La lezione morale dell’estratto potrebbe in effetti apparire in chiave egoistica, poiché ogni persona dovrebbe coltivare se stessa e dunque restare quasi testardamente chiusa in se stessa, a nutrirsi del suo ego, perché per ognuno dovrebbe contare soltanto il proprio giardino. In realtà, Voltaire non voleva davvero arrivare a una condizione del genere, poiché sin dalla formula, resa impersonale, utilizza l’aggettivo possessivo plurale “nostro” giardino. E non a caso. Il miglioramento di se stessi, il rinverdire del proprio giardino non è fine a se stessi, poiché se tutti si impegnano per migliorare la propria persona, la propria “isola sociale”, non gioverebbe soltanto ai singoli individui, ma al mondo tutto. Perché Candide, e dunque Voltaire, non desidera un giardino più rigoglioso, produttivo, migliore e bello, ma un mondo, con le medesime qualità.

La vita è, a definirla alla maniera di Orazio, un mare in tempesta, eterogenea, difficile e imprevedibile. E se per questo i “remi” per restare a galla erano i precetti filosofici secondo il suo eclettismo, per Martino l’unico “remo” è il lavoro. Il lavoro che porta a distrarsi dai reali problemi dell’uomo, che sono quelli quotidiani, quelli esistenziali. Non sarebbe stato sicuramente d’accordo Pascal, il quale condannava chiunque non si desse pensiero sui problemi esistenziali, i più nobili, i più importanti ed essenziali per l’uomo, che fugge da questi con attività quali il lavoro o, a essere più generali, il divertissement, inteso non in senso edonistico, ma come oblio e stordimento di se stessi.

Il divertissement, che illude l’uomo, che lo rende disincantato e non gli fa accorgere del tempo che passa, della morte che arriva, che lo distrae dalla noia, poiché solo nella noia l’uomo è se stesso ed è nelle condizioni adatte di ragionare sul senso della vita o della morte e trarne giovamento.
Pascal è in contrasto con l’intera opera, poiché ha una concezione pessimistica della realtà e dell’uomo, inteso come un individuo tra tutto e il nulla, compreso tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.
Abbiamo, dunque, il contrasto tra Martino, che con la sua frase “travaillons sans raisonner, c’est le seul moyen de rendre la vie supportable” definisce il bisogno dell’uomo di salvarsi dalla sua condizione mediana, difficile, instabile e dolorosa, distraendosi con il divertissement (lavoro) ed escludendo il ragionamento sui problemi umani e filosofici che fanno apparire tutta la debolezza dell’uomo, e Pascal che, al contrario, abbandona in maniera totale il divertissement fino a condannarlo, poiché l’uomo non deve aver paura della noia, di confrontarsi con se stesso, di misurarsi con se stesso, di apparire debole, piccolo o difettoso.
La noia sola conferisce la giusta situazione per interrogarsi sui problemi filosofici e di coltivare il proprio giardino. Se si lavorasse senza ragionare, l’affermazione di Voltaire che dà il nome al brano “il faut cultiver notre jardin” sarebbe vera solo in parte, e cioè soltanto in maniera letterale, poiché si deve effettivamente e letteralmente coltivare il proprio giardino per distrarsi dai problemi che rendono la vita insopportabile. Ma se la frase viene intesa in un senso filosofico e come insegnamento morale, allora, in maniera assoluta, l’uomo non deve mai, in nessun caso, abbandonare la ragione, e mai, in nessun caso, deve coltivare se stesso se prima non ha imparato a conoscersi a fondo, a conoscere la propria vocazione, la propria essenza, il proprio talento, la propria voce.

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