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Pendolo tra dolore e noia


Schopenhauer è indubbiamente un pensatore suggestivo, e il suo pensiero teoretico preferisce sempre partire da delle intuizioni, piuttosto che fondare criticamente i suoi asserti, avallando poi di ragioni le sue tesi, anche se non sempre probanti. Come nel caso della tesi fondamentale del principio stesso del suo sistema, la Volontà a radice di tutto, chiave di interpretazione di tutta la realtà e di tutto l’universo. Schopenhauer non si preoccupa affatto di giustificare questi passaggi arditi, in cui ogni essere viene interpretato in analogia alla propria esperienza interiore e corporea. L’autocoscienza intuitiva della volontà paragonata ad una sorta di passaggio sotterraneo che di colpo e a tradimento ci introduce nel castello. Pretendendo di aver raggiunto la sostanza del reale, al di là del velo di Maya delle apparenze fenomeniche. Ciascuna delle quali, mossa dalla forza primigenia che la anima, aspira ad un’autoaffermazione incondizionata di sé. D’altra parte volontà è sempre correlata a bisogno, correlato a mancanza, cioè pena e dolore. Solo che ciò di cui si sente la mancanza, una volta raggiunto, fornisce il sentimento della noia, che non è altro che un’altra forma di dolore. L’appagamento determina noia, il non appagamento determina dolore. Un continuo pendolo di un’esistenza di miseria, la nostra vita è così, afferma singolarmente Schopenhauer, perché esiste un peccato originale, la vita è affetta da una colpa. cioè di aver rotto, obiettivandosi, l’unità originaria della Volontà, di aver portato a espressione individuale il peccato originale che è volontà di vivere, volontà di autoaffermarsi, cioè introdurre incessantemente il conflitto.
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