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Euripide, Ecuba -Analisi e commento
AUTORE: Euripide TITOLO: Ecuba
DATAZIONE E ALTRO:rappresentata in una data incerta attorno al 424 a.C., ispirata alla figura di Ecuba, moglie di Priamo.
TRAMA: La tragedia è ambientata nel Chersoneso Tracio, dove gli Achei hanno stanziato l’accampamento di ritorno da Troia: è questo lo spazio della tragedia, in cui si avverte l’eco della distruzione della città, e della guerra, scena drammatica con cui convivono le prigioniere troiane. Il prologo della tragedia è affidato a Polidoro, uno dei figli di Ecuba, che fuggito presso Polimestore, tiranno del luogo, per salvare il tesoro di troia, all’alba della distruzione della città era stato ucciso dal tiranno stesso, che voleva impadronirsi del tesoro della città (da notare che nella versione iliadica egli viene ucciso da Achille). Gettato in mare, il corpo di Polidoro reclama una sepoltura, unico mezzo per accedere all’Ade. Per tre giorni il suo simulacro vaga sulla testa di Ecuba, per tre notti ne tormenta i sogni, presagio funesto di sventura, simbolo della futura morte di un’altra figlia, Polissena. Il personaggio di Polidoro annichilisce qualsiasi effetto di suspense: è egli che annuncia come in questo giorno Ecuba vedrà il cadavere di due figli; Euripide non distoglie l’attenzione dagli sviluppi, ma nel sotteso dell’affermazione prepara il terreno del dramma che si consuma inesorabilmente. Sconvolta dall’apparizione del fantasma, Ecuba esce dalla tenda, non con la certezza della sventura, ma col vago sentore che qualcosa di terribile stia per abbattersi su di lei. E quello che è solo impressione, si trasforma ben presto in verità: l’ingresso del Coro è sinonimo di sventura. Polissena, figli di Ecuba, per accordo dei Greci in assemblea, è stata condannata a essere immolata sull’altare di Achille, dopo che il defunto eroe aveva preteso che una donna fosse immolata per commemorarlo. In particolare, per l’uccisione di Polissena hanno votato i figli di Teseo, Demofonte e Acamante, e soprattutto l’arguto, e astuto Odisseo, travestito da demagogo sofista. Odisseo sta per strappare la figlia dalla madre. Il peso della sciagura atterrisce la madre, il cui dolore, già implementato dalla schiavitù, si riaccende e la madre chiama la figlia fuori dalla tenda per comunicarle la sorte che le è stata imposta. L’abnegazione della figlia, e soprattutto il forte senso materno, la spingono non a commiserare se stessa, ma anzi, a compiangere la madre costretta a partire altro dolore. Stoico sembra l’atteggiamento della giovane di fronte alla morte, eppure è quella stessa che sottolinea come almeno lei non sarà più obbligata a una vita di sofferenza: la morte come oblio. Morire è meglio che vivere (come per Andromaca nelle Troiane). Il quadro patetico è rotto bruscamente da Odisseo che irrompe sulla scena invitando Ecuba ad accettare la decisione dell’esercito. Allo sconforto immediato subentra la mente acuta, intelligente di una donna che in virtù del suo temperamento, sa ancora affrontare la situazione. E con quella Persuasione che successivamente riterrà l’unica disciplina che vada studiata, e che pure sempre manca, tenta di persuadere Odisseo a cambiare opinione. Un tempo Ecuba lo aveva salvato (quando Odisseo entrato nella città era stato riconosciuto, nonostante il travestimento da Elena, che l’aveva denunciato alla regina, la quale caritatevolmente, l’aveva risparmiato) e per questo chiede grazia per la figlia. Più giusto sarebbe immolare Elena, casus belli. La mutabilità della sorte dovrebbe essere deterrente per l’accusa a Polissena: chi ha potere non deve abusarne. La risposta di Odisseo è altrettanto lucida, ma priva di qualsiasi sentimentalismo, dettata dalla ragione politica: onorare i morti è mezzo per esortare i soldati, che sarebbero scossi se non venissero tributati i giusti onori a un guerriero morto. Irremovibile è l’eroe Acheo, rassegnata Ecuba. La donna incita dunque la figlia a pregare Agamennone gettandosi ai suoi piedi: l’eroe si tira indietro, ma la giovane nemmeno tenta di convincerlo: è consapevole del proprio destino, e se ne rasserena. Una donna cresciuta come regina non può diventare una schiava. La speranza del miglioramento, in vita, è una tortura. Meglio morire libera, e con dignità. Ecuba apprezza la figlia, ma vorrebbe morire anche lei, o addirittura sacrificarsi sul posto. Battute patetiche preludono all’addio definitivo. Ecuba si getta a terra, mentre Odisseo porta via la figlia, il Coro compiange il destino delle prigioniere; Elena viene maledetta. Entra poi in scena Taltibio, l’araldo, che convoca la donna a seppellire Polissena, e su richiesta di Ecuba (sigillata dai veli e con la cenere sul capo), descrive la fine dignitosa della figlia, che fiera della sua condizione di principessa troiana, mostra con altezzosità il seno, si mostra in tutta la sua bellezza agli Achei, in nome della libertà, quella di morire. Anche dopo essere stata colpita, la nobiltà della donna le permette di nascondere ciò che “gli uomini non devono vedere”. Il dolore di Ecuba, sempre più acuto, sempre più straziante, ritarda l’assimilazione della sofferenza, cedendo a riflessioni parasofistiche sul rapporto tra indole e educazione, parole che suonano stonate tra i pianti , e la commozione imperante. Eppure il dolore della donna emerge nuovamente, acquisisce senso della propria funzione, e si appresta a onorare la figlia. Ancora una sentenza sulla labilità della condizione umana e sulla necessità di accontentarsi di non patire sofferenze, e non ricercare la felicità. Il coro nuovamente riflette sulle cause della guerra. Il dolore che potrebbe placarsi, è destinato a non rasserenarsi. Una serva entra sulla scena, trasportando un cadavere velato: è Polidoro, trovato sulla riva . Dolore ad altro dolore (inizialmente Ecuba crede che possa trattarsi di Cassandra). La donna, ormai vacillante sotto i colpi dello strazio, è ormai impossessata da un solo desiderio: vendetta. È infatti chiaro che il colpevole dell’omicidio è Polimestore, avido di denaro. Allarmato dal ritardo, entra in scena Agamennone a sollecitare la donna a seppellire la figlia, Un lampo di lucidità spinge la donna a servirsi dell’eroe acheo per vendicare il figlio. La legge divina, quella dell’ospitalità obbliga l’eroe, ultimo baluardo della kalokagathia , a fare giustizia. Ecuba implora nel nome del nòmos divino ma Agamennone le volta le spalle. La supplica allora si sposta sull’ambito amoroso: lo prega in nome di Cassandra, sua concubina, e tanto da far divenire Agamennone suo intimo. L’eroe è costretto ad arrendersi alle richieste della donna, a patto che la sua complicità non sia palese, onde evitare qualsiasi tentativo di ribellione all’interno dell’esercito: formalmente Polimestore è alleato degli Achei, i troiani sono i nemici. Ecuba ottiene che la cerimonia funebre della figlia, complice il vento sfavorevole, sia rimandato, e in accordo con le altre prigioniere troiane decide di uccidere Polimestore. Manda dunque la serva a convocare Polimestore e i figli per un incontro, trappola mortale. Il Coro lamenta la caduta di Troia. Sopraggiunge Polimestore, ignaro della triste sorte che lo attende, il quale con assurda ipocrisia, e disincantata falsità, nasconde l’orrendo crimine da lui commesso, mentre la fredda e calcolatrice mente di Ecuba, dissimulando il dolore, riesce a impietosire poco a poco Polimestore, il quale, fidandosi biecamente entra all’interno della tenda delle prigioniere troiane senza alcun tipo di scorta. Pretesto dell’inganno è l’avidità dello stesso re: promettendogli di svelare il nascondiglio della ricchezza che era riuscita a portare da Troia, e fingendo di credere alle rassicurazioni sul figlio, le trame dell’inganno s’infittiscono, avviluppando un Polimestore fulcro dell’effetto scenico: la sua sorte, già conosciuta del pubblico, sta per disvelarsi in tutta la sua crudezza. Ecco che il Coro intona l’invocazione alla vendetta, e parallele le grida disperate di Polimestore che viene accecato dalle prigioniere troiane, e i cui figli, che l’avevano seguito, uccisi spietatamente. Ormai cieco, l’uomo erompe in tutta la feroce ferinità dell’uomo, travalica i vincoli della ragione, e si dimena impazzito, a colpire tutto e tutti, ovvero il vuoto che le prigioniere hanno creato intorno. L’unica vittima, di questa selvaggia risposta, è la tenda. Agamennone arriva e viene informato degli eventi. Ecco in scena il processo: Agamennone diventa giudici, Polimestore ed Ecuba le due parti, entrambi lese. Il re tracio confessa di aver ucciso Polidoro, ma, a quanto dice, lo aveva fatto per proteggere i Greci, per eliminare una potenziale minaccia, per poi lanciarsi nel racconto a tinte fosche di ciò che poco prima aveva subito, coronando la sua apologia con un’invettiva dal sapore terribilmente misogino. Non manca la pronta risposta della donna, che con la potenza dei fatti, e della ragione, smaschera le insidie del ragionamento sofistico di Polimestore, denunciando l’invidia, e l’avidità, motori delle azioni del re, causa dei conflitti. Agamennone, posto di fronte all’evidenza che il sacro vincolo dell’ospitalità è stato infranto, è costretto a condannare Polimestore: per lui, barbaro, è cosa da poco, ma per un greco è una questione di onore e di rispetto. Chiude la tragedia la condanna verso il re, vituperato persino da una serva. Eppure la conclusione non è felice, né tantomeno lascia spazio a una qualsiasi forma di serenità: Euripide annichilisce anche la serenità della giustizia. L’ultima parola è infatti la truce profezia di Polimestore, che privato della vista, sembra essere diventato nuovo vate: Ecuba precipiterà in mare, e il suo sepolcro sarà detto Cinossena; Cassandra sarà uccisa da Clitemnestra, così come Agamennone. L’arroganza dell’uomo ne accelera la morte, Ecuba seppellisce i figli, e Agamennone immagina un futuro sereno in casa. Il Coro chiude definitivamente la tragedia, ribadendo l’ineluttabile presenza della Necessità, che a essa tutto sottomette.

PERSONAGGI:
-Fantasma di Polidoro: il fantasma di Polidoro apre la tragedia. Ha funzione di prologo, ma nello stesso tempo è una voce ctonia, dell’oltretomba, che tinteggia immediatamente la tragedia con colori foschi, tragici, strazianti, oltre che introdurre l’importante tema della sepoltura, così urgente, così necessaria nella società arcaica. D’altra parte Polidoro è un simulacro, un’immagine, che funge da introduzione al clima surreale della tragedia, la quale, pur essendo quasi totalmente priva di dei, molto spesso sembra precipitare in un clima profetico intessuto dalle grida di dolore di Ecuba. Il fantasma ha inoltre la funzione di sottolineare come, se la Necessità implica l’accadimento di qualcosa, pur soprannaturale, tal evento necessariamente succede, umano o divino che sia. Non vi è modo di sottrarvisi. Da notare inoltre la causa della morte del giovane, la cupidigia, l’avidità, che molto probabilmente stavano corrompendo l’illusoria democrazia ateniese, in procinto di sgretolarsi sotto i colpi della peste, delle classi emergenti, e della guerra del Peloponneso.
-Ecuba: uno dei grandi personaggi euripidei, anzi delle eroine del tragediografo greco. Eppure essa sa assumere nelle varie tragedie che la vedono protagonista, sfaccettature sempre differenti. Ed è qui, nel dramma che si consuma sotto i suoi occhi, anzi, in se stessa, che la forza prorompente della donna emerge, o nelle grida disperate, o nelle macchinazioni più lucidi. L’unico nemico dell’ormai spodestata regina è la stasi: né i lamenti né la crudeltà la ingabbiano, né tantomeno l’amore per i figli. Tutto sembra convergere su Ecuba, che da madre sofferente si trasforma in nuova Medea, una creatura ctonia, crudele, violenta, calcolatrice, che pure nella ferinità delle proprie azioni, brilla di un’intelligenza acuta, fredda, di un’umanità che impedisce di odiarla, e anzi, ne giustifica le azioni. Sono piene di questa “tracotanza tragica” le eroine euripidee, di questo dramma sempre rinnovato che le muove all’azione. Due sono le morti che colpiscono Ecuba, due i figli che perde, mentre la ferita della schiavitù inevitabile fatica a rimarginarsi, e anzi, straripa in emorragia. Dolore su dolore a svuotare una donna colta in tutto il tragico parossismo della disperazione. Eppure la risposta non è l’” inattivismo”, ma, al contrario, la vendetta. Ultimo baluardo dell’uomo, ultima difesa prima di spegnersi nel delirio della follia, o meglio, ultimo rifugio dell’idea di poter agire, e quindi di speranza. La precarietà della vita umana, che in un ambito così bellico emerge a un primo sguardo, la consapevolezza della morte della propria discendenza e ancora, la sicurezza demolita, e ancor più un futuro inevitabile, e irrisolvibile, smembrano a poco a poco la donna, che costretta a vagare nell’accecante solitudine della consapevolezza, è lacerata dal conflitto tra la natura istintuale e quella razionale, vendetta e giustizia. Sempre che ci sia differenza nel dolore, sempre che la disperazione necessiti di raziocinio. Nell’esasperato abbattimento del fato sulla donna, nel lacerante scontro interiore tra dissociazione dal reale e presa di coscienza, vince la bestialità, la forza primordiale, che ormai priva di qualsiasi appiglio della ragione, si trasforma la tragedia in tragedia ella vendetta. È un’Ecuba caricata di connotati morali mai prima espressi, che vive nuovamente con grande forza drammatica, e nel misto di pietà e di orrore che accompagna la donna nelle sue azioni, si realizza quella catarsi che Aristotele tanto ricercava nelle tragedie, una purificazione inevitabile quando il pubblico si trova immerso nell’appiccicosa dimensione del dolore. Parallelo al delirio della donna, è la scomparsa delle divinità che se prima erano talora invocate, diventano soltanto un’imprecazione mancata, spettro di uno spettro inesistente. In Ecuba apollineo e dionisiaco vengono alla resa dei conti, in un rapporto ambiguo che risiede nella natura umana. Alcuni hanno voluto vedere nel personaggio di Ecuba una sorte di rito d’iniziazione di origine antica, terrestre, come lascerebbe presagire la profezia finale di Polimestore (Ecuba trasformata in una cagna rossa, forse Ecate), eppure è nella fragilità dell’equilibrio, nel contrasto tra passato e presente, nella non-accettata consapevolezza della propria limitazione umana, che la tragedia prende forma. Euripide dimostra un’acutezza psicologica impressionante, soprattutto se comparata al periodo storico in cui si trova a vivere. C’è però, prima di quest’Ecuba bestiale, un’altra donna che vive della vita dei figli: è l’Ecuba madre. Ed è questo spirito materno a sospingerla nella prima parte dell’opera, a muovere le sue azioni (si veda la supplica a Odisseo). Ma quando i figli muoiono e la madre non può più fregiarsi di questo titolo, “Ecuba, mamma pietosa e tenera, non è più in grado ormai di concepire alcuna pietà e tenerezza". Si è compiuta la metamorfosi. Questo è appunto ciò che la guerra produce nell’animo di una madre: la disumanizzazione, poi metaforizzata nella profezia della sua trasformazione in cagna. In preda alla follia omicida, Ecuba scatena il suo linguaggio da qualsiasi civile convenienza (1044ss., 1049ss.). I figli uccisi uccidono i figli, e il coro-polis finisce per alienarsi nella giustificazione della vendetta” . La dissociazione della donna, che raggiunge il culmine nel processo improvvisato assieme ad Agamennone, la porta a ridere della sorte di Polimestore, a compiacersi della vendetta. Eppure la motivazione che la donna adduce per far condannare il re tracio, sembrano rivelare una mente ancora lucida, un’Ecuba in realtà immutata, tanto il ragionamento è lucido. O forse è soltanto un altro strumento per raggiungere la vendetta, altra testimonianza di una donna che le prerogative umane, spesso cedono il passo, anzi, si assoggettano, a obiettivi dettati più dalle pulsioni che da un radicato raziocinio.
-Coro di prigioniere troiane: fondamentale è la funzione del coro, che con snervante, esasperata puntualità sopraggiunge a portare notizie nefaste, a ribadire la brutalità della scena, a congiungere sezioni che altrimenti sarebbe incoerenti. Il Coro tesse la struttura della storia, ora con sentenze brevi, incisive, ora rievocando antefatti, scene mitiche. Il lirismo che vive in tutta la varietà metrica dell’opera si alterna a scene di carattere più strettamente dialettico-agonale. Il Coro è orologio della vicenda: scandisce con canti preludio di dolore ciò che accadrà, segna il tempo, batte contro le porte dell’Ade, e le spalanca in tutta la bestialità dell’uomo. Da notare anche come esso agisce indipendentemente dalla scena, magari amplifica l’effetto patetico, ma non ne è mai così strettamente collegato, tantoché talora inserisce digressioni che denunciano, ancora una volta, lo scarso interesse di Euripide per la coerenza drammatica.
-Polissena: sul personaggio della giovane ragazza troiana s’innesta la riflessione umana dell’opera: meglio morire liberi, piuttosto che cadere in schiavitù. La nobiltà della giovane nel morire, la pietà verso la madre e l’accettazione, quasi serena della propria sorte, la ergono a punto di riferimento, esempio di coraggio e di nobiltà, di essere umano che non scende a compromessi con l’umiliazione. La morte sembra essere destino preferibile alla schiavitù, almeno garantisce la libertà del condannato. Polissena sa, ed è persuasa, che la sua educazione regale, sia inconciliabile col futuro a lei prospettato, ed è per questo che accoglie la morte. Senza timore, ma anzi impegnandosi per affrontarla con dignità, senza offendere se stessa, ma anzi tentando di mitigare con la sua nobiltà il dolore della madre. La scena dell’uccisione, raccontata dal messaggero, rimane scolpita nell’animo dello spettatore proprio per la meraviglia verso un’accettazione così sommessa, eppure così nobile, da disarmare. Il dialogo tra la figlia e la madre è straordinario proprio perché il dramma non è già, ma si sviluppa sotto i nostri occhi, in una vertigine patetica destinata a scontrarsi contro la ferma risoluzione di Odisseo, che non si lascia smuovere. Polissena diventa dunque una delle tante vittime della guerra, dirette e indirette, senza però scadere nell’autocommiserazione, che nel gioco del rovesciamento euripideo meglio si confà a Ecuba. Paradossalmente è la condannata a morte a consolare gli altri, proprio perché è lei ad aver raggiunto la serenità, ovvero l’aver accettato il proprio destino. Ed ecco che la sofferenza non sta nel dolore in sé, ma nel rapporto che ognuno istaura con l’angoscia. Polissena dopo tutto è felice: potrà incontrare Ettore e Priamo. L’ultimo atto, che è forse il più importante, è il non cedere, il non infangare la propria fama, rendere orgogliosa la madre, e mantenere la propria integrità. E le mani di Ecuba che si levano a salutare la figlia, sono simbolo di una costante tipicamente umana: il non voler accettare ciò che deve accadere, lo scavalcare, se necessario anche la volontà altrui, tutto “semplicemente” per non soffrire. Eppure se già si prova dolore, la spersonalizzazione che la guerra impone, non è ancora realizzata. Polissena si trasforma in agnello sacrificale, bellezza e nobiltà che il furore cieco della guerra non esita a cancellare.
-Odisseo:l’eroe versatile, abile nella parola, ingannatore, è assunto all’interno ella tragedia a due funzioni: la prima evidente dalle battute dei personaggi è di rappresentare i sofisti, i demagoghi che nell’Atene del V secolo controllavano le folle, facendo trionfare la vuota retorica sull’evidenza dei capaci, capaci di piegare ai propri intenti le folle, così da ottenere privilegi . Odisseo è un “arringatore di folle e [.] lusinga le moltitudini”. È inoltre il sobillatore, che elogia la patria, ne mette in luce tutti gli aspetti positivi tralasciando le difficoltà, che riceve onori e che non muta opinione e che di fronte alla verità dei fatti, dei sentimenti, si volta così come Odisseo evita la supplica di Ecuba e di Polissena. Odisseo è il simbolo di una nuova società quella dell’illusione, dell’inganno, della parola “sofistica”, pronto a condannare la più giusta in nome della convenienza personale. È la nuova Atene che dovrà vagare alla ricerca di se stessa, come Odisseo dovrà vagare vent’anni, trovando però una patria totalmente mutata. Ed Ecuba, l’Atene classica, sarà invasa da stranieri, e andrà incontro alla sconfitta, pur lottando, in nome però non dell’onore, ma della vendetta. Un qualcosa di brutale, animalesco. La seconda funzione, magari meno evidente, ma ugualmente importante, è quella di rappresentare un’etica arcaica, quella dell’onore, della fama, ormai anacronistica, cui però più volte fa riferimento a voler sottolineare come nell’Atene post-classica era cambiato tutto, e quindi niente. D’altra parte non si può sottovalutare anche la valenza patetica dell’episodio tra lui ed Ecuba, che nella drammatica contrapposizione tra beneficio ricevuto, e un altro (per compensare) quanto mai incerto, nasconde la presenza di Polissena, falsa disinteressata, pronta a lacerare il dialogo distaccato dei due, con tutta la carica drammatica che contraddistingue il personaggio. Una parentesi, dunque, che ritarda il passo verso l’abisso della disperazione. Quella di Odisseo è un’etica arcaica la cui drammatica contemporaneità con gli ultimi spasimi di Atene sono rivelati con crudo disincanto da un Euripide ancora una volta in grado di analizzare a fondo i problemi di una città ormai compromessa, e dalla retorica e dalla guerra. La patria delle arti e della letteratura che ucciderà Socrate e che nella tragedia uccide Polissena.
-Taltibio: è la società maschile, è l’annuncio improvviso della sventura, messaggero foriero di dolore e sofferenze. Eppure è un uomo qualunque, privo dell’irremovibilità eroica e dunque capace di impietosirsi. Il suo racconto della morte di Polissena è straziante eppure meraviglioso proprio perché raccontato da un uomo impietosito dal sacrificio della giovane. Le sue parole sono dolore che si mescola a sofferenza, parole che battono contro un destino di sventura, primo passo verso la follia, l’accecamento. Ogni parola di Taltibio è un passo irreversibile verso l’accecamento, verso la sventura; ogni periodo un abisso che si avvicina.
-Serva: ruolo apparentemente minore, che pure si palesa in tutta la sua drammaticità; le parole della serva sono l’improvviso, l’inaspettato, dolore che si somma ad altro dolore, un pieno di sofferenza che gli argini del cuore non riescono a sostenere, o che meglio la mente si rifiuta di accettare, rifugiandosi sotto veli, sotto la cenere. La morte di Polidoro, così inaspettato per la madre, è un baluardo crollato, la speranza distrutta. Nella mente della donna tutto perde significato, quasi che la vendetta si sobbarchi di un immenso onere: essere scopo della vita, obiettivo inappellabile.
Agamennone: è l’orgoglio guerriero, ma anche (e soprattutto) il rappresentante della giustizia. Quando le divinità vengono a mancare, la dike si trasforma in qualcosa di terreno, umano, che prescinde dalle azioni, e risente della natura. Nel giudizio finale, in cui Agamennone s’improvvisa giudice senza giuria, altro smacco alla “democrazia” ateniese, la giustizia non è divinità ma brutale, animalesca, è la dike che si trasforma in tisis. Un’equità dunque puramente, terribilmente umana. Agamennone non rifugge i suoi impegni, ma anzi a essi fa fronte, seguendo una Legge che non è divina, ma apre scritta nel patrimonio genetico dell’uomo. Eppure anche Agamennone si dimostra strettamente connesso a un’etica arcaica che però rispetto a quella di Odisseo è nobilitata da un ideale di rettitudine che all’occhio sofistico sfugge: è per questo che seppur riluttante Agamennone accetta la proposta di Ecuba: è sufficiente che egli non sia l’artefice materiale, per il resto egli sarà prima complice poi giudice. Non tanto per evitare i sensi di colpa, l’etica eroica non lo permetterebbe, ma per mantenere il controllo dell’esercito. Eppure nel giudizio di Agamennone, nella punizione del colpevole, qualsiasi serenità è gravata da un peso opprimente, un’inquietudine soffocante che non dà adito a distensioni. Agamennone afferma: ”Se Polidoro mi è caro, questo non c’entra e niente ha a che fare con l’esercito” (859-860), a ribadire “l’amara constatazione di Euripide sulla schiavitù storica dell’uomo, costretto a tradire i vincoli naturali, fondamenti del suo essere.”
-Polimestore: la parabola tremendamente discendente di cui Polimestore è vittima (il passaggio inesorabile da re vittima) è parallelo a quello che ha portato Ecuba alla tenda delle prigioniere troiane. Ancora un esempio di rovesciamento. Polimestore è il re crudele, avido, sfrontato, privo di inibizioni, che pure deve scontare la propria colpa. Tuttavia nel passaggio della donna da vittima a carnefice, la giustizia che domina è vendetta ctonia, brutale, dazio di sangue, ormai lontana da qualsiasi connotazione divina. E’ una giustizia umana, che nell’essere uomo trova la propria compitezza, senza legarsi all’illusoria pretesa di equità assoluta. Nella scacchiera delle relazioni umana l’onestà morale cede sempre il passo agli impulsi più profondi dell’uomo, alla vendetta, vera catarsi della tragedia. Ed ecco che il dolore di Ecuba trova sfogo: l’assimilazione implosiva della sofferenza crepa le già martoriate pareti del raziocinio, esplodendo, con veemenza, a colpire l’unico responsabile, a cercare di trovare non solo un significato, ma anche la giusta punizione per un’afflizione che non ha nulla di razionale, anzi, pare accanimento. Eppure Euripide non indugia, e con la solita acutezza psicologica scandaglia il complesso reticolato psicologico entro cui si muovono i personaggi: Polimestore, assassino punito, si maschera da agnello sacrificale del furor umano, dall’altra Ecuba, vittima colpevolizzata, diviene strenua paladina della giustizia, questa volta con aspirazione superiore, nel tentativo di approdare a una vendetta definitiva. Nella liquida dimensione dell’illusione, nel mondo mellifluo dell’inganno, del carnevale doloroso dell’animo, l’assassino cerca alibi, la vittima reclama un tributo di sangue. È un Ecuba ferina, bestiale, brutale, scarnificata. È un Polimestore docile, insulso, che pur nel ribrezzo dello squallido, non può non suscitare compassione: è un padre mutilo. L’aspirazione a una giustizia superiore si risolve però in una risoluzione puramente umana. Da notare, infine, come Polimestore, divenuto cieco, sia si trasformi quasi in Erinni vendicativa, o meglio, in profeta, tanto da predire ciò che accadrà e a Ecuba e ad Agamennone. Tutto ciò favorisce una sua più rapida condanna, eppure nelle sue parole riecheggia quella necessità, o meglio, fatalità che è il centro pulsante della produzione di Euripide. Nello scontro tra “tùche” e volontà prende forma la tragedia euripidea, che è in definitiva dramma interamente umano.


Tematiche:
L’azione dell’Ecuba euripidea si muove sullo sfondo di una guerra, mitica e reale, tra le cui spire brilla l’abbagliante splendore di ritratti luminosi e tremendi, intagliati nello spesso tessuto della sofferenza, del disgregamento della propria personalità, dell’essere uomo. E non può essere una semplice casualità che siano i personaggi femminili a dominare la scena, o per lo meno a costruirne i tratti salienti, o la struttura fondante. Da un lato la dissoluzione dell’humanitas latina (la philantropia greca), dall’altra le grida silenziose di un disfacimento sociale cui il poeta tenta di mettere in guardia. Nel miscuglio composito ed eterogeneo di queste istanze differenti, nella mitologia euripidea tragicamente in bilico tra umanità e disumanizzazione, emerge n un pessimismo inoppugnabile, che non va però confuso con l’inattività, o peggio col nichilismo. Quello di Euripide è un monito a una società, quella Ateniese, che dimentica della sofferenza arrecata dai conflitti, è incapace di evitare una fine dolorosa che pare però inevitabile. Fulcro dell’intera tragedia è la sfiducia nell’iper-razionalismo, nella capacità della mente umana di penetrare negli anfratti più oscuri della realtà, o negli abissi più inconfessabili del logos cosmico. D’altra parte la riflessione euripidea non è priva di connotazioni filosofiche, né tantomeno storiche, o psicologiche. Eppure per un lettore moderno la distanza tra i mondi pare incolmabile, più volte confermata da passaggi di narrazione bruschi, sconnessi, tormentati come doveva essere il pensiero dello stesso Euripide, ammantati da quel senso di tragico che è insieme aspirazione dell’uomo greco e terrore dell’uomo moderno.
Sconcertante pare il divario che separa l’apogeo ateniese, l’epoca periclea della vittoria della forma sulla materia, dell’uomo greco sul barbaro, così icasticamente e simbolicamente scolpito nella pietra del Partenone. Eppure i capolavori dell’arte fidiaca s’infrangono nel delirio della peste, nella dissoluzione di quella sicurezza di cui l’uomo greco sembrava unico latore. Allo sguardo brillante dello statista Pericle, si contrappone lo strascico di sventura e morte ribaditi dalla guerra del Peloponneso. Smembrata dagli orpelli sofistici, la fama della democrazia svela tutta la sua contraddizione, che Euripide abilmente pone in luce nel personaggio di Odisseo. Su tale sfondo storico si muove il dramma di un popolo, che dall’individualità si dilata fino a divenire simbolo di tutta un’umanità, condensata, quasi con antitesi, ma con incredibile effetto drammatico, nel personaggio femminile di Ecuba, sbocco di una parabola discendente da madre a donna, sino a precipitare negli abissi della follia. E’ innegabile come la componente affettiva nei confronti delle donne sia radicalmente connesso a Euripide, e costituisca uno dei punti cruciali di alcune sue tragedia. Un sentimento, anzi, un rapporto, che non può essere soltanto ridotto a femminismo, o a ribellione nei confronti dei dettami sociali tendenzialmente misogini; una relazione le cui fondamenta risiedono in vicende biografiche che rimangono per noi largamente sconosciute, e la cui presenza sembra essere però matematicamente certa.
Evidente è che in Euripide essa riveste un ruolo basilare, e spesso si fa portavoce delle istanze umane più intrinsecamente sentite. Insomma la figura della donna come emblema dell’uomo in rivolta verso la storia, verso la guerra, verso una contemporaneità che pare in disfacimento.
Il primo esempio di relazione tra donna e società risulta evidente dal dialogo tra Ecuba e Odisseo, che nemmeno così velatamente, allude al rapporto tra verità e istanze sofistiche, incarnate nella figura dell’eroe astuto, multiforme, abile nell’utilizzo della parola, nell’inganno dei sofismi. Disarmante è l’esito della dialettica: l’inganno della parola trionfa sul sentimentalismo, e firma la definitiva condanna di Polissena; eppure, nello stesso tempo, è una retorica che fugge dalla franchezza delle emozioni, dall’autentico spirito di sacrificio che risiede nelle istanze più profonde dell’essere umane, le quali, pure, sfociano in una nobile morte. Non è un caso che Odisseo distolga il mento dalla supplica della donna, simbolo tragico di una scienza della parola che teme la franchezza. E considerando che alla fine Polissena è condannata, la nobiltà si fa agnello sacrificale sull’altare della vacua sofistica, del raggiro dell’altro. Quasi antesignana di quella socratica, la morte della fanciulla è accelerazione verso un’ulteriore rovina . Non è un caso che Ecuba giunga a elevare la retorica come unica arte degna di essere appresa, in una digressione così tecnica, così formale che se non fosse per la tecnica associativa classica, farebbe pensare a un’interpolazione volta a spezzare la tensione drammatica fin qui crescente. Al dolore della moglie che ha perso il marito, si sostituisce quello della madre che perde la figlia, sofferenza che non ancora paga stracolma di nuova disperazione all’annuncio già preannunciato della morte di Polidoro: al barlume cognitivo di una maternità volatilizzatasi, si sostituisce l’annientamento di sé, la disumanizzazione: Ecuba si trasforma in cane, e reclama soltanto vendetta, l’unico sentimento in grado di attecchire in un terreno martoriato dalla sventura, dal corso implacabile del destino. Simbolo di questa rabbia, di quest’odio, di quest’accecamento è la sventura che nel sovrabbondante si concretizza nell’accecamento di Polimestore e nell’uccisione dei suoi figli. Una vendetta che coagula tutte le prigioniere troiane, coltellate che trafiggono il corpo, e dissanguano la misura. Polimestore, ormai privato del titolo di padre, si trasforma in un’anima penosa, che pure non rinuncia a una vendetta “a parole”: il processo. Un tribunale improvvisato, totalmente terreno, quasi dimenticato dalle divinità, qui presenti soltanto come uno scorrere continuo di eventi: il destino. In un parossismo crescente, le due versioni, quelle di Ecuba e di Polimestore battono, chiodo su chiodo, verso un’inevitabile condanna. E se quella umana colpisce Polimestore, verte sui sentimenti sino alla giustificazione di un omicidio, quella divina, ovvero il destino, miracolosamente apparsa sulla bocca del condannato, sembra punizione inevitabile, una condanna superiore, annuncio della fatalità. Secondo le parole dello stesso condannato, la giustizia si trasforma in “baccanti di Ades”, in un delirio si sfrenatezza, che sembra nuovamente calcare la mano sul lato sacrale della tragedia greca, in quello che pare un rituale misterico in perenne conflitto tra apollineo e dionisiaco, volontà e immaginazione, ribadendo ancora il concetto di condizione tragica. Va ancora ribadito che questa giustizia superiore non coincide con la dike di Eschilo, ma con un destino nei confronti di cui l’uomo è costretto a fare i conti. Amara la conclusione: uomo è schiavo del denaro, della sorte, delle crudeli donne .
Alla soddisfazione per la vittoria si sostituisce un desolante panorama di vinti, sconfitti da una guerra che non risparmia né le vittime né i carnefici, il cui esito è un delirio animalesco, brutale, che poco ha da spartire col furore estatico bacchico.

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