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Rapporto tra uomo e Dio nei filosofi

Per quel che concerne la concezione della religione propria dei tre filosofi in questione, in primis bisogna sottolineare il ruolo che essa ebbe nel complesso della loro trattazione: mentre per Marx e per Schopenhauer esprimere un giudizio sulla religione è conseguenza della trattazione dell’ambito specifico del quale si interessarono, per Kierkegaard la religione è il perno fondamentale intorno al quale ruota la sua intera riflessione; non un semplice mezzo per spiegare la condizione di alienazione propria degli operai o degli uomini in generale nè una strada per cercare di giustificare la realtà.
Il presupposto principale della filosofia di Kierkegaard è l’esaltazione della figura dell’uomo preso singolarmente: il suo interesse infatti non riguarda l’umanità presa nella sua interezza, il che invece è proprio ad esempio di Schopenhauer, che si concentra nell’analizzare in che modo l’uomo conduca la propria vita ( basti pensare alla similitudine con cui egli paragona la condizione di noia e dolore dell’individuo alle oscillazioni del pendolo )

Oltre all’ambito religioso i tre filosofi si concentrano anche in una breve critica nei confronti di Hegel di cui quella più significativa si rivela essere quella di Kierkegaard stesso, che attacca veementemente il fondamento dell'intera riflessione hegeliana, ossia la dialettica che culminava con il momento sintetico, quando invece nell'atto pratico l'uomo deve sempre operare una dolorosa scelta in cui non è possibile una conciliazione tra le due opzioni, scelta che poi non è altro che quella chiave di volta che consente all’uomo di intraprendere la vita religiosa ( ancora una volta è evidente come il fine ultimo di Kierkegaard sia valorizzare quest’ultima ).
La concezione del rapporto tra l'individuo e Dio per quel che riguarda la filosofia di Kierkegaard può essere considerata sicuramente la più originale e significativa: innanzitutto la sua riflessione prende avvio dalla sua vicenda personale dove risultarono significative figure strettamente connesse al mondo religioso ( il padre era un austero cristiano, la fidanzata Regine che esemplificava il concetto di scelta su cui egli si concentrò in seguito ed il vescovo Mynster, accusato dal filosofo di non averlo difeso dagli attacchi del giornale satirico " il corsaro " e di essere propenso alle tesi hegeliane ). Il progetto kierkegaardiano è determinato dalla volontà di correggere l'errore hegeliano di aver ridotto il cristianesimo ad una fase dello spirito assoluto riattuando una radicalizzazione e un'interiorizzazione dell'ideale cristiano per " reintrodurre il cristianesimo nella cristianità ". Il metodo scelto da Kierkegaard è quello di accrescere l'importanza della singolarità di ciascuno tornando a riconquistare una personalità concreta, uscendo quindi dall'astrazione tipica dell'idealismo hegeliano. Per Kierkegaard esistono tre diversi stadi dell'esistenza, estetico, etico e religioso che, a differenza della struttura della dialettica hegeliana dove ogni tappa del cammino dello spirito, composta da tesi, antitesi e sintesi, è necessaria e deve avvenire secondo un ordine prestabilito, non si attengono a nessuna sequenza ma il passaggio tra l'una e l'altra è determinato dalla volontà del singolo e non da un principio metafisico, senza tralasciare il fatto che, ovviamente, perché determinati da scelte, non è assolutamente certo che ogni uomo prima o poi abbia modo di “ viverli “ tutti e tre. In questa fase evince anche il ruolo preponderante del principio dell'aut - aut, che sostituisce l'idea hegeliana di et - et che trovava il suo naturale acme nell'Aufhebung, in cui il soggetto è sempre costretto ad una scelta. Il primo stadio è quello della vita estetica, esemplificata dal personaggio di Don Giovanni, che passa da una donna all'altra per soddisfare un desiderio o un piacere: in questa figura però si vede come non sia possibile una scelta, in quanto il Don Giovanni non è mai soddisfatto dal piacere finito che ogni donna può concedergli perché egli ricerca il desiderio come principio e così non è mai raggiungibile il godimento assoluto poiché la fruizione dell'oggetto desiderato non soddisfa mai appieno colui che desidera. La ricerca del don Giovanni è quindi quella di un piacere infinito attraverso il ripercorrere infinite volte attimi di piacere finito, il che, proprio per la natura finita del piacere, non può che generare noia.
Il secondo stadio è rappresentato dalla figura del marito, impersonata da individui "qualunque" tra cui Kierkegaard nomina l'assessore Guglielmo a simboleggiare il passaggio dalla atomizzazione e frammentazione del presente del Don Giovanni alla stabilità della via sociale dell'anonimo assessore. Tale vita è caratterizzata dall'inserimento del soggetto in un tessuto sociale ben determinato e specifico dove però l'individuo vede minata la sua libertà di scelta in quanto rimane ingabbiato in vere e proprie leggi non scritte che lo costringono nella monotonia più assoluta.
Nello stadio conclusivo, quello della vita religiosa, Kierkegaard evidenzia la necessità di eliminare la contrapposizione tra piacere finito ed infinito che aveva caratterizzato i due stadi precedenti, attuando quindi una commistione tra un puro movimento dello spirito ed una scelta reale. Come già aveva fatto negli stadi precedenti, anche in questo caso Kierkegaard propone un esempio per spiegare cosa egli intenda per vita religiosa, ed eleva a tale dignità la figura di Abramo, l’eroe biblico che, fidandosi della promessa fattagli da Dio, decise di guidare il popolo ebraico nel deserto. È proprio la vicenda biblica di Abramo l’emblema di come deve essere il rapporto tra l’individuo e Dio: infatti nella richiesta di Dio ad Abramo di sacrificare il suo unico figlio, risulta evidente come il comando era rivolto al singolo individuo e che la scelta di Abramo, una scelta in cui non vi poteva essere una via di conciliazione tra l’uccidere o meno il figlio ( e qui evince ancora una volta la condanna della sintesi hegeliana ), non poteva fare riferimento a leggi umane in quanto vi era un riferimento eterno come Dio. Nella vita religiosa dunque, a differenza di quella etica, il singolo viene totalmente valorizzato ed il rapporto tra Dio e l’individuo è anche autentico, in quanto costringe ad una scelta che non può essere rimandata, appunto perché il trascorrere inesorabile del tempo prenderà una decisione al posto dell’individuo.
Di fronte alla scelta l’uomo vive una condizione di angoscia e per affrontarlo egli ha di fronte a sé due vie maestre da seguire: da un lato l’individuo potrebbe non scegliere ma, come già visto in precedenza, questa strada non può essere attuata perché sarà lo scorrere del tempo a scegliere, oppure affidarsi totalmente a Dio, come aveva fatto Abramo, riconoscendo la sua superiorità e dando così luogo a ciò che Kierkegaard stesso definisce “ salto “ nella fede. Egli inoltre aggiunge come anche di fronte a Dio, che si è rivelato per mezzo di suo figlio Gesù Cristo, l’individuo deve compiere una scelta, ossia se ciò che è stato tramandato sia vero o falso, una scelta che “ è decisione di tutta l’esistenza “: e sicuramente Kierkegaard propende per la prima alternativa.
Già nell’accettare la fede cristiana evince ancora di più la distanza che separa Kierkegaard da Marx e da Schopenhauer: mentre la concezione religiosa del filosofo danese è positiva da una parte Marx la cita solo in riferimento alla condizione degli operai o, per meglio dire, degli uomini in generale, mentre Schopenhauer è essenzialmente critico, se non ostile, alla figura di Dio. Questa avversione di Schopenhauer trova una giustificazione nel pessimismo che permea tutta la sua filosofia: infatti, in un mondo dove non esistono che noia e dolore, e l’uomo non è libero ma oppresso dalla Volontà, la figura di Dio è completamente marginale, un nome vuoto senza alcun significato. Per Schopenhauer “ la responsabilità del mondo e di tutte le sue sventure ricade comunque su Dio “, consapevole di ciò che sarebbe accaduto e completamente passivo nell’osservare la sofferenza del mondo: proprio a causa dell’oscurità presente nella realtà, la religione cristiana appare unico antidoto per l’uomo, una medicina però inefficace ed anzi nociva per il progresso della società. In ciò Schopenhauer sembra molto vicino alla concezione marxista di religione: infatti per il padre del comunismo “ il sentimento religioso è un prodotto sociale “, creato ad hoc dagli uomini per distogliere la loro attenzione dalle sofferenze del mondo, un vero e proprio “ oppio dei popoli “. Marx si scaglia anche contro Feuerbach, il quale aveva sì individuato il problema della religione, ma aveva proposto come soluzione una vera e propria modifica del modo di pensare degli uomini, mentre per Marx la soluzione risiedeva in campo economico.
In conclusione mentre la concezione religiosa di Marx e Schopenhauer appare avere dei punti in comune più o meno espliciti, la riflessione di Kierkegaard tocca invece ambiti vicini alla prima filosofia cristiana, rappresentata da Sant’Agostino, ed anche al cristianesimo medioevale, con una valorizzazione della fede che colloca Kierkegaard in una posizione privilegiata e a sé stante rispetto alle altre speculazioni filosofiche, colpevoli di aver eliminato a poco a poco l’elemento religioso come cardine della filosofia e dell’intera vita umana, in cui invece avevano assunto un ruolo di primo piano l’economia e la condizione pessimistica della vita umana.

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