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Schelling, Friedrich Wilhelm Joseph - Pensiero

La filosofia della natura
Alla base del pensiero di Schelling vi è la critica nei confronti di due tradizionali modi di “vedere” e “considerare” la natura:
1) Quello meccanicistico, poiché movimento e causa non sono secondo Schelling sufficienti per spiegare gli organismi viventi;
2) Quello finalistico, poiché immaginando alla base della natura un “essere divino” ad essa esterno, compromette l’autonomia dei processi naturali.
Schelling contrappone invece a questi due modelli un organicismo finalistico e immanentistico. In altre parole, per Schelling ogni parte ha senso solo se in relazione al tutto (organicismo), è dotata di una finalità superiore (finalismo), interna però, e non esterna, ad essa (immanentismo).

Questa conclusione è quella che è stata chiamata la “terza via Schellinghiana”, attraverso la quale si supera la contrapposizione tra meccanicismo e finalismo.
Vediamo bene in che cosa consiste.
Secondo Schelling è innegabile che nella natura si possa trovare lo “spirito”, cioè la tendenza all'organizzazione di tutti i suoi fenomeni.
Questo significa che essa, nelle sue manifestazioni, obbedisce ad un “concetto”. Deve dunque esistere una entità spirituale – un principio - inconscia, ad essa immanente, alla base di quest’organizzazione ed ordine.
Schelling chiama questo principio “anima del mondo”, il quale, come un “demiurgo”, plasma il mondo e pervade di sé tutto quanto. La natura diventa in questa visione come un immenso organismo, in cui tutto vive, e nel quale si realizza lo spirito.
Ricercare il principio dell’organizzazione della natura è dunque lo scopo della filosofia di Schelling.
Questo principio si concretizza con la forza di attrazione e con la forza di repulsione.
Come l’io Fichtiano, infatti, che non può realizzarsi se non col dualismo fra soggetto e oggetto, così la natura di Schelling “ha bisogno” di polarizzarsi in questi due principi: la natura agisce dunque attraverso la lotta di forze opposte.
Se tra queste due forze vi è equilibrio, si hanno i corpi non-viventi. Se l’equilibrio viene rotto e ristabilito, si parla invece di fenomeno chimico. Se l’equilibrio non viene ristabilito e la lotta tra le due forze è permanente, allora si ha la vita.
La vita è infatti per Schelling un movimento incessante dello spirito che “dorme nella pietra, sogna nell’anima, è desto nell’uomo”.
Ben presto Schelling introduce anche il concetto di potenza, per indicare i diversi livelli di sviluppo della realtà.
1) La prima potenza è dunque il mondo inorganico.
2) La seconda potenza è l’idealità (cioè la presenza dello spirito) della natura, manifestato dalla luce.
3) La terza potenza è il mondo organico.
In ognuna di esse operano le forze del magnetismo, dell’elettricità e del chimismo, nelle quali si concretizza la lotta attrazione - repulsione.
Il magnetismo riguarda la coesione delle parti, l’elettricità consiste in una bipolarità di forze e il chimismo esprime l’incessante metamorfosi dei corpi. A queste tre forze, nel mondo organico, corrispondono la sensibilità, l’irritabilità e la riproduzione.
Analizzando bene il tutto, si capisce dunque che per Schelling la natura è caratterizzata da un costante passaggio dall’inconsapevolezza alla consapevolezza: una progressiva “smaterializzazione” ed un progressivo “emergere dello spirito”.
In questa ottica la natura diviene dunque la preistoria o odissea dello spirito, che cerca, attraverso le cose, di giungere finalmente “a se stesso”, nell’uomo.
Le potenze sono quindi i diversi stadi del divenire dello spirito, e sono perciò stadi della stessa realtà.

La filosofia speculativa (o a priori)
Schelling definì la sua filosofia della natura “speculativa” o “a priori”. Solitamente con questi termini si intendono quelle filosofie che cercano di spiegare la realtà prescindendo dall’esperienza.

Nel caso di Schelling, però, il termine “a priori” indica invece una filosofia in cui ogni fenomeno naturale -testimoniato dall’esperienza- fa parte necessariamente di una totalità organica. Secondo Schelling, inoltre, senza esperienza non è possibile conoscere niente.
Tuttavia in natura non vi è posto per il caso: ogni singolo fenomeno è determinato in anticipo (a priori) dal tutto.
Malgrado le critiche che possono essere mosse ad una simile filosofia, il merito della filosofia di Schelling è quello di aver acceso nella gioventù tedesca l’interesse per i fenomeni fisici, come il magnetismo e il chimismo, nonché quelle scienza abbandonate dall’illuminismo come l’ipnotismo e la telepatia. Inoltre ha mostrato i limiti del meccanicismo tradizionale e la sua inefficacia nello spiegare la natura.
C’è poi chi, basandosi sulla teoria degli “stadi” dello spirito, ha voluto vedere –a torto- in Schelling un evoluzionista. Le potenza della natura, infatti, non hanno valore temporale, ma sono invece momenti ideali di una unità originaria, cioè l’assoluto.

Idealismo trascendentale
Con questo termine Schelling vuole delineare quella filosofia spirituale che si contrappone a quella della natura. Vediamo cosa significa.
La filosofia della natura parte dall’oggetto per derivarne il soggetto (lo spirito), mostrando come la natura si fa via via spirito
La filosofia trascendentale parte invece dal soggetto per derivarne l’oggetto, mostrando come lo spirito si fa natura.
La prima parte, cioè, dal realismo per giungere all’idealismo, mentre la seconda parte dall’idealismo per giungere al realismo.

L’idealismo trascendentale ha dunque il compito di derivare l’oggetto dal soggetto, mostrando come i modi di auto-costituzione dello spirito sono i medesimi della natura.
Punto di partenza è l’autoconoscienza che l’io ha di se stesso. Questa è una pura “intuizione intellettuale”, una attività nella quale, nel momento in cui l’io si intuisce, si crea.
Ora, nell’autocoscienza ci sono due attività:
1) una reale, nel quale l’io è limitato;
2) una ideale, nel quale l’io è illimitato.
Nella prima attività, infatti, l’io, ponendosi, incontra un limite e risulta limitato; ma poi, nella seconda, esso supera questo limite riconoscendosi come attività produttrice, e risulta quindi illimitato.
Prima di avere tale autocoscienza di sé, l’io attraversa “tre epoche” di sviluppo:
1) dalla sensazione all'intuizione produttiva, nella quale si passa dall’io che sente all’io che si avverte come senziente;
2) dall'intuizione produttiva alla riflessione, nella quale si passa da un io ancora immerso negli oggetti ad un io che si eleva all’intelligenza differenziata di sé;
3) dalla riflessione alla volontà, nella quale, astraendo dagli oggetti, l’io si pone come volontà, cioè come intelligenza che si auto-determina.
Nel seconda e nelle terza epoca l’io pone il tempo e lo spazio e le categorie. Inoltre gli stessi sviluppi dell’io sono presenti anche nella natura.
Ci si può chiedere perché l’oggetto non appare sin dall’inizio come una produzione del soggetto, ma un qualcosa estraneo ad esso. La risposta è che l’io li produce inconsapevolmente con la produzione inconscia (o “immaginazione produttiva”, usando il termine di Fichte).
La filosofia pratica (la moralità) inizia solo nella terza epoca, quando è presente la volontà.
La volontà si realizza nella moralità, in cui essa è libera di agire, e nel diritto, in cui è soggetta alla legalità, e quindi alla necessità.
Questi due aspetti della volontà si conciliano nella storia, che, come la natura, passa dallo stadio consapevole a quello inconsapevolmente.
Gli uomini credono infatti di operare liberamente, ma in realtà essi agiscono in virtù di una forza superiore (il destino, la natura e la provvidenza), spesso anche in modo diverso da come essi si propongono.
La storia è dunque come un dramma in cui gli attori recitano in piena libertà, ma solo il suo autore vi dà unità. Esso è l’Assoluto, che a sua volta si attua e si rivela nelle libere azioni degli uomini.
Tale rivelazione storica avviene in tre periodi:
1) L’uomo è guidato completamente dal destino (come quando sono caduti gli imperi più antichi);
2) Ciò che appariva destino è in realtà natura (come quando la repubblica romana, per la naturale brama di conquista personale, realizzò l’unificazione dei popoli);
3) Ciò che prima appariva come destino e poi come natura, diverrà invece provvidenza. Allora si realizzerà il regno di Dio, e qui si avrà finalmente una federazione planetaria.

La teoria dell'arte
Nonostante le corrispondenze, spirito e natura (conscio ed inconscio) continuano ancora ad essere distinti, a causa del dualismo fra soggetto ed oggetto.
Inoltre la storia non dimostra la loro identità, ma la postula solo per il futuro. Ci vuole qualcosa che veramente sappia unificarli, che sappia armonizzare spirito e natura, e che contempli produzioni consce ed inconsce. Deve apparire insomma come una rappresentazione immediata del progresso storico.
Quest’attività è l’arte.
Infatti l’artista, quando compone l’opera, è come preso da una strana forza. L’arte è quindi conscia (realizzazione) ed incoscia (ispirazione). Nemmeno l’autore sa spesso descrivere ciò che ha dipinto e le interpretazioni sono moltissime. L’arte rivela quindi l’Assoluto.

Un arduo problema
La filosofia di Schelling presenta un grande problema: come è possibile, infatti, che l’oggetto condizioni il soggetto nell’ambito della ragione teoretica e contemporaneamente il soggetto condizioni l’oggetto nella ragione pratica? Come è possibile, in altre parole, sostenere che le rappresentazioni degli oggetti siano determinate da questi ultimi, e nello stesso tempo che gli oggetti siano determinati dalle rappresentazioni?
Per risolvere tale problema, secondo Schelling bisogna pensare che fra i due mondi –quello ideale e quello reale- vi sia un’armonia prestabilita: tra gli oggetti e la nostra rappresentazione di essi deve dunque esserci uno stretto legame, una corrispondenza costante.
In questa visione, oggetto e rappresentazione sono generati da un’unica attività, la quale nel libero agire è COSCIENTE, mentre è incosciente quando produce il mondo (tant’è vero che se il soggetto condiziona l’oggetto nell’ambito teoretico, è solo perché esso, come sostiene anche Fichte, è già stato posto dal soggetto. E se il soggetto condiziona l’oggetto in sede pratica, è perché il volere è la realizzazione, a livello conscio, della creatività dello spirito).
Tale armonia può essere rivelata nell’attività estetica, che agisce con consapevolezza nell’uomo ed inconsapevolezza nel mondo.

La filosofia dell'identità
Quest’ultima parte del pensiero Schellinghiano non verrà qui di seguito trattata. Se ne dà però una rapidissima descrizione a grandi linee.
Fino ad adesso Schelling ha determinato l’identità fra soggetto ed oggetto, partendo dall’Assoluto. Si è trattato cioè di quella fase del pensiero che lo stesso Schelling stesso definì “filosofia dell’identità”.
Nell’ultima parte del suo pensiero, egli vuole invece fare il contrario: dedurre gli opposti dall’Assoluto, spiegare il passaggio dall’Uno ai molti, da Dio al mondo, dall’infinito al finito.
Per Schelling il finito può derivare dall’infinito solo se vi è già dentro in qualche modo. Per la precisione, il finito dev’essere già dentro l’Assoluto in modo infinito, cioè senza limiti di tempo e spazio.
Il finito sarebbe pertanto presente in Dio sotto forma di idee.
Schelling non riesce però a spiegare bene esse si specifichino nella molteplicità delle creature del mondo, anche perché egli rifiuta le classiche teorie religiose della creazione secondo cui questa sarebbe la volontà del creatore.

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