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Manifestazione e opposizione della pluralità


La conoscenza in se stessa è sempre indolore, mentre il dolore colpisce soltanto la volontà, e deve esserci cognizione di esso. Cioè l’inibizione della volontà deve essere sempre accompagnata dalla conoscenza per essere concepita come dolore. Perché vi sia dolore dunque bisogno avere consapevolezza della realtà di un ostacolo e dell’inibizione. Solo il sapere dà la cognizione del dolore e ci fa comprendere tutta l’esistenza come segnata dalla sofferenza. Solo il sapere fornisce la dimensione ontologica di una tale situazione.
Se la Volontà di vita è l’essere universale, il fondamento ontologico, al di là di tempo e spazio, come può ciò entrare in dissidio con se stesso? Se la Volontà di vita, la struttura metafisica del mondo, ci crea tanti guai, come è possibile liberarsene? Prima di tutto, proprio per la sussistenza del conflitto dovremmo riconoscere che l’Essere non è unitario. In secondo luogo, vorrebbe dire fuoriuscire da questo, quindi l’Essere non è fondamento assoluto. Sarebbero dunque due esiti aporetici. Dunque Schopenhauer in realtà alla prima domanda risponde rilevando l’inadeguatezza delle manifestazioni parziali della volontà in rapporto alla Volontà in sé e alla sua universalità. Alla globalità si oppone l’individualità volitiva, all’Uno si oppone il plurale. Dunque il dissidio che genera il dolore non è nella Volontà in sé, ma nell’opporsi dei plurali, delle manifestazioni particolari.
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