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Schelling (Germania, 1775 – 1854)

Fa parte di gruppi intellettuali e tiene contatti con i circoli culturali del tempo.
È un genio precoce: a 15 anni viene accettato alla Facoltà di teologia di Tubinga, ma nelle sue opere sulla filosofia della natura confluiscono anche i suoi interessi nelle materie scientifiche come matematica, scienza e medicina, studiate a Lipsia, dove lavora come precettore.
Nel 1798 Goethe gli offre la docenza all’Università di Jena, dove ha rapporti con i principali esponenti del Romanticismo.
Chiama Hegel a Jena e dirigono insieme la rivista “Giornale critico della filosofia”.
Innamoratosi della moglie di Schlegel, viene rifiutato dal circolo romantico dei fratelli Schlegel e nel 1803 la sposa. Intanto esercita la professione di professore universitario in diverse città, in particolare a Berlino, sulla cattedra che era stata di Hegel.
Poi rompe i legami filosofici con Fichte e quelli di amicizia con Hegel, che critica la sua filosofia con la celebre metafora della “notte in cui tutte le vacche sono nere”.

Morta la moglie, dopo tre anni si risposa.

Quando si allontana da Fichte (con il quale condivide l’idea che l’unità originaria dell’Io sia il fondamento della realtà), la critica al maestro e la polemica nei confronti della sua filosofia sono alla base del suo nuovo pensiero: per lui Fichte ha misconosciuto e sottovalutato l’importanza della natura, riducendola a puro teatro dell’azione dell’Io, rispetto al quale ha una posizione subordinata.
Principio originario di tutta la realtà è l’Assoluto (unità indifferenziata):
Ideale-Reale
Spirito-Natura
Soggetto-Oggetto

Natura e spirito hanno pari dignità ontologica. A Schelling interessa ricercare nella natura quegli stessi principi spirituali che Fichte aveva cercato nell’Io.
Il modello meccanicista, fisico, di spiegazione della natura secondo il principio di causa-effetto è incompleto e impreciso. È inadeguato anche quello che rintraccia all’esterno della natura un Dio che ne sia la causa.
In un certo senso richiama il panteismo di Spinoza “Deus sive natura” (con questo si risolverà il problema della creazione), interpretandolo in chiave idealista. Schelling riprende quindi il concetto di natura come unità vivente, animata da un principio di organizzazione, una vera e propria “anima del mondo”, analoga allo spirito che anima ciascun individuo.
Gli altri modelli non danno ragione degli organismi viventi, che hanno in sé un principio di organizzazione. Con le idee di Fichte si dà una visione riduttiva della realtà: in realtà lo spirito è ovunque, la differenza è che nell’Io lo spirito è consapevole.

Oggetto natura: la natura è spirito reso visibile.
Soggetto spirito: lo spirito è natura invisibile.
Sono manifestazioni diverse del medesimo Assoluto, prodotti analoghi del processo dinamico che si origina nell'Assoluto; non sono distinti per essenza, ma per grado.

Bisogna usare il concetto di preistoria dello spirito e la metafora di odissea dello spirito.
Lo spirito corrisponde all’organizzazione interna delle funzioni, degli elementi naturali (cose non spiegabili in modo meccanico) = è uno spirito inconscio. La natura è, dunque, un grande organismo che organizza se stesso.
In tutto c’è non solo materia, ma anche un elemento spirituale.
Anche la natura è un tutto dinamico con una spiritualità inconscia che ha il proprio culmine nell’uomo. È una questione di gradi: la preistoria dello spirito (si parla anche di odissea, di viaggio dello spirito) diventa progressivamente consapevole di sé, giungendo al culmine che è l’uomo, pura autocoscienza.

Alla base di tutti i fenomeni naturali ci sono forze di attrazione e repulsione, la polarità, che è di nuovo dialettica.
Nella natura organica ci sono tre elementi che ci mostrano la sua organizzazione, i tre momenti della polarità: Sensibilità (la ricettività originaria con la quale sono percepiti gli stimoli), Irritabilità (l’attività che consente il movimento), Tendenza produttiva (l’impulso alla riproduzione).

L’Assoluto porta in sé un principio di attività inconscio accanto alla coscienza intelligente. La filosofia, dal momento che indaga con la ragione, che è attività cosciente, non è in grado di cogliere pienamente il nesso tra conscio e inconscio che si cela nella realtà. Per comprendere la verità è necessaria un’attività di natura diversa, la produzione artistica, compiuta da individui dotati di genio, capaci di conciliare conscio e inconscio, libertà e natura.

L’opera d’arte, infatti, è allo stesso tempo oggetto sottoposto alle determinazioni delle leggi naturali e opera realizzata con scelte libere, è il risultato sia delle capacità dell’artista (quindi di una perizia esercitata in un’attività cosciente) sia della sua intuizione (quindi di un atto inconsapevole), che coglie e plasma l’inconscio dandogli una forma. Quindi l’opera d’arte trasmette significati e verità di cui lo stesso artista non è consapevole.
L’unità dell’Assoluto può essere colta soltanto attraverso l’intuizione artistica propria dell'arte, che nel genio si manifesta come sintesi di consapevolezza (perizia tecnica) e inconsapevolezza (l’elemento indefinibile, che Schelling chiama “poesia”, grazie al quale un’opera diventa opera d’arte). L’intuizione artistica è l’“intuizione intellettuale divenuta oggettiva”, quindi l’arte è l’“unico vero ed eterno organo” della filosofia.

Il genio coglie la verità in quanto riproduce la sintesi tra conscio e inconscio che l’Assoluto porta in sé. Egli è l’individuo nel quale si risolvono le contrapposizioni insite nel reale e grazie al quale si compie la sintesi tra ideale e reale.
L’arte è la sola attività umana in grado di comprendere l’Assoluto come unità di spirito e natura, soggetto e oggetto, conscio e inconscio: è la vera conoscenza, l’autentica filosofia.

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