Il velo il Maya

“Il velo di Maya” è uno degli elementi fondamentali della filosofia di Schopenhauer, che lui recupera dalle Upanishad indiane, all’interno delle quali è un’illusione dell’uomo, che crede di essere indipendente. Per Schopenhauer, invece, si tratta di un velo ingannatore interposto tra la coscienza e la cosa in sé e che non permette al soggetto di entrare in contatto e conoscere la realtà. Esso ottenebra le pupille facendoci vedere un mondo del quale non possiamo affermare o meno con certezza l’esistenza. L’unico modo per superarlo, per “squarciare il velo”, è prendere coscienza del fatto che l’uomo non è soltanto un soggetto conoscente, ma anche un oggetto da conoscere ed è quindi parte integrante della cosa in sé.

La sapienza orientale

La connessione tra Schopenhauer e la sapienza orientale è forte: una delle principali influenze che caratterizzano la sua dottrina filosofica, insieme a Platone e Kant, sono le Upanishad, un insieme di testi filosofici indiani scritti tra il IX e il IV secolo a. C. in sanscrito; esse costituiscono un commentario ai Veda, un’antica raccolta di testi sacri indiani. Al loro interno troviamo Brahma, il non essere originario che contiene al suo interno tutte le possibilità e da cui tutto ha origine. Successivamente subentra Kama, una sorta di Eros platonico, cioè il desiderio di esistere come individuo che va a rompere Brahma. Dalle sue crepe nascono gli individui e tutta la molteplicità; la sua rottura però è male e dunque tutto ciò che nasce da esso è carico di male. Il Karma è il destino di sofferenza che l’uomo produce attraverso le azione egoistiche ed è sempre negativo. Il velo di Maya è l’illusione degli uomini che credono di essere indipendenti e separati. Per le Upanishad la salvezza è raggiungibile soltanto con la consapevolezza che la molteplicità è illusoria e l’essenza del mondo è Brahma. Schopenhauer è il primo filosofo ad avvicinarsi alla filosofia orientale e a trarne un repertorio di immagini e suggestioni, anticipando il successo che avrà successivamente in Occidente.

Volontà e corpo

Uno dei punti centrali della filosofia di Schopenhauer è la centralità del corpo: noi tutti siamo corpo perché se ci vediamo vivere dall’esterno rappresentiamo noi stessi come puro fenomeno e quindi come oggetto, ma se ci percepiamo mentre viviamo da dentro intuiamo l’immediatezza dell’interiorità, cioè il soggetto. Si ha un passaggio però dal riconoscimento della centralità del corpo a quello della volontà di vivere come unico principio universale e che sta alla base di ogni forma di vita e di esistenza. Si ha un superamento dell’intellettualismo kantiano, in quanto Schopenhauer suggerisce che non considerando il corpo come un oggetto, ma concentrandosi sulla sua interiorità, prenderemmo atto del fatto che siamo fatti di tensioni e bisogni e siamo dunque semplicemente volontà. Si tratta della volontà di restare in vita, soddisfacendo i bisogni; è in contrasto con il mondo della rappresentazione nelle sue caratteristiche e si sottrae alle forme a priori: essa è inconscia perché si tratta di un impulso inconsapevole, unica in quanto, non rispettando le forme di spazio e tempo, non sottostà al principium individuationis, che differenzia le cose le une dalle altre, eterna, perché non ha un inizio o una fine, e incausata, perché è fuori dal principio di causalità ed è una forza senza un fine specifico oltre alla semplice sopravvivenza. La volontà ha due tipi di manifestazioni, le idee, ovvero un sistema di forme immutabili, a-temporali e a-spaziali, e le realtà naturali, legate alle idee con un rapporto di copia-modello di cui risultano quindi delle riproduzioni. Le idee sono una rappresentazione intermedia della volontà di vivere, da cui tutto sembra partire. Se vogliamo raggiungere la via di uscita dal dolore, è fondamentale sospenderla gradualmente, attraverso l’iter salvifico suddiviso da Schopenhauer in tre fasi, arte, etica e ascesi, al termine delle quali attraverso la totale castità, l‘umiltà, il sacrificio, la povertà, il digiuno e la rinuncia ai piaceri si arriva alla liberazione dalle catene della volontà di vivere. Una delle critiche rivolte più spesso a Schopenhauer riguarda proprio la volontà: come è possibile che la volontà, che per essenza vuole, smettere di volere? Questo è un interrogativo ancora aperto.

Desiderio, dolore e noia

Secondo Arthur Schopenhauer, il mondo non ha un fine: milioni di esseri viventi vivono solo per continuare a farlo ed hanno postulato un Dio nel tentativo di giustificare le proprie azioni. Questa mancanza di scopo ha portato allo sviluppo di un pessimismo esistenziale, cosmico, sociale e storico.
La vita umana è desiderio: esso genera una tensione in quanto l’uomo sente la mancanza di ciò che vuole e non ha. Desiderio diventa quindi sinonimo di assenza, che è a sua volta sinonimo di dolore. In quest’ottica, il piacere è considerato come cessazione del dolore: indipendentemente dal fatto che si tratti di piacere fisico o psichico, esso implica un precedente stato di desiderio, tensione e dolore. La condizione umana è caratterizzata da un susseguirsi di aspirazioni e desideri e la noia è quella condizione esistenziale che subentra quando viene meno il pungolo del desiderio. La vita umana può quindi essere definita come un pendolo che oscilla tra dolore e noi e che passa per il fugace momento del piacere. La vita è anche una tensione insoddisfatta, che si manifesta in una Sehnsucht cosmica: il dolore quindi è una condizione costitutiva del mondo, che comprende tutti gli esseri ma di cui l’uomo soffre maggiormente perché è consapevole. L’unica via di fuga da questo dolore è la graduale sospensione della volontà di vivere, alla quale si arriva attraverso l’iter salvifico di arte, etica e ascesi.
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