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Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, oggi in provincia di Forlì Cesena. La sua esistenza fu presto segnata da una serie di sventure che causarono in lui un tenace attaccamento alla vita, alle persone e alla
famiglia, sentita come rifugio dall'ostilità e dall'incomprensione del mondo esterno. Di tale atteggiamento avrebbe profondamente risentito la sua poesia, imperniata sugli affetti familiari. Verso il 1895 ebbe inizio la sua carriera universitaria a Messina, a Pisa e a Bologna, come docente di Letteratura italiana.
Sempre nel 1895 Pascoli si stabilì con la sorella Mariù a Castelvecchio Barga,presso Lucca, lontano dall' odiata vita contadina: un definitivo ritorno al sereno mondo della campagna , da sempre vissuto come sede dei sentimenti più
autentici. La produzione pascoliana è molto vasta. Risale al 1891 la prima edizione della raccolta Myricae, a cui seguirono poi i Canti di Castelvecchio (1903) e i Poemi conviviali (1904) . In Odi e inni (1906) e Nuovi poemetti postumi, il poeta allargò le sue tematiche , affrontando anche storici e civili. Per quanto riguarda l'opera: La raccolta Myricae (parola latina che significa "tamerici", piccoli arbusti) comprende pià di 150 poesie, spesso

brevi, che tratteggiano suggestive scene di vita campestre e quadretti naturalistici, dai quali affiorano sensazioni e ricordi struggenti, ora di intensa dolcezza, ora di lacerante sofferenza.

Le due liriche

Le liriche si caratterizzano anche per l'approfondita ricerca lessicale (e questo lo ritroviamo nelle poesie di Pascoli): ogni cosa - piante, animali, oggetti e attrezzi d'uso contadino - è indicata con il suo nome specifico,
tanto da costituire un repertorio terminologico assolutamente nuovo rispetto alla consueta poetica.
La poesia pascoliana non è di tipo realistico, dal momento che ogni particolare colpisce l'attenzione del poeta per la sua carica simbolica. La musicalità dei versi è determinante soprattutto dal ritmo spezzato della sintassi, dall'insistenza dell'onomatopea e dall'uso di rime, assonanze e allitterazioni. Le brevi liriche , scritte a distanza di qualche anno l'una dall'altra e costituite da poche, potenti pennellate impressionistiche, ci introducono significativamente nell'universo pascoliano. Nella prima , l'improvvisa, vivida luce di un lampo rivela l'immagine di un paesaggio sconvolto e atterrito dalla violenza del temporale. Spicca, in contrapposizione , l'immagine della campagna
bianca bianca, unico rifugio dove sottrarsi al male che domina l'universo. Nella seconda , il poeta riconferma l'identificazione del male nel temporale. Tuttavia l'immagine consolatoria della madre e della culla appaiono
come simboli di sicura protezione e di originaria innocenza.

Il Lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.


Il Tuono

E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì, di madre, e il moto d'una culla.

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