Schopenhauer

Irrazionalità del mondo e l’ascesi atea

Vita e opere Artur Schopenahuer nacque a Danzica il 22 febbraio 1788: suo padre era banchiere,sua madre Giovanna,nota scrittrice di romanzi. Viaggiò da giovane in Francia e Inghilterra; dopo la morte del padre che voleva destinarlo al commercio,frequentò l’università di Gottinga dove ebbe come maestro di filosofia lo scettico Schulze. Sulla sua formazione influirono le dottrine di Platone e Kant. Nel 1811 a Berlino ascoltava le lezioni di Fichte e due anni dopo si laureava a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice e del principio di ragion sufficiente. Negli anni seguenti visse a Dresda dove compose uno scritto Sulla vista e sui colori (1816) in difesa delle dottrine scientifiche di Goethe di cui era divenuto amico durante un soggiorno a Weimar; preparò per la stampa la sua opera principale,il Mondo come volontà e rappresentazione (pubblicata nel dicembre 1818). Dopo un viaggio a Roma e Napoli si abilità nel 1820 alla libera docenza presso l’università di Berlino dove tenne sino al 32 i suoi corsi liberi,senza successo. Tra il 22-5 fu di nuovo in Italia. L’epidemia di colera del 1831 lo indusse ad andare via da Berlino,si stabili a Francoforte sul Meno dove rimase sino alla morte,nel 1861. Nel 36 pubblicava la Volontà nella natura,e nel 41 i due problemi fondamentali dell’etica. L’ultima sua opera,Parerga e paralipomeni pubblicata nel 1851 è insieme di trattazioni e saggi di forma popolare e comprendono Aformismi sulla saggezza della vita,Pensieri su argomenti diversi.

Le radici culturali

Si pone come punto di incontro di esperienze filosofiche eterogenee: Platone,Kant, illuminismo, Romanticismo, idealismo e spiritualità indiana. Di Platone lo attrae la teoria delle idee,forme eterne sottratte alla caducità dolorosa del nostro mondo; da Kant,che vede come filosofo piu grande della storia del pensiero deriva l’impostazione soggettivistica della sua gnoseologia. Dell’illuminismo lo interessano il filone materialistico e l’ideologia di una vita psichica e sensoriale in termini di fisiologia del sistema nervoso. Da Voltaire desume lo spirito ironico e brillante e la tendenza demistificatrice nei confronti delle credenze tramandate. Dal Romanticismo trae alcuni temi di fondo,l’irrazionalismo,l’importanza di arte e musica,il tema dell’infinito o tesi della presenza di un Principio assoluto di cui le varie realtà sono manifestazioni transeunti,il dolore. Mentre il Romanticismo però sul piano filosofico mostra una tendenza ottimistica,tentativo di riscattare il negativo tramite il positivo (Dio,Spirito,storia,progresso) Schopenhauer appare pessimista. Importanza gioca anche l’idealismo,bestia nera e idolo polemico del suo pensiero,indicato come filosofia delle Università e presentato come filosofia farisaica,e si propone di giustificare sofisticamente le credenze che tornano utili a Chiesa e Stato.

A Fichte e Schelling riconosce ingegno seppur male impiegato; Hegel invece è considerato un ciarlatano pesante. Nel linguaggio fiorito in cui esprime il suo poco apprezzamento della filosofia contemporaneo,si manifesta l’esigenza della libertà della filosofia che lo fa indignare dinanzi alla divinizzazione dello Stato di Hegel. Caratteristico rilievo occupa pure la sapienza dell’antico Oriente a cui egli fu avviato da Mayer. Il rapporto tra Schopenhauer e la tradizione filosofico religiosa dell’India è stato dibattuto dai critici. E’ stato tuttavia: primo filosofo occidentale a tentare il recupero di alcuni motivi del pensiero dell’estremo Oriente; ha desunto da questo un prezioso repertorio di immagini e espressioni suggestive,di cui ha fatto uso abbondante nei suoi scritti; è stato ammiratore della sapienza orientale e profeta del suo successo in Occidente “In india non potranno metter mai radice le nostre religioni: la sapienza originaria dell’uman genere non sarà soppiantata dagli accidenti successi in Galilea. Torna l’indiana sapienza a fluire vero l’Europa e produrrà una mutazione del nostro sapere”

Mondo della rappresentazione come velo di Maya

Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé. Per Kant il fenomeno è la realtà,l’unica realtà accessibile alla mente umana; e il noumeno è un concetto limite che serve da promemoria critico per rammentarci i limiti della conoscenza. Per Schopenhauer il fenomeno è illusione,sogno,ciò che nell’antica sapienza indiana è detto Velo di maya; mentre il noumeno è una realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del fenomeno,e che il filosofo ha il compito di scoprire. Il concetto di fenomeno in lui pare vicino alla filosofia indiana e buddistica come risulta da un passo che trae dagli antichi testi dei Veda e Purana: “è Maya il velo ingannatore che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non si possa dire ne che esista ne che non esista; rassomiglia al sogno,al riflesso del sole sulla sabbia,che il pellegrino da lontano scambia per acqua e alla corda gettata a terra che prende per serpente”. L’atmosfera orientalistico metafisica in cui la sua filosofia immerge il lettore è diversa da quella scientifica gnoseologica della Ragion Pura. Mentre per il criticismo il fenomeno è oggetto di rappresentazione,che esiste fuori della coscienza,anche se viene appreso tramite un corredo di forme a priori (la confutazione dell’idealismo fatta nella Critica della ragion pura) il fenomeno di cui parla Schopenhauer è rappresentazione che esiste solo dentro la coscienza. Essenza del kantismo con la tesi “il mondo è la mia rappresentazione”. Principio simile agli assiomi di Euclide: ognuno ne riconosce la verità appena lo intende,e uno dei grandi meriti della filosofia moderna è di averlo portato alla luce. La rappresentazione ha 2 aspetti essenziali e inseparabili,la cui distinzione costituisce la forma generale della conoscenza: da un lato c’è il soggetto rappresentate,dall’altro l’oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto esistono solo all’interno della rappresentazione,come due lati di essa,e nessuno dei 2 precede o puo sussistere indipendentemente dall’altro. Non ci può essere soggetto senza oggetto.

Materialismo falso: nega soggetto riducendolo a oggetto; idealismo di Fichte errato,compire tentativo impossibile di negare l’oggetto riducendolo a soggetto. La nostra mente,sulle orme del Criticismo,il nostro sistema nervoso e cerebrale,risultano corredati di una serie di forme a priori,la scoperta delle quali “è un capitale merito di Kant”. Tuttavia a differenza di Kant,ammette solo 3 forme a priori: spazio tempo e causalità. Questa è l’unica categoria (KAnt ne delineava 12) dato che tutte le altre sono riconducibili a essa e poiché la realtà stessa dell’oggetto si risolve nella sua azione causale su altri oggetti. Dire materia è dire azione causale (termine tedesco Wirklichkeit,realtà,che discende dal verbo agire,wirken). Dato che paragona le forme a priori a vetri sfaccettati tramite cui la visione delle cose si deforma,considera la rappresentazione come una fantasmagoria ingannevole,traendo la conclusione che la vita è un sogno,tessuto di apparenze,sorta di incantesimo che fa di essa qualcosa di simile agli stati onirici. Cita i filosofi Veda (esistenza come illusione ottica) Platone (gli uomini non vivono che in un sogno) Pindaro (l’uomo è sogno di un’ombra) Sofocle (individui come simulacri e ombre leggere) Shakespeare (siamo di tale stoffa,come quella di cui sono fatti i sogni,e la nostra breve vita è chiusa in un sogno) Calderon de la barca (dramma la vita è sogno). Ma al di là del sogno e del fenomeno esiste la realtà vera,sulla quale il filosofo che è nell’uomo non può fare a meno di interrogarsi. L’uomo è un animale metafisico,portato a stupirsi della propria esistenza. Ciò avviene proporzionalmente alla sua intelligenza: “ nessun essere si stupisce della sua esistenza,per tutti gli animali è una cosa che si intuisce per se stessa,nessuno vi fa caso. Quanto piu in basso si trova un uomo nella scala intellettuale,tanto meno misteriosa gli appare la sua esistenza,il tutto si comprende da sé. Ma la meraviglia filosofica è condizionata da uno svolgimento superiore dell’intelligenza,è conoscenza della morte,e con essa la considerazione della miseria della vita. Se la nostra vita fosse senza fine e dolore,nessuno si chiederebbe del perché il mondo esiste e perché è fatto cosi”

La volontà di vivere

Presenta la sua filosofia come integrazione necessaria di quella di Kant,si vanta di aver individuato la via di accesso al noumeno che il filosofo aveva precluso. Se la nostra mente è chiusa nell’orizzonte della rappresentazione,come si può lacerare il velo di Maya? Com’è possibile trovare il filo di Arianna per orientarci nel labirinto relativo e attingere l’assoluto? Se fossimo solo conoscenza e rappresentazione,una testa di angelo senza corpo,non potremmo uscire dal mondo fenomenico,dalla rappresentazione esteriore di noi e delle cose. MA poiché siamo dati a noi anche come corpo,non ci limitiamo a vederci dal di fuori,ma ci viviamo anche dal di dentro godendo e soffrendo. Questa esperienza di base,come un raggio di sole che penetra oltre la nuvola,permette all’uomo di squarciare il velo del fenomeno e di afferrare la cosa in sé. Ripiegandoci su noi stessi ci rendiamo conto che l’essenza del nostro io,la cosa in sé del nostro essere,è brama di vivere,impulso prepotente che ci spinge a esistere ed agire. Piu che intelletto e conoscenza noi siamo vita e il nostro corpo è manifestazione esteriore delle nostre brame interiori: apparato digerente,aspetto fenomenico della volontà di nutrirsi; apparato sessuale aspetto oggettivato della volontà di accoppiarsi e riprodursi. E l’intero mondo fenomenico no è altro che la maniera attraverso cui la volontà si rende visibile a se stessa nella rappresentazione spazio temporale. Da questo il titolo del suo capolavoro Mondo come volontà e rappresentazione. Il rapporto esistente tra volontà e intelletto,volontà e corpo è lo stesso che intercorre tra padrone e servo,uomo e strumento,cavaliere e cavallo,cuore e capo,sole e luna. Basandosi sul principio di analogia,afferma che la volontà di vivere non è solo la radice noumenica dell’uomo,ma anche essenza segreta di tutte le cose,cosa in sé dell’universo svelata “E’ intimo essere,nocciolo di ogni singolo e del tutto”. La volontà di vivere pervade ogni essere della natura,in forme distinte che vanno dalla materia organica in cui appare il mondo inconscio,sino all’uomo in cui è consapevole.
Fenomenismo moderato (Kant) ,fenomenismo radicale (Schopenhauer) posso conoscere solo l’apparenza,non il noumeno che rimane nascosto dietro il velo di Maya

De Chirico e la realtà come rappresentazione: io vedo il manichino,non l’essere umano. Quel che mi appare è solo apparenza (usa anche i gladiatori).
Per Aristotele è necessaria la capacità di meravigliarsi,perché altrimenti passo ad altro. Mi fa fermare a riflettere.
La volontà di vivere è presente in tutti gli esseri viventi e non. E’ una volontà inconscia (anticipa Freud),irrazionale e cieca poiché non si cura del dolore degli altri per mantenere il suo obiettivo di mantenere in vita il suo essere. LA volontà di vivere pone gli esseri umani l’uno contro l’altro (formiche australiane: tagliate a metà,il capo addenta la coda e il pungiglione nella coda tenta di colpire il capo). La volontà porta ad essere moralmente indifferenti.
Nella seconda parte della sua opera “IL mondo come volontà e rappresentazione” Schopenhauer,dopo aver insegnato l’assoluta inconoscibilità del mondo secondo la dottrina del fenomenismo,affermò che vi è una sola parte della natura che possiamo conoscere veramente. Questo oggetto,l’unico che si possa comprendere in se (noumenicamente) nella sua piu intima essenza,è il nostro corpo,quello che noi viviamo. LA conoscenza di noi stessi infatti non avviene tramite il principio di individuazione ma con una comprensione immediata e intuitiva. E’ la prima volta nella storia della filosofia che la persona fisica del soggetto pensante diventa argomento di riflessione. LA corporeità si rivela a Schopenhauer come pura volontà di vivere,istinto prepotente e violento di continuare a sussistere sempre e in ogni caso. L’essenza piu profonda dell’io (corpo) è lo sforzo di perpetuare la sua esistenza,e questo impulso è cosi forte che è ragionevole pensare che sia dominante anche in tutti gli altri esseri,viventi e non (regno animale,vegetale,minerale) è universale. La volontà di vivere si esprime in modo inconscio e in questa affermazione introduce una nuova nozione,anticipando quella di sublimazione.
Anticipando poi la nozione darwiniana di lotta per l’esistenza defini la natura come il luogo della piu spietata conflittualità. Dato che ogni essere vivente è destinato alla morte,la volontà di vivere è un impulso irrazionale capace solo di trasformare la vita in una continua angoscia della morte.
Caratteri e manifestazioni della volontà di vivere Essendo al di là del fenomeno,la volontà presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione,si sottrae alle forme di questo: lo spazio,il tempo e la causalità. La Volontà primordiale è inconscia,poiché la consapevolezza e l’intelletto costituiscono solo delle sue possibili manifestazioni secondarie. Il termine preso in senso metafisico schopenhauriano,non si identifica con quello di volontà cosciente,ma col concetto generale di energia o impulso (attribuita anche a materia inorganica). La volontà è unica,poiché esistendo al di fuori di spazio e tempo,che hanno la prerogativa di dividere e moltiplicare gli enti,si sottrae al principio di individuazione (filosofi del Medioevo). La volontà non è qui piu di quanto non sia là,piu oggi di quanto non sia stata ieri: è in una quercia come in un milione di querce. Essendo oltre la forma del tempo,è eterna e indistruttibile,Principio senza inizio o fine. “Alla volontà è assicurata la vita” paragonabile al perdurare dell’universo nel tempo a un arcobaleno sulla cascata non toccato dall’acqua,a un meriggio eterno senza tramonto. Essendo al di là della categoria di causa,definito da Schopenhauer principio di ragione,la volontà si configura come forza libera e cieca,energia incausata senza perché ne scopo. Si può cercare la ragione di una manifestazione fenomenica della volontà,ma non della volontà in se stessa,come si può chiedere a un uomo del perché voglia una cosa,ma non perché voglia in generale. “c’è in me una volontà irresistibile che mi spinge a volere”. La volontà primordiale non ha una meta oltre se stessa: la vita vuole la vita e ogni scopo cade entro l’orizzonte di vivere e volere. Miliardi di esseri non vivono che per vivere e per continuare a vivere: è questa la sola crudele verità sul mondo. Gli uomini hanno cercato di mascherare la sua evidenza postulando un Dio in cui trovare il senso della loro vita (escludendo gli altri esseri viventi,visti dalle religioni e filosofie occidentali come cornice dei destini umani). Ma Dio,non esiste e il solo assoluto è la Volontà stessa. I suoi caratteri di fondo (essere unica,eterna,incausata) sono i caratteri conferiti a Dio,l’infinito dei Romantici. L’infinita volontà di vivere per il filosofo si manifesta nel mondo fenomenico tramite 2 fasi: 1 la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili,atemporali e aspaziali,che chiama platonicamente idee e considera alla stregua di archetipi del mondo. 2 La volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale,la moltiplicazione vista attraverso il prisma di spazio e tempo delle idee. Tra individui e idee esiste un rapporto di copia modello: i singoli esseri sono riproduzioni del prototipo originario,l’idea. Il mondo delle realtà naturali si struttura tramite gradi disposti in ordine ascendente. Il grado piu basso è costituito dalle forze generali della natura,i gradi superiori sono piante e animali,e al culmine della piramide cosmica sta l’uomo,in cui la volontà è consapevole. Quel che acquista in coscienza,la Volontà perde in sicurezza poichè la ragione è meno efficace dell’istinto: l’uomo è animale malaticcio.

La vita è dolore

Affermare che l’essere è manifestazione di una volontà infinita equivale a dire che la vita è dolore per essenza; volere significa desiderare,desiderare vuol dire trovarsi in stato di tensione per la mancanza di qualcosa che non si ha e si vorrebbe avere. Il desiderio risulta assenza,vuoto,indigenza: dolore. Poiché nell’uomo la volontà è cosciente e affamata,risulta il piu bisognoso e mancante degli esseri,condannato a non trovare mai un appagamento definitivo “ogni volere scaturisce da bisogno,sofferenza. A questa da fine l’appagamento,ma perché un desiderio venga appagato,ne rimangono almeno 10 insoddisfatti; la brama dura a lungo,le esigenze durano all’infinito,l’appagamento è breve e misurato con mano avara. Il desiderio appagato da luogo a un desiderio nuovo. Nessun oggetto del volere,una volta conseguito, può dare appagamento durevole ma rassomiglia all’elemosina,la quale gettata al medico prolunga la sua vita oggi per continuare il suo tormento domani”. Quel che gli uomini chiamano godimento fisico e gioia psichica è quel che avevano già sostenuto Verri e Leopardi,una cessazione di dolore,lo scarico da uno stato preesistente di tensione,che ne rappresenta la condizione indispensabile. Affinchè ci sia piacere si deve passare per uno stato precedente di dolore o tensione (godimento del bere presuppone la sofferenza della sete). La stessa cosa non vale per il dolore che non può affatto esser ridotto,con un puro gioco dialettico di parole a cessazione di piaceri,perché un uomo può sperimentare una catena di dolori senza che questi siano preceduti da altri piaceri,mentre ogni piacere nasce solo come cessazione di una qualche preesistente tensione fisica. “Non v’è rosa senza spine,vi sono molte spine senza rose”. Mentre il dolore,identificandosi col desiderio è dato primario e permanente,il piacere è solo una funzione che vive a spese del dolore stesso. Il piacere vince il dolore se lo annulla,e appena vien meno lo stato di tensione del desiderio,cessa anche il godimento: “che ogni felicità sia negativa ne abbiamo prova nell’arte,nella poesia. Ognuna può rappresentare solo uno sforza,una lotta per la conquista della felicità,e mai la felicità durevole. Conduce il suo eroe attraverso mille difficoltà e pericoli sino alla meta: raggiunta,lascia cadere il sipario. Nulla le resterebbe se non mostrare che la luminosa meta in cui l’eroe sognava di trovare la felicità,ha beffato anche lui di modo che quando l’ha raggiunta egli non si trova meglio di prima”. Accanto al dolore realtà durevole,e piacere realtà momentanea,pone la noia che subentra quando vien meno l’aculeo del desiderio (possesso disperde l’attrazione) o il frastuono delle attività. La vita umana è un pendolo che oscilla tra dolore e noia passando attraverso l’intervallo fugace di piacere e gioia,illusorio. Se il dolore è la legge profonda della vita (nessuno è felice nel presente,solo l’ubriaco) ciò che distingue i casi e le situazioni umane è solo il diverso modo o diverse forme in cui si manifesta: “variando secondo età e circostanze,come istinto sessuale,appassionato amore,gelosia,invidia,odio,ambizione. E se finalmente non riesce a trovar via in altra forma,viene sotto la malinconia,veste grigia della noia. La Volontà di vivere,desiderio sempre inappagato,si manifesta in tutte le cose sotto forma di sensucht cosmica,il dolore investe ogni creatura. Tutto soffre: dal fiore all’animale al bimbo al vecchio. E se l’uomo,in cui si riassume il male del mondo,soffre di piu rispetto alle altre creature,è perché egli,avendo maggior consapevolezza è destinato a sentire in modo piu accentuato la spinta della volontà e a patire maggiormente le offese dei mali. Il genio,dotato di maggior sensibilità,è votato a maggiore sofferenza “chi aumenta il sapere,moltiplica il dolore” “piu intelligenza avrai,piu soffrirai” L’eclesiaste. Pessimismo cosmico: il male non è solo nel mondo,ma nel Principio stesso da cui dipende. Dietro le celebrate meraviglie del creato si cela un’arena di esseri tormentati e angosciati,esistono a patto di divorarsi l’un l’altro,dove ogni animale carnivoro è sepolcro vivente di 1000 altri e la propria autoconservazione è una catena di morti strazianti”. Esempi piu paradossali di auto lacerazione dell’unica volontà in una molteplicità conflittuale di parti e individui reciprocamente ostili che si contendono l’un l’altro spazio e tempo è costituito dalla formica australiana gigante. In questa vicenda irrazionale della vita cosmica l’individuo appare solo come uno strumento per la speci,fuori della quale non ha valore. Al di la del breve sogno dell’esistenza individuale,l’unico fine della natura sembra esser quello di perpetuare la vita e il dolore. Il fatto che alla natura interessi solo la sopravvivenza della specie trova manifestazione nell’amore che si impadronisce delle forze e dei pensieri dell’umanità piu giovane,è uno dei piu forti stimoli esistenziali. Ma se l’amore è cosi forte da fare di Cupido il signore degli dei e degli uomini è perché dietro le sue lusinghe in realtà sta il freddo Genio della specie che mira alla perpetuazione della vita. Il fine dell’amore è l’accoppiamento (atto sessuale accompagnato da un particolare piacere). Ma se dietro il fascino di un bel volto c’è n nascosto desiderio sessuale che con l’innamoramento si traduce col ciclo accoppiamento procreazione vuol dire che l’individuo è lo zimbello della natura dove crede di realizzare di piu la sua personalità. Manifestazione dell’essenza biologica dell’amore è il caso limite della mantide femmina che divora il maschio dopo l’unione sessuale o della donna che perde la sua bellezza dopo aver adempiuto a procreazione ed allevamento dei figli. Ma se l’amore è un puro strumento per continuare la specie,non c’è amore senza sessualità: “ogni innamoramento affonda le radici nell’istinto sessuale” “se la passione del Petrarca fosse stata appagata,il suo canto si sarebbe ammutolito”. L’amore è peccato e vergogna: commette il peggiore dei delitti,perpetuazione di altre creature destinate a soffrire. Ma se l’amore è 2 infelicità che si incontrano è una 3 che si prepara,il solo amore è quello disinteressato della pietà.

Vie di liberazione dal dolore

La vita è dolore al di là di ogni apparenza ingannevole: “nella vita umana,il lato esterno è mascherato con falso splendore; si cela ciò che soffre; ciascuno quanto piu eterna contentezza gli manca,tanto piu desidera nell’opinione altrui passare per felice”. L’esistenza,in virtu del dolore che la costituisce,è quella che si impara poco per volta a non volerla. Si potrebbe pensare che il filosofo metta capo a una filosofia del suicidio universale. Invece lo condanna e rifiuta perché essendo lontano dall’essere negazione della volontà,è atto di forte affermazione della volontà stessa in quanto il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate,per cui anziché negare la volontà nega piuttosto la vita; sopprime l’individuo,una manifestazione fenomenica della volontà di vivere,lasciando intatta la cosa in sé,che pur morendo nel singolo rinasce in mille altri. La vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione di una vita ma nella liberazione dalla volontà di vivere. L’attenzione cade sui geni ,santi,mistici che in tutti i tempi hanno intrapreso il cammino della liberazione dalla tirannia dei bisogni e egoismo connessi alla volontà di vivere,dimostrando che allorquando la voluta perviene alla coscienza di se tende a farsi noluntas,negazione progressiva di se medesima. Dalla presa di coscienza del dolore e dal disinganno dinanzi alle illusioni dell’esistere,nascono le varie tappe della liberazione: arte morale e ascesi.

Arte

Mentre la conoscenza è irretita nelle forme di spazio e tempo,l’arte è conoscenza libera e disinteressata che si rivolge alle idee. Nell’arte l’amore,l’afflizione e la guerra sono gli aspetti immutabili dei fenomeni. Il soggetto che contempla le idee, gli aspetti universali della realtà non è piu l’individuo naturale,sottoposto alle esigenze pratiche della volontà ma il puro soggetto del conoscere,il puro occhio del mondo “mentre per l’uomo comune il patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada,per l’uomo geniale è il sole che rivela il mondo”. La sua capacità di muoversi in un mondo di forme eterne,l’arte sottrae l’individuo alla catena infinita dei bisogni e dei desideri quotidiani,con appagamento immobile e compiuto. Di conseguenza l’arte,secondo Schopenhauer risulta catartica per essenza in quanto l’uomo,grazie a essa,piu che vivere contempla la vita,elevandosi al di sopra della volontà. Le varie arti corrispondono ai gradi diversi di manifestazione della volontà. Vanno dall’architettura,grado piu basso delle manifestazioni della volontà (materia inorganica),scultura,alla pittura e alla poesia che hanno per oggetto le idee del mondo vegetale,animale e umano; spicca la tragedia,auto rappresentazione del dramma della vita. Posto a se occupa invece la musica. Non riproduce mimeticamente le idee ma si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. La musica si configura come l’arte piu profonda e universale e metafisica in suoni,capace di metterci a contatto,al di la dei limiti della ragione,con le radici stesse dell’essere e della vita. Ogni arte è liberatrice: poiché il piacere che procura è la cessazione del bisogno,porta al porsi della volontà come disinteressata contemplazione. Ma la funzione liberatrice è parziale ed ha i caratteri di un breve incantesimo: è un conforto.

Etica della pietà

A differenza della contemplazione estetica,estraniarsi trasognato della realtà,la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. L’etica è tentativo di superare l’egoismo e vincere quella lotta degli individui che rappresenta l’ingiustizia. Pur riconoscendo con Kant che il disinteresse forma il cuore della moralità,contro Kant sostiene che l’etica sorga da un sentimento di pietà tramite cui avvertiamo come nostre le sofferenze altrui. La pietà non nasce da un ragionamento astratto,ma da un’esperienza vissuta,mediante la quale, squarciando i veli del nostro egoismo,compiamo il prossimo (com patire sentire insieme) e giungiamo a identificarci col suo tormento. Non basta sapere che la vita è dolore e che tutti soffrono,perché si deve sentire e realizzare questa verità nel profondo del nostro essere. Non è la conoscenza che produca la moralità,ma la moralità che produce la conoscenza. Wagner “attraverso la compassione conosciamo” Infatti tramite la pietà sperimentiamo l’unità metafisica di tutti gli esseri che la filosofia teorizza e che i testi delle Unapishad esprimono con la sacra formula Tat wan asi (questo vivente sei tu) facendoci capire come il tormentatore e il tormentato,distinti fenomenicamente,siano noumenicamente una stessa realtà. Solo per un sogno illusorio il malvagio si crede separato dagli altri e dal loro dolore: ma il rimorso temporaneo e la duratura angoscia,che accompagnano i suoi misfatti,costituiscono l’oscura consapevolezza dell’unità del volere cosmico. Se ogni malvagità è un disconoscimento dell’unità primordiale degli esseri,ogni atto di pietà è un riconoscimento vissuto di essa che va oltre il velo di Maya del fenomeno e del principium individuationis di spazio e tempo,attraverso il quale gli enti appaiono moltiplicati. La morale si concretizza in 2 virtu cardinali: giustizia e carità o agape. La giustizia,primo freno all’egoismo,è negativa,consiste nel non fare del male e nell’essere disposti a riconosce agli altri quel che saremmo pronti a riconoscere a noi stessi. La carità volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo,è vero amore diversamente dall’eros,falso. Ai suoi massimi livelli consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri passati e presenti e nell’assumere su di se il dolore cosmico. Sebbene la morale della pietà implichi una vittoria eccezionale sull’egoismo,rimane all’interno della vita. La liberazione è l’ascesi.

Ascesi

Nasce dall’orrore per l’essere di cui è manifestazione il suo fenomeno,volontà di vivere,essenza di n mondo pieno di dolore. Esperienza per cui l’individuo si propone di estirpare il desiderio di godere e volere. Primo passo è la castità perfetta,che libera dall’impulso alla generazione della specie. La rinuncia ai piaceri,umiltà,digiuno,sacrificio e auto macerazione,tendono allo scopo di sciogliere la volontà di vivere dalle proprie catene. E’ il solo atto di libertà possibile all’uomo,anello della catena causale. Quando riconosce la volontà come cosa in se,si sottrae alla determinazione dei motivi che agiscono su di lui come fenomeno e la coscienza del dolore come essenza del mondo non è un motivo,ma un quietivo del volere,capace di vincere il carattere stesso dell’individuo e le sue tendenza naturali. L’uomo diviene libero,si rigenera e entra nello stato di grazia. Mentre nei mistici del cristianesimo l’ascesi coincide come l’estasi,unione con Dio,in quello ateo il cammino ha come scopo il nirvana,esperienza del nulla. Un bene relativo al mondo,negazione di questo: “quel che rimane dopo la soppressione della volontà è il nulla per quelli che ne sono ancora pieni. Ma per altri in cui è stata rinnegata,questo nostro universo è il nulla” Se il mondo è un nulla,il nirvana è un tutto.

Kierkegaard: la fede come antidoto contro la disperazione

Vita e scritti

I temi fondamentali della ricerca del filosofo,dalla difesa della singolarità umana e dell’esistenza contro l’universalità della ragione alla categoria della libertà come possibilità,costituiscono una precisa contrapposizione all’idealismo romantico,allora dominante. Nasce in Danimarca a Copenhagen il 5 maggio 1813. Educato da un padre anziano nel clima di una religiosità severa,si iscrisse alla facoltà di teologia di Copenhagen,dove tra i giovani teologi dominava l’ispirazione hegeliana. Nel 1840,dopo 10 anni dal suo ingresso all’università si laureava con una dissertazione Sul concetto dell’ironia con riguardo a Socrate,che pubblicava l’anno seguente. Non intraprese la carriera di pastore alla quale la sua laurea lo abilitava. Nel 1841-2 fu a Berlino e senti le lezioni di Schelling,che v’insegnava la sua filosofia positiva,fondata sulla distinzione radicale tra realtà e ragione. Prima entusiasta,ne fu poi deluso. Visse poi a Copenhagen con un capitale paterno,assorto nella composizione dei suoi libri. Gli incidenti esteriori della sua vita sono scarsi e apparentemente insignificanti: il fidanzamento,che egli stesso mandò a monte,con Regina Olsen ;l’attacco di un giornale umoristico “il corsaro” di cui si dolse come di una persecuzione; la polemica,che occupò gli ultimi anni della sua vita,contro l’ambiente teologico di Copenhagen e specialmente contro il teologo hegeliano Martensen. Muore l’11 novembre 1855.
Gli episodi spiacevoli hanno avuto nella sua vita interiore,secondo il Diario,e nelle sue opere,una risonanza profonda e apparentemente sproporzionata alla loro reale entità. Kiergaard parla di grande terremoto nel Diario,prodotto a un certo punto della sua vita che lo ha portato a modificare il suo atteggiamento nei confronti del mondo. Accenna alla causa “colpa doveva gravare su tutta la famiglia,un castigo di Dio discendere su di essa” e rimane una minaccia vaga e terribile. Parla poi nel Diario e nel letto di morte di una scheggia nelle carni,che fu destinato a portare; fu questa che gli impedi di condurre in porto il suo fidanzamento che egli ruppe,dopo qualche anno,spontaneamente. Nessun motivo,solo il senso di una minaccia oscura e inafferrabile,ma paralizzante. Anche per questo non intraprese la carriera di pastore ne nessun’altra; e di fronte alla sua attività di scrittore si pose in un rapporto poetico,di distacco,accentuato dal fatto che utilizzò pseudonimi diversi,per impedire ogni riferimento del loro contenuto alla solita persona. Opere: Concetto dell’ironia 1841,Aut aut (Diario di un seduttore) 1843,Timore e tremore 1843; il concetto dell’angoscia 1844; la malattia mortale 1849. Kierkegaard è anche autore di vari numerosi Discorsi religiosi; e pubblicò nel 1855 (maggio settembre) il periodico “Il momento” nel quale trovarono posto i suoi attacchi contro la chiesa danese.

Esistenza come possibilità

Prima caratteristica della sua opera è aver cercato di ricondurre la comprensione dell’esistenza umana alla categoria di possibilità e aver messo in luce il carattere negativo e paralizzante della possibilità come tale. Kant aveva riconosciuto una possibilità reale o trascendentale; ma di questa aveva messo in luce l’aspetto positivo,che ne fa un’effettiva capacità umana che ritrova nei limiti la sua validità e il suo impegno di realizzazione. Evidenzia,con un’energia mai prima raggiunta,l’aspetto negativo d’ogni possibilità che si,sempre anche possibilità che non: implica la non realizzazione di quel che è possibile,la minaccia del nulla. Vive e scrive sotto il segno di questa minaccia: oscurità problematica. I rapporti con la famiglia,l’impegno di fidanzamento,la sua stessa attività di scrittore gli appaiono carichi di alternative terribili. Ha vissuto in pieno la figura descritta nel Concetto d’angoscia: discepolo dell’angoscia,che vive dentro di se le possibilità annientatrici che ogni alternativa dell’esistenza prospetta. Di fronte a ogni alternativa,è paralizzato. Dice di essere una “cavia d’esperimento per l’esistenza” e di riunire in se i punti estremi di ogni opposizione “ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero,tra il freddo e il caldo,tra la saggezza e stupidaggine,tra qualche cosa e il nulla come semplice forse”. Il punto zero è l’indecisione permanente, equilibrio instabile tra alternative opposte che si aprono dinanzi a ogni possibilità. Scheggia nella carni: impossibilità di ridurre la vita a un compito preciso,di scegliere tra le alternative opposte,di attuarsi in una possibilità unica. Questa impossibilità porta al riconoscimento che il proprio compito,l’unità della personalità,è in questa condizione eccezionale di indecisione e instabilità. Secondo caratteristica è il suo sforzo costante di chiarire le possibilità fondamentali che si offrono all’uomo,gli stadi o i momenti della vita che costituiscono le alternative dell’esistenza e tra le quali l’uomo è condotto a scegliere,mentre Kierkegaard non poteva scegliere.
La sua attività fu quella di un contemplativo: si credette poeta. Moltiplicò la sua personalità con pseudonimi,per accentuare il distacco tra se stesso e le forme di vita che descriveva,per far intendere che non si impegnava a scegliere tra esse. Terza caratteristica è il tema della fede. Solo nel cristianesimo vede la salvezza: insegna la dottrina dell’esistenza che a lui pareva la sola vera e poteva offrire un modo per sottrarsi alla disperazione.
Singolarità come categoria propria dell’esistenza umana Contro l’idealismo di Hegel che dissolveva il singolo nella ragione universale,egli proclama l’istanza del singolo,esistente come tale. “La verità lo è solo quando è verità per me”. La verità non è solo l’oggetto del pensiero,ma processo con cui l’uomo se la fa sua e la vive: appropriazione della verità è verità. Alla riflessione oggettiva della filosofia di Hegel,lui contrappone quella soggettiva ed esistenziale,una riflessione appassionata e paradossale,in cui sono coinvolti il singolo individuo e il suo destino. Hegel ha fatto dell’uomo un genere animale,solo negli animali il genere è superiore al singolo. Il genere umano invece vede il singolo come superiore al genere: insegnamento del cristianesimo,punto su cui combattere contro la filosofia hegeliana e ogni altra che si avvale di riflessioni oggettive. Suo compito è inserire la persona singola con le sue esigenze nella ricerca filosofica.
Avrebbe voluto scrivere nella sua tomba “quel singolo”. Ha combattuto contro il panteismo idealistico,la pretesa di identificare uomo e Dio,affermato “l’infinita differenza qualitativa” tra finito e infinito,abisso incolmabile che divide il modo di essere del singolo da quello dell’Assoluto.
Gli stadi dell’esistenza Il primo libro di Kierkegaad si intitola Aut aut. E’ una raccolta di scritti pseudonimi che presentano l’alternativa di due stadi fondamentali della vita: estetica e morale. Questi non sono due gradi uno sviluppo unico,tra uno e l’latro vi è abisso,ognuno forma una vita a sé,che con le sue opposizioni interne si presenta all’uomo come un’alternativa che esclude l’altra.

Vita estetica

Lo stadio estetico è la forma di vita di chi esiste nell’attimo,fuggevole e irripetibile. L’esteta è colui che vive poeticamente,di immaginazione e riflessione. Ha un senso finissimo per trovare nella vita ciò che vi è di interessante e sa trattare i casi vissuti come se fossero l’opera dell’immaginazione poetica. L?esteta si foggia un mondo luminosa,da cui è assente quel che la vita presenta di banale,insignificante e meschino; e vive in uno stato di ebbrezza intellettuale continua. La vita estetica esclude la ripetizione che implica monotonia e toglie l’interessante alle vicende piu promettenti. Rappresentata in Giovanni,protagonista di Diario del seduttore,che sa porre il suo godimento non nella ricerca sfrenata del piacere,ma nella limitazione e intensità dell’appagamento. La vita estetica rivela la sua miseria nella noia. Chi vive esteticamente è disperato,la disperazione è l’ultimo sbocco. L’ansia di una vita diversa che si prospetta come alternativa possibile. Per raggiungerla,ci si deve attaccare alla disperazione,scegliere e darsi a questa con tutto l’impegno,per rompere l’involucro della pura esteticità e riagganciarsi alla vita etica. “Scegli la disperazione,la disperazione stessa è una scelta perché si può dubitare senza scegliere di dubitare ma non si può disperarsi senza sceglierlo. Disperandosi,si sceglie di nuovo,non nella propria immediatezza,come individuo accidentale,ma si sceglie se stesso nella sua validità eterna”.

Vita etica

Nasce con la scelta che implica stabilità e continuità che la vita estetica esclude da se. E’ il dominio della riaffermazione di se,del dolore e della fedeltà a se stessa: il dominio della libertà per la quale l’uomo si forma o afferma da se. “L’elemento estetico è quello per il quale l’uomo è immediatamente quel che è; l’elemento etico è quello per cui l’uomo diviene quel che diviene”. Nella vita etica l’uomo si sottopone a una forma,si adegua all’universale. Vita estetica del seduttore,etica del marito. Il matrimonio è espressione di eticità: compito che può essere proprio di tutti. Mentre nella concezione estetica dell’amore una coppia di persone eccezionali può essere felice in forza della sua eccezionalità,nella concezione etica del matrimonio può diventar felice ogni coppia. La persona etica vive del suo lavoro,è anche la sua vocazione,perciò essa lavora con piacere: il lavoro la mette in relazione con altre persone,e adempiendo il suo compito essa adempie a quel ce può desiderare al mondo. Vita etica,scelta che l’uomo fa di se stesso,una scelta assoluta perché non è la scelta di una qualsiasi determinazione finita (che non è mai il se stesso) ma la scelta della libertà: in fondo della scelta stessa. L’individuo scopre in se una ricchezza infinita,che ha in se una storia in cui riconosce la sua identità. Storia che include i rapporti con gli altri,e nel momento in cui il singolo si isola di piu,penetra piu profondamente nella radice con cui si riattacca all’intera umanità. Non può rinunciare a nulla della sua storia,nemmeno agli aspetti piu crudeli e dolorosi; e nel riconoscersi i quegli aspetti,si pente. E’ l’ultima parola della scelta etica,quella per cui tale scelta appare insufficiente e trapassa nel dominio religioso. “Il pentimento dell’individuo coinvolge se stesso,la famiglia,il genere umano,finche si ritrova in Dio. Solo a questa condizione può scegliere se stesso in senso assoluto”. La scelta assoluta è quindi riconoscimento della propria colpevolezza,della colpevolezza di quel che si è ereditato. “il suo se stesso si trova fuori di lui e dev’essere conquistato; e il pentimento è il suo amore perché lo sceglie assolutamente per mano di Dio”. Scacco finale della vita etica,per cui essa,tende a raggiungere la vita religiosa.
La noia porta alla disperazione; si deve scegliere un’altra vita,diversa sia da quella estetica (del seduttore,varia) si ada quella etica (stabilità e continuità marito)...
Vita religiosa Non c’è continuità tra vita etica e religiosa ma un abisso ancora piu profondo e radicale di quello tra estetica ed etica. Questa opposizione viene chiarita in Timore e tremore,raffigurando la vita religiosa nella persona di Abramo. Vissuto sino a 70 anni nel rispetto della legge morale,riceve da Dio l’ordine di uccidere il figlio Isacco e infrangere cosi la legge per cui è vissuto. Il significato sta nel fatto che il sacrificio del figlio non gli è suggerito da una qualsiasi esigenza morale (console Bruto) ma da un comando divino in contrasto con la legge morale e affetto naturale e non trova giustificazione dinnanzi ai familiari di Abramo. L’affermazione del principio religioso sospende l’azione del principio morale: tra i due non può esservi conciliazione. La loro opposizione è radicale. Ma se è cosi,la scelta tra i due principi non può esser facilitata da nessuna considerazione generale ne decisa in base a nessuna regola. L’uomo che ha fede opterà per il principio religioso,seguirà l’ordine divino anche a costo di una rottura totale con la generalità dell’uomo.
Ma la fede non è principio generale: è rapporto privato tra l’uomo e Dio,rapporto assoluto con l’Assoluto. E’ dominio della solitudine: non si entra in essa in compagnia. Carattere incerto e rischioso: come può l’uomo esser certo di essere l’eccezione giustificata? Come può sapere di essere l’eletto,colui al quale Dio ha affidato un compito eccezionale? C’è un solo segno indiretto: la forza angosciosa con cui propria questa domanda is pone all’uomo che è stato davvero eletto da Dio. L’angoscia dell’incertezza è la sola assicurazione possibile. La fede è certezza angosciosa,l’angoscia che si rende certa di se e di un nascosto rapporto con Dio. L’uomo può pregare Dio che gli conceda la fede; ma la possibilità di pregare non è un dono divino? Cosi nella fede vi è una contraddizione ineliminabile- E’ paradosso e scandalo e Cristo ne è il segno: soffre e muore come uomo,parla e agisce come Dio; è colui che si deve riconoscere come Dio,mentre soffre e muore. L’uomo è posto dinanzi al bivio: credere o non credere. Da un lato è lui che deve scegliere,dall’altro ogni sua iniziativa è esclusa perché Dio è tutto e da lui deriva la fede. La vita religiosa è nelle maglie di questa contraddizione inesplicabile. Contraddizione dell’esistenza umana. Vede rivelata dal cristianesimo la sostanza stessa dell’esistenza. Paradosso,scandalo,contraddizione,impossibilità di decidere,dubbio,sono caratteri esistenziali come fattori essenziali del cristianesimo. Lontano però dalle religioni ufficiali: “sono in possesso di un libro che questo paese può dire sconosciuto e di cui voglio dare il titolo “il nuovo testamento di nostro signore e salvatore Gesu Cristo”. La polemica contro il pacifico cristianesimo della chiesa danese dimostra come difendesse nel cristianesimo il significato dell’esistenza riconosciuto e fatto proprio. Ma questo non è limitato al dominio religioso,ma connesso con ogni forma o stadio dell’esistenza. La religione ne è consapevole,non lo monopolizza: la vita estetica ed etica lo includono ugualmente.
Il sentimento del possibile: l’angoscia Kierkegaard si è dapprima fermato a delineare gli stadi fondamentali della vita,alternative escludentisi e situazioni dominate da irrimediabili contrasti interni. L’approfondimento lo porta al punto centrale nel quale si radicano le stesse alternative della vita e i loro contrasti: l’esistenza come possibilità. Concetto dell’angoscia e malattia mortale,il filosofo affronta la radicale incertezza,il dubbio in cui l’uomo si trova per la natura problematica del modo d’essere che gli è proprio. Nel concetto dell’angoscia questa situazione è chiarita nei confronti del rapporto dell’uomo con se stesso,nel rapporto costitutivo dell’IO. L’angoscia è condizione generata nell’uomo dal possibile che lo costituisce. E’ connessa col peccato ed è fondamento del peccato originale. L’innocenza di Adamo è ignoranza che contiene elemento che determinerà la caduta. Elemento che non è ne calma ne riposo; ne turbamento o lotta. Non è che un niente che genera l’angoscia. A differenza a dal timore e altri stati analoghi che si riferiscono a qualcosa di determinato,l’angoscia non si riferisce a nulla di preciso: è sentimento della possibilità. “il divieto divino rende inquieto Adamo perché sveglia in lui la possibilità della libertà. Quel che si offriva all’innocenza come niente dell’angoscia è entrato in lui: angosciante possibilità di potere. Per quel che può,non ha idea,altrimenti sarebbe presupposto quel che segue,differenza tra bene e male. Non vi è in Adamo che la possibilità di potere,come una forma superiore di ignoranza,come espressione superiore di angoscia,dato che in questo grado piu alto essa non è”. Adamo possiede il suo potere nella forma della pura possibilità; e l’esperienza vissuta di questa possibilità è l’angoscia. L’angoscia non è necessità ne libertà astratta,cioè libero arbitrio; è libertà finita,limitata e si identifica con la possibilità. La connessione angoscia col possibile si rivela nella connessione del possibile con l’avvenire. Il possibile corrisponde all’avvenire. “Per la libertà,il possibile è l’avvenire,per il tempo l’avvenire è il possibile. Cosi all’uno come all’altro,nella vita individuale corrisponde l’angoscia”. Il passato può angosciare solo in quanto si ripresenta come futuro,come una possibilità di ripetizione. Cosi una colpa passata genera angoscia solo se non è passata davvero,perché se fosse tale genererebbe pentimento. L’angoscia è legata a quel che non è ma può essere,al nulla che è possibile o alla possibilità nullificante. E’ legata alla condizione umana. Se l’uomo fosse angelo o bestia,non conoscerebbe l’angoscia; e essa manca o diminuisce negli stadi che degradano verso la bestialità.

Disperazione e fede

L’angoscia è condizione in cui l’uomo è posto dal possibile che si riferisce al mondo; disperazione è condizione in cui l’uomo è posto dal possibile che si riferisce alla sua interiorità. La possibilità che provoca l’angoscia è inerente alla situazione dell’uomo: è la possibilità di legami che lo rapportano al mondo. La disperazione è inerente alla personalità,al rapporto in cui l’io è con se steso. Disperazione e angoscia sono legate ma non identiche: fondate sulla struttura problematica dell’esistenza. “L’io è un rapporto che si rapporta a se stesso; è nel rapporto l’orientamento interno di questo. L’io non è rapporto,ma ritorno su se stesso del rapporto”. Posto ciò,la disperazione è legata alla natura dell’io. L’io può volere,può non volere,essere se stesso. Se vuol essere se stesso,poiché è finito,quindi insufficiente a se stesso,non giungerà mai al riposo. Se non vuole esser se stesso rompe il proprio rapporto con sé,che gli è costitutivo,urta contro un’impossibilità. Disperazione caratteristica di entrambe le alternative: è malattia mortale,non perché conduca alla morte dell’io ma perché è il vivere la morte dell’io: è tentativo impossibile di negare la possibilità dell’io o rendendolo autosufficiente o distruggendolo. Le due forme della disperazione si richiamano e identificano: disperare di se nel senso di volersi disfare i se significa voler essere l’io che non si è davvero; voler esser se a ogni costo significa voler esser l’io che non si è,un io compiuto. La disperazione è l’impossibilità del tentativo. A Dio tutto è possibile,il credente possiede anche il contravveleno sicuro contro la disperazione: “il fatto che la volontà di Dio è possibile fa si che io possa pregare; se essa fosse soltanto necessaria,l’uomo sarebbe essenzialmente muto come l’animale”. Come opposto della fede,la disperazione è il peccato: l’opposto del peccato è per l’appunto la fede,non la virtù. La fede è eliminazione della disperazione,è condizione in cui l’uomo,pur orientandosi verso se stesso e volendo esser se stesso non si illude della sua autosufficienza ma riconosce la sua dipendenza da Dio. La volontà di esser se stesso non urta contro l’impossibilità dell’autosufficienza che determina la disperazione,perché è una volontà che si affida alla potenza da cui l’uomo è posto,cioè a Dio. La fede sostituisce alla disperazione la speranza e fiducia in Dio. Ma porta pure l’uomo al di là della ragione e di ogni possibile comprensione: assurdità,paradosso e scandalo. Che la realtà dell’uomo sia quella di un individuo isolato di fronte a Dio,che ogni individuo come tale sia un potente o uno schiavo,esista,è lo scandalo che nessuna speculazione può diminuire. Tutte le categorie del pensiero religioso sono impensabili. Impensabile è la trascendenza di Dio,che implica distanza infinita tra Dio e l’uomo ed esclude la familiarità tra Dio e l’uomo anche nel loro piu intimo rapporto. Impensabile è il peccato nella sua natura concreta,come esistenza dell’uomo che pecca. Impensabile è l’idea di un Dio che si fa carne e muore per noi. La fede crede,assume i rischi; è capovolgimento paradossale dell’esistenza; di fronte all’instabilità radicale dell’esistenza data dal possibile,si appella alla stabilità di Dio,cui tutto è possibile.

Attimo e storia: eterno nel tempo Secondo Kierkegaard la storia non è una teofania,una rivelazione e autorealizzazione dell’assoluto come credeva Hegel. Il rapporto tra l’uomo e Dio non si verifica nella storia,ma nell’attimo,subitaneo irrompere della verità divina nell’uomo. Il cristianesimo è paradosso e scandalo. Se il rapporto di ha nell’attimo,l’uomo vive nella non verità; e la conoscenza di questa condizione è il peccato. Contrappone il cristianesimo al socratismo,secondo il quale l’uomo vive nella verità e si tratta solo di renderla esplicita maieuticamente. Il maestro per il socratismo è semplice occasione per il processo maieutico,dato hce la verità abita nel discepolo. Socrate perciò rifiutava di chiamarsi maestro e dichiarava di non insegnare nulla. Ma dal punto di vista cristiano,poiché l’uomo è la non verità,si tratta di ricreare l’uomo,di farlo rinascere,per renderlo adatto alla verità che gli viene da fuori. Il maestro è un salvatore,redentore che determina la nascita di un uomo nuovo,capace di accogliere nell’’attimo la verità di Dio. Dio rimane al di la di ogni possibile punto di arrivo della ricerca umana. L’unica sua possibile definizione è differenza assoluta; ma apparente perché una differenza assoluta non può esser pensata,e non significa altro che l’uomo non è Dio,che l’uomo è il peccato. L’attimo è inserzione incomprensibile nell’eternità del tempo,e realizza il paradosso del cristianesimo,che è la venuta di Dio nel mondo. Il cristianesimo è fatto storico; e se ognuno fa appello alla fede,implica una fede alla seconda potenza che esige una decisione che superi la contraddizione implicita nell’eternità che si fa tempo,nella divinità che si fa uomo. La storicità si ripresenta nell’attimo ogni volta che l’uomo riceve la fede. Non vi è differenza tra discepolo di 1 e 2 mano di Cristo; l’uomo crede all’informazione del contemporaneo di Cristo in virtu di una condizione che a lui derivava da Dio. La divinità di Cristo non era piu evidente per il testimone immediato.
L’urlo di Munch si vede una ricerca esasperata (corretto 50 volte) è il quadro che maggiormente esprime il senso dell’angoscia.
Young lo vede come un eterno bambino che non vuole crescere: da del filosofo una sua interpretazione psicanalitica.

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