati, delle donne e degli schiavi. Coerentemente con il suo atteggiamento critico rispetto ai comportamenti umani, che Euripide ritiene essere guidati esclusivamente dalla ragione, si pone il tono polemico dell'Elettra in cui il matricidio è denunciato come un'orrenda crudeltà. E se da un lato era necessario che Clitemnestra morisse, dall'altro era ingiusto. L'eroismo di Elettra ed Oreste sembra qui svanire sotto il peso dell'enorme responsabilità che comporta il loro gesto. La sensazione complessiva che emerge dal testo è quella caotica della vita: Euripide non riesce a trovare un ordine negli eventi, un filo logico nel magma denso della realtà, ma avverte il disgregarsi della famiglia, lo scomporsi di quei legami su cui si era fondata la società e che rischia di disintegrare la realtà stessa. Così alla fine dell'opera i personaggi non si riuniscono, non tornano assieme, ma sono separati, trascinati ciascuno da un destino diverso: lo smembramento finale è soltanto il concretizzarsi di legami già infranti e che il matricidio ha reso eternamente non rimarginabili. D'altra parte, dopo il matricidio Oreste e Elettra paiono pentiti, insicuri dei propri gesti, consapevoli dell'abominio compiuto, ma il gesto è compiuto, non tollera appelli di genere. Ed è qui che l'uomo appare in tutta la sua allucinante fragilità, in tutta la sua drammatica solitudine, incapace di dominare razionalmente gli impulsi irrazionali che lo portano al tradimento della nobiltà. È in questa irriducibilità della realtà ad ordine logico, in questa impossibilità di sopprimere le aspirazioni degli uomini, le pulsioni emotive, che nasce la tragedia. Rimane, monito di speranza, il contadino, unico uomo in grado di proporre valori positivi. Lo straccione, che non veste dell'abito splendido di Elettra, tanto vituperato da Aristofane come desacralizzazione della tragedia, è l'unico uomo in grado di dominare gli eventi: compassionevole, rispettoso ed empatico, tramite la fatica e il lavoro riesce a salvarsi, a sfuggire al fuoco di fila che annienta i nobili di stirpe: è lui l'unico in grado di sopravvivere, senza pretese di superiorità, accettando l'ordine del mondo. È a lui che Euripide affida il prologo, ma allo stesso tempo è una risoluzione che ad Euripide non è sufficiente: pur essendo un modello positivo, Euripide continua ad indagare col suo intelletto acutissimo nel tentativo di districare le pieghe della realtà, nella sua inesausta messa in dubbio dei principi etici della società in cui vive.

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