pexolo di pexolo
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Estetica kantiana

A differenza dei Romantici, nella Critica del giudizio (letteralmente Critica della facoltà di giudizio) Kant parla di giudizio estetico come giudizio intorno al bello, laddove per bello non si riferisce al bello artistico (distinto da quello naturale), né per giudizio si riferisce al giudizio così com'era inteso nella prima Critica, cioè al giudizio conoscitivo, quanto piuttosto è inteso come una proprietà della ragione: la facoltà di produrre giudizi estetici. La facoltà di giudizio permette di formulare giudizi su una materia molto specifica, che è il piacere o il dispiacere, cioè il cui ambito si restringe ad una sottospecie molto specifica. All'interno dell’ambito proprio del giudizio estetico Kant ritaglia un ambito ancora più ristretto che è quello del giudizio di gusto, che fra gli organi di senso è quello meno facile da riportare ad un criterio razionale; questa maggiore difficoltà di riportare questo organo di senso a criteri razionali è considerata, nel ‘700, molto pertinente rispetto al problema del bello, peraltro è questo il secolo in cui viene progressivamente abbandonata la dottrina classica del bello come esperienza normata da precisi criteri oggettivi. Fino al ‘600 ed oltre il Classicismo elabora molte teorie intorno ai canoni della bellezza, criteri che l’artista deve applicare per produrre un’opera potenzialmente bella, in un certo campo. Il Settecento abbandona l’estetica classicistica, governata dal principio del canone oggettivo, come dimostra l’imporsi della metafora del gusto in campo estetico: l’esperienza della bellezza è un’emozione piacevole di cui non si può dare spiegazione razionale perché non esistono criteri, canoni oggettivi di giudizio. Kant appartiene a questa nuova estetica che tende a privilegiare la bellezza soggettiva (non rispondente a canoni forgiabili). Un altro ambito che Kant ritaglia è quello dei piaceri propriamente estetici, particolari piaceri che non dipendono dalla soddisfazione di un bisogno biologico. Kant vuole definire ciò che è piacevole in se stesso, cioè senza alcun bisogno sensoriale all'origine dell’esperienza sensibile: l’estetico è quella modalità cognitiva che si presenta quando la sensazione diventa fine a se stessa, ovvero autoteleologica. Se è questo, allora un tale giudizio estetico risponde precisamente alla definizione che ne aveva dato Kant: l’apprezzamento estetico, per Kant, è essenzialmente un giudizio disinteressato; la parola interesse indica, in Kant, un fine, uno scopo, come puo essere il cibarsi, l’appagare un desiderio. L’esperienza sensoriale interessata, pur essendo accompagnata anch'essa dal piacere o dal dispiacere, nasce dal bisogno di soddisfare un bisogno, al fine del piacere che questa soddisfazione provoca. La tesi di Kant è che il piacere estetico, su cui verte il giudizio estetico, dipende unicamente dalla rappresentazione della cosa in sé; esso non dipende cioè dall'esistenza effettiva della cosa , ma univocamente dall'immagine mentale che noi abbiamo di essa. Questa rappresentazione va considerata prescindendo dall'esistenza della cosa, cioè attraverso il disinteresse per l’esistenza della cosa; in questo senso l’estetico è connesso alla pura rappresentazione. Una cosa bella può esistere o meno, posso sognarla così come sarebbe se fosse dotata di esistenza oppure vederla nella realtà, in un’allucinazione, in uno schermo, in un ricordo, etc. Non fa differenza, in quanto il giudizio estetico verte sulla reine Vorstellung (pura rappresentazione), che prescinde dall'esistenza della cosa. Se l’esistenza della cosa non interessa, allora essa non può avere alcuna funzionalità biologica. Un’implicazione di cui Kant non si rende pienamente conto è l’emanciparsi dell’immagine dalla cosa, che diviene costitutivo del giudizio estetico (→pura rappresentazione); la rappresentazione, l’immagine si emancipa dalla cosa, si rende autonoma e tende a sostituirsi ad essa, una possibilità inaspettata che presuppone necessariamente il passo compiuto da Kant, cioè l’indipendenza dell’immagine dalla cosa. “L’immagine diventa cosa”, vale a dire, la si desidera come se fosse una cosa: non si può desiderare una pura rappresentazione (immagine mentale), ma si può desiderare un’immagine costituita da una cosa (un oggetto), cioè una immagine-cosa. Il disinteresse viene meno nel caso del collezionista, che prova un interesse folle verso l’immagine-cosa (deriva “feticistica” ): si è tornati nel campo dell’interesse a partire dallo scollamento della rappresentazione dalla cosa. Nella misura in cui il giudizio estetico verte su una pura rappresentazione, esso non è accompagnato dal desiderio: l’emozione estetica esclude il desiderio, perché esso è sempre orientato alla cosa, non può orientarsi all'immagine come tale. In quanto mentale l’immagine è in me, “è già mia” e non posso desiderarla, ma posso desiderarla nella misura in cui non è mia, cioè se quell'immagine si trova fissata ad un supporto che la esteriorizza, la mette a distanza e può farne un oggetto di desiderio. Sebbene Kant non si accorga di questa potenziale e paradossale inclinazione della sua teoria, scollando in modo esplicito e deciso la rappresentazione dalla cosa, essa permette alla rappresentazione di emanciparsi dalla cosa e di aprire la strada ad un tipo di esperienza in cui l’immagine della cosa, assolutizzata e fissata ad un supporto, risulta oggetto del desiderio, in quanto immagine-cosa (ridiventa cosa). Un altro esempio possibile di questa deriva “feticistica” è la compulsione fotografica del turista: appena si arriva all'agognata meta del viaggio si cattura l’oggetto del desiderio in una fotografia; è come se si volesse paradossalmente mettere un diaframma fra noi e l’oggetto estetico, nell'illusione di possederla, di “portarsela a casa” (l’immagine assume un significato sostitutivo, in quanto finisce per prendere il posto della cosa). L’altro punto saliente della teoria estetica kantiana è l’affermazione del carattere soggettivo del giudizio estetico: se il giudizio conoscitivo, di cui parla nella prima Critica, è un giudizio determinante e verte sulla pura rappresentazione della cosa (gli oggetti della conoscenza sono i fenomeni), tuttavia in questo caso il carattere universale della conoscenza, la validità universale del giudizio (che viene perciò definito oggettivo) deve la sua oggettività alle leggi fisiche , alle condizioni di possibilità della conoscenza fisica; l’oggettività dei giudizi conoscitivi deriva dalle forme a priori del conoscere, cioè da strutture mentali che sono immanenti al soggetto (non come individuo, ma come soggetto razionale in quanto tale), forme della ragione che operano in tutti i soggetti razionali come stampi che si applicano al materiale grezzo della percezione, che garantiscono l’oggettività della conoscenza. Quindi, il giudizio conoscitivo verte su pure rappresentazioni (i fenomeni), ma possiede validità universale; nel caso del giudizio estetico, che considera l’emozione estetica, non esistono forme a priori che possono garantire l’oggettività della sua validità. Kant esclude, fin dall'inizio, che ci siano forme a priori del giudizio estetico (e in questo è figlio del suo tempo, dell’estetica del gusto), che non obbedisce a canoni oggettivabili e in questo senso è soggettivo. Le teorie kantiane del giudizio estetico costituiscono pertanto una tappa, un momento di un processo più ampio, cominciato prima di Kant, detto processo di soggettivizzazione del mondo (che è sinonimo di estetizzazione): esso indica che il baricentro si sposta dalla cosa all'immagine ed essendo essa un’immagine mentale il baricentro si sposta appunto verso il soggetto. Attraverso questo processo il mondo si trasferisce, emigra, si sposta nel soggetto come immagine; c’è quindi la possibilità di dare due diverse definizioni della sfera estetica così com'essa è legata alla modernità: essa è anzitutto varietà-come-varietà, in secondo luogo, l’esperienza estetica è quell'esperienza di qualcosa in quanto si riusa come immagine (i monumenti che perdono ogni valenza civica riducendosi a pura immagine). Le due definizioni non sono in contraddizione: quanto più le cose si riducono a pura immagine, tanto più è facile fruirne.

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