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Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro (Forlì) nel 1855. La sua fanciullezza la trascorse nelle native campagne romagnole e dai sette ai dodici anni studiò nel collegio “Raffaello” che dovette lasciare in seguito alla morte del padre, ucciso da sconosciuti, mentre tornava dalla fiera di Cesena. La sua fanciullezza fu segnata anche da altri dolori e lutti familiari. Un anno dopo la morte del padre, morì anche la madre per un attacco cardiaco e la sorella di tifo; nel 1871 il fratello Luigi morì colpito da meningite. Dopo la morte del fratello Luigi, Giovanni si trasferì a Rimini, insieme ai suoi tre fratelli e due sorelle, le due sorelle però vennero chiuse in collegio per ben dieci anni. Frequentò il liceo classico; terminò gli studi a Cesena dopo aver fallito a Firenze. Nel 1876 morì anche il fratello maggiore, Giacomo, anch’esso di tifo. Nel 1891 pubblicò la sua prima raccolta poetica, Myricae e nel 1903 pubblicò Canti di Castelvecchio, ed altre poesie.
Nel 1905 successe Carducci alla cattedra di Letteratura a Bologna. I temi della sua poesia si basano su vicende autobiografiche ed esperienze personali. Accanto ai momenti del vissuto familiare, compare però un altro elemento importante, l’ambiente romagnolo e contadino, a cui il poeta apparteneva e ne rimase legato per tutta la vita. La poesia di Pascoli è una poesia apparentemente semplice, perché essa tratta argomenti semplici e quotidiani. Tuttavia, sarebbe sbagliato considerarla semplice o di facile comprensione. La poesia di Pascoli infatti è allusiva, quasi sempre la realtà che intende il poeta va oltre a quello che gli altri vedono o sentono. Pascoli fissò le linee della sua poetica in uno scritto apparso nel 1897, “ Pensieri sull’arte poetica” che poi nel 1902 prese nome definitivo come “Il fanciullino”. In questo scritto Pascoli descrive la psicologia e il comportamento di un bambino alla scoperta del mondo, quindi ogni nuovo oggetto che vede, ne rimane stupito e paragona così i poeti ai bambini.
X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!
Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggiero.
E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.
Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
Quando partisti, come son rimasta!
Come l'aratro in mezzo alla maggese.
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