1. Qual è la differenza tra giudizi determinanti e giudizi riflettenti?

I giudizi determinanti unificano il molteplice attraverso le categorie dell'intelletto e a sua volta questo, determina gli oggetti nel momento in cui li sottomette alle forme a priori e alle categorie dell'intelletto, ossia a regole di carattere necessario e universale; i giudizi riflettenti si limitano a riflettere sull'oggetto già costituito, interpretandolo in base al principio della finalità che gli conferisce un valore universale. Questi ultimi possono essere di due tipi: giudizi estetici, che riguardano il rapporto tra la rappresentazione dell'oggetto e il soggetto e ne valutano l'accordo; giudizi teleologici, che colgono l'ordine finalistico interno agli oggetti stessi. Il termine estetico assume il significato di “relativo all'arte e alla bellezza” e si occupa di due concetti: il bello e il sublime.

2. In che cosa consiste il carattere contemplativo e disinteressato dei giudizi estetici?

Kant rileva che per stabilire se una cosa è bella oppure no, facciamo accenno al sentimento di piacere o di dispiacere che si manifesta in un giudizio di gusto, il quale è esclusivamente “contemplativo”. I giudizi riflettenti si limitano a riflettere sugli oggetti, a cui il sentimento si rivolge con lo scopo di valutare se essi suscitano o meno un particolare gradimento. Un'opera d'arte ad esempio nel momento in cui il critico ne esamina la proporzione delle parti, la corrispondenza rispetto allo scopo per cui è stata composta o la regolarità del disegno può diventare oggetto di un'indagine conoscitiva, ma ciò dimostra che soltanto un oggetto simile può essere colto da prospettive differenti (estetica, morale, teoretica..)
Il giudizio estetico non riguarda l'oggetto in sé, bensì la sua rappresentazione e il sentimento che suscita. Se qualcuno domandasse ad esempio se il palazzo che ci troviamo di fronte sia bello o meno, noi potremmo anche condannare la vanità dei ricchi che spendono “i sudori del popolo” in cose così superflue, ma in questo caso non faremmo delle considerazioni appropriate. Ciò che ci viene chiesto è semplicemente se la rappresentazione dell'oggetto è accompagnata in noi da piacere o meno, cioè qual è la nostra valutazione puramente estetica.

3. In che cosa consiste il loro carattere universale?

Per Kanta il giudizio di gusto ha la pretesa dell'universalità: il bello per lui è ciò che piace universalmente senza concetto. Questo significa che gli uomini possono condividerne l'apprezzamento, pur non ricorrendo ad alcun ragionamento. La bellezza secondo Kant è qualcosa che ciascuno può intuire in modo immediato, anche se non riesce a spiegarla con l'intelletto. Quando affermiamo ad esempio che “questo quadro è bello” immaginiamo che su tale giudizio tutti debbano essere d'accordo, senza però poter offrire una giustificazione concettuale dell'emozione che proviamo. Kant afferma che il bello è ciò che senza concetto è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario: di fronte a esso siamo come necessitati a provare un determinato sentimento di piacere.

1. Come viene spiegata da Kant l'esperienza del “piacevole”?

Kant distingue l'ambito del piacere estetico da quello del piacevole. Quando parliamo del piacere estetico alludiamo a un sentimento che deriva dall'immagine e dalla forma dell'oggetto e che sollecita giudizi estetici “puri”, i quali hanno la pretesa dell'universalità perché sono privi di condizionamenti. Il piacevole è definito invece come ciò che piace ai sensi nella sensazione e che dà origine a giudizi estetici empirici, i quali sono soggettivi e relativi in quanto dipendono dalle inclinazioni e dai gusti personali.

2. Perchè nel caso della “bellezza aderente” il giudizio non è puro?

Kant fa un'ulteriore distinzione tra la bellezza libera e la bellezza aderente. La bellezza libera è colta senza l'utilizzo di un concetto e senza pensare ad alcuno scopo a cui l'oggetto dovrebbe corrispondere. La bellezza aderente comporta invece l'adesione a un determinato archetipo di perfezione che condiziona la valutazione della cosa. Essendo quindi complicato da considerazioni intellettuali o pratiche, che possono variare a seconda delle civiltà o delle epoche, il giudizio non è puro. I giudizi estetici puri sono quindi quelli che derivano dalla semplice contemplazione della forma dell'oggetto e dal piacere disinteressato che essa suscita.

3. In che cosa risiede l'universalità del giudizio di gusto?

La pretesa di universalità dei giudizi di gusto per Kant è fondata sulla comune struttura mentale degli uomini, cioè sulle condizioni a priori di tali giudizi: in tutti i soggetti, infatti esiste un “senso comune” che permette di cogliere l'accordo sussistente tra le nostre esigenze di unità e finalità e l'ae l'immagine della cosa. Dal momento poi che il senso comune è condiviso da tutti, analoghi saranno il modo di sentire l'accordo e il piacere che ne deriva. Kant afferma che la bellezza non risiede negli oggetti ma nel soggetto che, vivendo il sentimento di armonia in sé, lo proietta inconsapevolmente sugli oggetti, come se si trattasse di una loro proprietà intrinseca. Il giudizio estetico è un giudizio di relazione, in cui è il soggetto che gli conferisce l'attribuzione della “bellezza”; non deriva quindi né da qualità che l'uomo trova fuori di sé, né da una convenzione sociale.
Nelle strutture a priori del soggetto viene posto il fondamento della necessità e universalità dei giudizi di gusto. Kant giustifica l'universalità e la comunicabilità dei giudizi estetici attraverso la teoria del senso comune che presuppone in ogni uomo l'esistenza delle stesse condizioni soggettive del giudizio.

1. Secondo Kant, che tipo di sentimento possiamo provare di fronte a un mare in tempesta?

Il giudizio estetico oltre al bello ha per oggetto il sublime che consiste in un sentimento dell'illimitato che provoca una sorta di piacevole orrore di fronte a uno spettacolo grandioso o sconvolgente della natura. Il sublime può essere di due tipi: matematico o dinamico. Il primo ha per oggetto la grandezza della natura mentre il secondo nasce invece di fronte alla potenza della natura.
Per Kant entrambi piacciono per se stessi, cioè in modo disinteressato; ma mentre il bello riguarda la forma dell'oggetto, che consiste nella sua limitatezza, il sublime provoca la rappresentazione dell'illimitatezza e dunque suscita piacere e terrore al tempo stesso. Il piacere del sublime a differenza di quello del bellom si presenta come qualcosa di serio e tremendo, un “piacere negativo”, misto di meraviglia e stima.
Kant di fronte a un mare in tempesta, o comunque ad un evento grandioso della natura pensa che l'uomo provi sentimenti ambivalenti: da un lato la grandiosità e la potenza dei fenomeni gli fanno avvertire tutta la sua finitezza facendolo sentire stordito e spaventato; dall'altro però, si risveglia in lui la consapevolezza della sua superiorità spirituale. Da questo viene fuori che, se in un primo momento l'uomo è portato a considerare sublime lo spettacolo esteriore che lo affascina, in seguito riconosce in se stesso la grandezza attribuita all'oggetto.

2. Come può essere definito il genio?

Kant definisce il genio come la creazione da parte dell'artista, ovvero il talento tramite il quale la natura dà le regole all'arte. Infatti, non si avrebbe arte se il talento del genio non imponesse all'attività quelle regole di cui ogni creazione artistica deve essere dotata: è attraverso esse che le stravaganze originali possono divenire per gli altri parametri e misure del giudizio. L'arte è per essenza libertà e dal genio non si può pretendere che renda conto delle procedure del suo lavoro in modo tecnico o scientifico; la sua creazione può divenire misura e regola del giudizio estetico degli altri. Le opere del genio in alcuni casi possono stimolare la nascita di altri geni. Nella maggior parte dei casi, dato che è il genio è un privilegio della natura ed è raro, il suo esempio produce per gli uomini ben dotati un insegnamento metodico secondo le regole che si possono trarre dalle opere vive del genio e dalla loro originalità.

3. La finalità colta dai giudizi è interna alla natura?

I giudizi teleologici non sono “determinanti” ma “riflettenti”, poiché riguardano il rapporto tra un oggetto e un soggetto e non la determinazione degli oggetti da parte del soggetto. I giudizi teleologici rispondono alla domanda “che scopo ha?”, “qual è la sua funzione?”. Se osservo ad esempio la sezione di un occhio, scopro che questo è formato da tanti tessuti; se rifletto sul fatto che essi servono per vedere, i singoli elementi acquistano un senso. Capisco che l'occhio è fatto per vedere e c'è quindi un finalismo nella natura. Si tratta di una finalità non oggettiva in quanto siamo noi uomini che, riflettendo sugli oggetti naturali, stabiliamo fini e scopi. I giudizi teleologici sono infine universali, in quanto esigenza insopprimibile dell'umanità.

4. Perchè il giudizio teleologico non ha valore “costitutivo”?

Kant pone una differenza tra la fisica che è regolata dalle leggi del meccanicismo e la biologia che risiede una prospettiva teleologica. A questo proposito marca la differenza tra un orologio e un organismo vivente. Il primo è un organismo complesso, dato che una rotella ne muove un'altra e determina così il movimento dell'ingranaggio, ma non ha capacità auto-organizzatrice. Nel mondo degli organismi viventi le cose sono diverse: un albero, attraverso i semi, ne crea un altro della stessa specie e inoltre, si sviluppa, si conserva e in caso di malattia si rigenera. Dunque, se le relazioni tra i fenomeni fisici o i sistemi meccanici possono essere chiarite nei termini di causa-effetto, il mondo biologico non si esaurisce nella spiegazione meramente causale.
Da ciò scaturisce una conseguenza importante: la teleologia, che deriva da una tendenza insopprimibile dell'uomo a scorgere cause finali, sfocia in una teleologia, in quanto sia i filosofi sia gli uomini comuni possono facilmente scoprire “l'unica prova della dipendenza e dell'origine dell'universo da un essere che è fuori del mondo e intelligente”.
Kant afferma quindi che il giudizio teleologico non ha un valore “costitutivo” o scientifico, ma solo “regolativo”, perché non esprime dunque una conoscenza oggettiva ma riflette un modo soggettivo e inevitabile di rappresentare la realtà. Ciò significa che anche la teoria finalistica non potrebbe mai dimostrare l'esistenza di un ente intelligente creatore del mondo.
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