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Nichilismo positivo


In Schopenhauer per sfuggire dalla piaga del dolore umano si teorizza di andare alla ricerca di una forma di "ascesi" che può anche essere definita come un "nichilismo positivo", che si raggiunge nella misura di un senso di annullamento della propria volontà di vita auto-affermativa e istintuale. L’uomo santo, il mistico, l’asceta: queste sono tutte delle figure che appartengono a questa tipologia di nichilismo positivo, cioè terapeuti per se stessi. Questa è la vera cura palliativa, l’auto-annullamento di sé, il far nulla di sé. L’individuo, nell’esistenza empirica, con la sua esistenza limitata, si ferma alla parvenza, non si eleva fino all’essenza ultima delle cose. Vede le parvenze innumerevoli e le vede come separate e opposte. Rappresentazioni apparentemente divise di ciò che in realtà è uno. Nascondono l’essenza, in quanto oggettità della Volontà. Il mondo è teatro di una lotta senza pietà, con il prezzo del dolore. La Volontà è sempre frustrata, arrestata nel suo scopo. Da qui il dolore, uno stato universale tanto più sentito quanto più alta è la conoscenza. Le volontà divise confliggenti non hanno alcun fine positivo, sono volontà di assicurarsi esistenza miserabile ed effimera, e per tale motivo si confligge con gli altri individui. Quindi la vita è tutta dolore.
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