Il mare, da Ugo Foscolo a Eugenio Montale


Ho scelto di parlare del mare perché, secondo me, è un elemento fondamentale anche nella letteratura italiana. Fin dai tempi antichi, i grandi autori dell’antica Grecia narravano del mare anche come uno degli elementi principali dei loro racconti come, ad esempio, Omero ha parlato del mare nell’Odissea. Nel ‘900 si hanno esempi del mare nelle poesie della letteratura italiana fin da Ugo Foscolo, che ne ha parlato nella poesia “A Zacinto”: in questi versi, infatti, il poeta ricorda l’isola greca di Zacinto (oggi Zante) in cui è nato e da cui è stato esiliato, e si paragona a Ulisse, con la differenza che lui riuscì a tornare in patria, mentre il poeta non toccò mai più le sacre sponde.
Giacomo Leopardi (1798-1837), nella sua poesia “L’infinito” scrive:
“e il naufragar m’è dolce in questo mare”
In quest’ultimo verso il poeta vuole comunicare che per lui è dolce perdersi, abbandonarsi nel mare dell’infinito. In questo caso “l’abbandonarsi nel mare” è una metafora, perché il mare può essere visto come l’infinito: qualcosa che affascina e spaventa allo stesso tempo. Le poesie di Leopardi hanno spesso la caratteristica di avere una morale pessimistica: il “pessimismo cosmico”, in altre parole l’infelicità di tutti gli esseri viventi causata dalla natura, è uno dei temi dominanti delle poesie di Leopardi.
Anche il poeta e scrittore Giovanni Verga ha parlato del mare, nel suo romanzo “I Malavoglia”. Giovanni Verga è nato a Catania nel 1840, seguì gli studi nella sua città, iscrivendosi alla Facoltà di Legge, che poi non terminò per dedicarsi all’attività letteraria. Nella sua vita seguì molto le vicende politiche e, una volta trasferitosi a Firenze, aderì alla corrente letteraria del Verismo. In seguito si trasferì a Milano, dove scrisse i suoi romanzi più importanti. Infine si ritirò in un isolamento volontario a Catania fino alla morte, nel 1922.
Il suo romanzo “I Malavoglia” fa parte del ciclo di romanzi “I Vinti”, mai portato a termine. Il romanzo racconta la storia di una famiglia Toscano, detta “i Malavoglia”. Era una famiglia di poveri pescatori, travolta da tante disavventure e disgrazie. Avevano una barca chiamata “Provvidenza”, a cui affidano le sorti della loro vita, ma la “Provvidenza” naufraga, trascinando nella rovina l’intera famiglia. Nel romanzo molte altre disgrazie colpiscono i Malavoglia, come la morte dei due figli e le cattive sorti di quasi tutti i parenti della famiglia. L’intera storia è ambientata ad Aci Trezza, un paesino vicino a Catania.
Un altro importante poeta che ha scritto del mare è Giovanni Pascoli, nella poesia appunto intitolata “Mare”.
M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?
In questa poesia, appartenente alla corrente del Decadentismo, Pascoli descrive il paesaggio che vede dalla finestra: vede il mare, le stelle, le onde e la luna riflessa sul mare, che paragona a un bel ponte d’argento. Il ponte dà serenità alla natura circostante, ma non riesce a coinvolgere Pascoli che, immobile di fronte alla natura, non riesce ad essere felice. Pascoli, in questa poesia, ci può far riflettere sui “grandi misteri della vita”.
Il mare è presente anche nelle poesie di Giosuè Carducci (in “San Martino” e in “In riva al mare”) e nelle poesie di Gabriele D’Annunzio (in “La pioggia nel pineto” e nella poesia “L’onda”). La poesia “L’onda”, pubblicata per la prima volta nell’Alcyone (una delle tre raccolte poetiche di D’Annunzio), è una delle più famose liriche di Gabriele D’Annunzio.
Agli inizi del ’900, il poeta fiorentino Aldo Palazzeschi, scrisse una poesia intitolata “Mar grigio”. In questa poesia il poeta guarda il mare che riflette il cielo grigio, e lo paragona a “un'immensa lamiera d'argento brunastro”. Si stupisce dalla tranquillità di quel mare così calmo, dove non passano né navi né barche e, mentre lo fissa, estasiato, pensa a quale acqua potrebbe formarlo. È forse quella scesa dai monti, o magari quella caduta dal cielo?
In questa poesia è introdotto il dialogo, nello schema domanda-risposta, nei versi: Ma c’è questo mare? Ma c’è? Sicuro che c’è! Andando avanti nella “linea del tempo”,in Italia, nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, si afferma l’Ermetismo: la più alta espressione poetica del Novecento. L’Ermetismo non è un vero e proprio movimento letterario, ma un atteggiamento assunto da un gruppo di poeti. Il nome di questo “atteggiamento” deriva, probabilmente, dal dio greco Ermes, considerato “dio dei misteri”, ed è coniato dal critico Francesco Flora, per evidenziare la difficoltà di comprensione di questo tipo di poesia.
I poeti cosiddetti “ermetici” intendono la poesia come un momento di folgorazione e come intuizione improvvisa del mistero della vita. Di conseguenza le loro poesie sono molto brevi, essenziali, senza punteggiatura, e perciò in grado di trasmettere sensazioni straordinarie.
I poeti ermetici, nelle loro opere esprimono il senso di vuoto, il loro male di vivere in un’epoca scossa da tragiche esperienze sociali e politiche, come quelle della Prima guerra mondiale e del ventennio fascista.
I poeti ermetici più rappresentativi sono Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale.
Tutti questi poeti hanno parlato del mare almeno in una loro opera: Giuseppe Ungaretti, nella sua lirica “Finale”, l’argomento è appunto il mare, che non sussurra, e che il poeta paragona a un campo senza colori, in assenza di sogni. Ungaretti con la struttura della poesia e con il suo lessico riesce a creare nella mente del lettore l'immagine che descrive.
Anche Salvatore Quasimodo, poeta di origini siciliane nato nel 1901 e morto nel 1968, parlò del mare nella sua poesia “S’ode ancora il mare”, ma il poeta contemporaneo che l’ha maggiormente omaggiato è stato Eugenio Montale, che gli ha dedicato un’intera “serie” di poesie, inserita nella raccolta “Ossi di seppia”, dal titolo “Mediterraneo”: si tratta di un dialogo tra il poeta e il mare in cui il primo appare necessariamente sottomesso del secondo e in cui il mare, ancora una volta, viene presentato come un elemento ambiguo che attrae e incute timore allo stesso tempo.
Per concludere, è interessante sottolineare come oggi, sebbene l’uomo non creda più negli Dei o nei mostri marini, il mare venga ancora considerato, in letteratura, come un elemento oscuro che si presta ad essere caricato di significati allegorici anche negativi. Anche se il mare è anche al centro di opere che lo esaltano per la sola sensazione di pace che trasmette. Sono i due volti di una stessa medaglia. Possiamo chiamarli come vogliamo: amore e odio; tranquillità e inquietudine; vita e morte; o, più semplicemente, “mare”.
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