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Vico, filologia-filosofia

La filologia offre la concretezza perché, mediante documenti e testimonianze, presenta i fatti accaduti nella loro particolarità; la filosofia fornisce l’universalità perché, penetrando i fatti nelle loro intime ragioni, ne spiega il significato e coglie i principi eterni dello spirito umano attraverso il suo operare. In questo modo filologia e filosofia sono intimamente unite e si completano a vicenda per cui il fatto (il certo, la filologia) si invera con la filosofia ed il vero (la filosofia) si accerta con la filologia in modo che giustamente Vico può asserire che verum et factum convertuntur.
Vico osserva che, nel passato, filologi e filosofi hanno mancato per metà avendo lasciato separate e divise filologia e filosofia: i primi sono rimasti chiusi nell’ambito del particolare e del soggettivo perché hanno rifiutato di applicare alle proprie esperienze le ragioni filosofiche; i secondo sono caduti nell’astrattezza perché hanno ricusato di convalidare i loro principi filosofici con fatti particolari. Così hanno mancato Tacito e Platone. Tacito ha esaminato la storia da filologo perché ha esposto semplicemente gli avvenimenti, trascurandone le ragioni ideali; Platone, da filosofo sognatore, ha immaginato una repubblica utopistica, non tenendo in alcun conto la realtà concreta.


Anche Vico immagina che la storia dell'uomo sia stata attraversata da tre epoche, che si ripresentano eternamente le stesse: per questo è illustre la sua teoria dei "corsi e ricorsi storici".


La prima età è caratterizzata dal senso, dalla passione e dalla violenza, per cui gli uomini, simili ad enormi bestioni, sono dominati dalle impressioni immediate ed agiscono trasportati dall’istinto incontrollato. Non possiedono ancora un linguaggio articolato e comunicano mediante gesti, disegnando con geroglifici ciò che intendono significare. Abitano spelonche e caverne e più tardi scoprono l’uso rudimentale della pietra. Si formano una famiglia, di cui il padre è re e sacerdote. Considerano i fenomeni naturali, che non riescono a comprendere, come manifestazioni della divinità alla quale offrono sacrifici con l’intento di placarla e di propiziarsela, preoccupati dal timore della vendetta: sorge così la religione. Simbolo di tale età è Polifemo.
Questo è lo stato primitivo dell’umanità: primitivo non solo perché è anteriore cronologicamente agli altri successivi, ma anche perché è originario e permanente nella vita umana in quanto rimane come fondi indistruttibile che può essere frenato e superato, ma non distrutto.

La descrizione di questa età ferina riprende la concezione dello stato di natura di Hobbes.

Scrive Vico nella "Scienza nuova": "La prima natura fu creatrice, lecito ci sia dire divina, la quale ai corpi diede l'essere di sostanze animate di dei, e gliele diede dalla sua idea."


La seconda età è caratterizzata dalla fantasia, mediante la quale gli uomini, non riuscendo ancora a dominare le impressioni sensibili ed a renderle chiare con la forza della ragione, esprimono la loro meraviglia e la loro commozione con le forme del linguaggio, della poesia e del mito, che costituiscono la sapienza poetica dei popoli, cioè la creazione spontanea ed immediata, priva di riflessione.
In questa età coloro che si sentono deboli e indifesi si affidano alla protezione dei più forti e diventano famuli o clienti. I più forti, che sono chiamati eroi e considerati semidei perché discendenti dalla divinità, danno origine così a governi aristocratici.
Le passioni non vengono distrutte ma sono regolate e rivolte allo sviluppo ed al progresso: dalla ferocia nasce l’eroismo, dall’avarizia deriva l’attività economica, dall’ambizione trae origine l’abilità politica.
Simboli di quest’età sono Achille e Romolo.
Scrive Vico nella “Scienza nuova”: “La seconda fu natura eroica, creduta da essi eroi di divina origine; perché, credendo che tutto facessero gli dei si tenevano essere figli di Giove, siccome quelli erano stati generati con gli auspici di Giove. Nel quale eroismo essi, con giusto senso, riponevano la naturale nobiltà. La quale natural nobiltà essi vantavano sopra quelli che si erano riparati ai loro asili.”

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