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Emerge chiaramente come per Schopenhauer la vita sia sostanzialmente dolore, al di là di qualsiasi apparenza ingannevole. Studiando e facendo propri saggi orientali e scritti della tradizione indiana, il filosofo afferma che l’esistenza, a seconda del dolore che la forma, risulta una realtà che si impara poco per volta a non volerla. Ma il sistema schopenhauriano rifiuta il suicidio poiché è un atto di profonda affermazione della Volontà di Vivere e sopprime solo una manifestazione fenomenica di esso, lasciandolo, però, intatto.
Quindi Schopenhauer trova la risposta al dolore del mondo con la liberazione della stessa Volontà di Vivere, identificando delle vie di liberazione da essa. Una di queste vie è l’arte, come vari gradi di oggettivazione della Volontà. L’arte è vista come possibilità di contemplazione dei vari gradi di oggettivazione, per squarciare il velo di Maya del mondo, attraverso l oggettivazione di quella che è l’unica vera realtà, la Volontà.

Il filosofo, tra le varie arti, riserva uno spazio particolare alla musica, la quale si distingue dalle altre arti poiché in essa non è più rintracciabile nessun riferimento al mondo empirico e il suo linguaggio è universale.
[…]La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità: perciò l’effetto della musica è tanto piú potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza. (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52)
La musica,quindi occupa un posto a sé poiché costituisce non rappresentazione delle idee, ma della stessa Volontà. Quindi se le altre arti oggettivano la Volontà in modo mediato, la musica lo fa in modo immediato. La musica è al di sopra di tutto e Schopenhauer identifica il genio come solo rappresentante dell’espressione del linguaggio musicale poiché è il solo che può andare oltre il “velo di Maya” catturando l’essenza della realtà, ovvero la Volontà. Il filosofo dice anche che per poter parlare di musica ci si potrà servire di metafore poiché le idee e la musica non hanno lo stesso livello di oggettivazione. Così facendo, Schopenhauer da vita ad un parallelismo tra musica e mondo vedendo il secondo come lo svolgersi fenomenico del primo, accostandoli cosi da sembrare “due diverse espressioni della cosa stessa” e continua dicendo che se si potesse tradurre in concetti la musica, sarebbe sufficiente per spiegare i concetti del mondo. Le infinite melodie che si possono comporre, con l accostamento di note, sono il modo per esprimere tutte le manifestazioni della volontà, tutte le infinite sfumature dell’uomo. Quindi la musica è la manifestazione dell’essenza più profonda del mondo, mentre la filosofia è una riproduzione parziale. Le stesse proporzioni musicali sono analoghe a quelle dell’ essenza del mondo. Noi, attraverso l’ascolto, cogliamo le proporzioni dei suoni anche senza uno studio della base musicale stessa. Ciò deriva dalla capacità della musica di penetrare nell’ essenza del mondo, ossia la volontà. Continua il filosofo con una critica alla musica imitativa, ossia una composizione creata dall’ intelletto e da studi matematici (come le composizioni di Beethoven), a favore di una melodia scaturita senza mediazioni della ragione.
Il filosofo, così, da inizio ad uno studio delle strutture foniche della musica stessa accostando ai suoni caratteristiche ben precise. I suoni acuti e rapidi bisogna considerarli come creazioni di vibrazioni di suoni bassi e profondi (concetto di “Basso Fondamentale”).
Il basso è il suono che si muove più pesantemente e non è altro, per Schopenhauer, che la rappresentazione della forza bruta, il peso della materia, quindi non dovrebbe svolgere un lavoro propriamente melodico, poiché il movimento è caratterizzato da una forma naturale più evoluta che solo lo strumento principale può rappresentare. Ma come la materia costituisce il sostegno del mondo, cosi il basso costituisce il sostegno fondamentale dei vari livelli di tonalità. Il canto, di conseguenza, è una prerogativa delle voci acute. La musica deve assolutamente evitare di rimanere ferma al tono fondamentale, che rappresenta la materia, poiché genererebbe la noia. Infine Schopenhauer vede il testo di una canzone come un ritorno ad una musica imitativa poiché il testo cerca di far esprimere la musica in un linguaggio non suo. Infatti la musica parla un “linguaggio universale”, mentre le lingue degli uomini che formano il testo di una canzone sono limitate, limitando, così, anche la melodia stessa.
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