Mongo95 di Mongo95
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Si giunge ad una condizione pessimistica della vita umana, a cui però vengono proposte delle vie di liberazione. Si critica l’ottimismo cosmico di Hegel, nonché in generale l’idealismo e il positivismo (movimento culturale che sosteneva la positività di un metodo basato sulla scienza, la filosofia inoltre viene vista come sintesi della scienza). È un periodi di decadenza dei valori tradizionali, dovuto ad uno spirito di spregiudicatezza che caratterizzava i nuovi ricchi.
È un pensiero un po’ alieno al suo tempo, che si caratterizza da una “pars destruens” e da una “pars construens”, rispettivamente l’idea pessimista e le proposte di liberazione. Le domande che ci si pone sono: che cosa è la vita? Quale è la sua essenza? Perché esiste il dolore, o la noia? La ragione riesce da sola a spiegare gli aspetti della realtà, o è solo un edulcorante, cioè è consolatoria? Quale terapia per la sofferenza dell’uomo nella società moderna? È una svolta per la cultura dell’epoca, perché si mette in crisi l’idea che la ragione possa interpretare e spiegare i diversi aspetti della realtà. Si va contro i miti del progresso, della perfettibilità ad ogni costo.


Di famiglia mercante, grande contestatore dell’idealismo. Viene educato rigorosamente, sia moralmente che religiosamente. Parla, nel suo diario, della situazione della sua famiglia descrivendola come un “terremoto”, una “spina nella carne”. Pensa che ciò sia dovuto ad una maledizione che il padre aveva rivolto a Dio, e ora ne paga il prezzo. Oppure per via della relazione che lo stesso aveva intessuto con la domestica. Kierkegaard vivrà sempre con il “senso del peccato”. Nel 1843 scrive due importanti opere, che però vengono poco considerate dall critica e dal pubblico: “Aut.. Aut” e “Timore e tremore”. Nel 1844 scrive anche “Briciole di filosofia” e “Il concetto dell’angoscia”. Tra il 1849-49 vive i moti che infammavano l’Europa in modo molto inquieto, come un “grosso pericolo per il singolo e per la religione”. Muore nel 1855, ma aveva rifiutato il sacramento, per via del suo forte contrasto con la Chiesa, vissuto da convinto cristiano.
Socrate è il suo punto di riferimento per molti concetti. Anche per quello di ironia, cioè il mezzo attraverso il quale far comprendere ad ognuno il “sapere di non sapere”. Critica quindi i Romantici e la loro idea, cioò di ironia come gioco ed illusione. Socrate lo considera come un pensatore “esistenziale”, cioè non concettuale, ma che lega il pensiero all’esistenza. Riprendendo dal filosofo greco, in Kierkegaard si vedono appunto due elementi fondamentali: filosofia come impegno personale; vita come scelta.
Kierkegaard riflette molto sulla sua esistenza, contraddittoria e problematica, perché è di ciò che “ha sete l’anima mia, come i deserti africani desiderano acqua”. Nel 1841 a Berlino ascolta le lezioni di Schelling, in un periodo in cui è ancora forte la sua ottica hegeliana. Inizia a preoccupari però che l’idealismo abbia voluto dare una spiegazione oggettiva a tutte le problematiche esistenziali, perdendo di vista il fatto che le verità di ogni singolo non necessariamente si esauriscono così generalmente. Non veniamo mai considerati ognuno come persona concreta, nella sua unicità, singolarità, irrepetibilità. Sviluppa quindi la categoria del singolo, tramite la quale intende mettere in scasso le filosofie sistematiche, universali, astratte.

Tale categoria è un tema essenzialmente cristiano: ogni singolo individuo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, conserva con lui un rapporto individuale indissolubile ed unico, dalla nascita alla morte, e oltre. In ognuno di noi la categoria del singolo è a tal punto radicata che sulle lapidi basterebbe scrivere “quel singolo”, perché ognuno è soltanto caratterizzato diversamente. Ciò a differenza di quanto avviene nel mondo animale (singolo inferiore alla specie: il cane, il cavallo), mentre nel nostro mondo, con il nome, quando si prende ciascuno di noi singolarmente la specie passa in secondo piano.
Accanto alla tematica della singolarità c’è quella della libertà di scelta e la possibilità di decisione. Il fatto di essere liberi non è sempre positivo. La libertà ha un volto inquietante, implica la scelta tra due elementi contrapposti, che alla fine non si riconducono altro che al Bene e al Male. Bisogna assumersi la responsabilità di quelle che sono le nostre scelte.
Un avvenimento importante per Kierkegaard fu la rottura del suo fidanzamento con Regina Olsen. Le propone di sposarla, ma si rende subito conto dell’errore da lui commesso. Non ha però il coraggio di dirglielo prima di un mese, e rompe il rapporto. Lei va anche in depressione. È un avvenimento che segna le vite di entrambi, da cui Kierkegaard estrae un importante insegnamento: la scelta.

• La scelta
Avendo abbracciato il cristianesimo, non poteva anche condurre una vita di marito borghese, perché aveva già scelto Dio. Questa scelta è esclusiva, non ammette compromessi, è di tremenda serietà. Dio ha la precedenza su tutto.
Il suo cristianesimo non segue quello ufficiale. Parla di un “ateismo dei cristiani”, da loro stessi voluto. Cristo ha anche un volto inquietante, che uomini come Abramo hanno conosciuto, non è solo positivo. Il suo messaggio però è stato interpretato come speculazione teologica, teoria, cioè un modo di vivere al meglio possibile, il volto rasserenante e piacevole, non quello inquietante. Scegliere Gesù Cristo, significa anche sacrificio, abnegazione, ascesi. Abramo ha scelto anche questo. Egli, così come Socrate, è un uomo che sceglie. La scelta è ciò che rende un uomo veramente un singolo. L’uomo soltanto di fronte a se stesso diventa capace di interiorità e spiritualità. Scegliendo non diventa diverso da quello che era prima, ma diventa solo se stesso.
In “Aut.. aut” il tema della scelta è appunto centrale. Si tratta di decidere se assumere un determinato stile di vita oppure un altro. Se la dialettica hegeliana è una conciliazione degli opposti (Et.. Et), il pensiero kierkegaardiano implica una contrapposizione e l’assumere una determinata posizione (O…O). Esistere significa scegliere, non a livello teorico, ma ad un livello che pervade l’essere in tutte le sue forme. Il valore di una persona non si basa sulla profondità dei suoi pensieri, ma sulla capacità di assumersi la responsabilità delle sue scelte.
Esistono più vite possibili:
1. Vita estetica: si coglie l’attimo, la novità, in modo mondano e repentino. È la vita dei “gaudenti”, cioè coloro che hanno voluto fare della loro vita un’opera d’arte. Il personaggio rappresentativo in questo caso è Giovanni il Seduttore (chiaro riferimento al Don Giovanni di Mozart), le cui gesta sono narrate nel “Diario di un seduttore”. Egli non è un seduttore sensuale che cerca il piacere nel possesso della donna, ma è invece un intellettuale che si serve di vari strumenti (ironia, sagacia, arguzia), per conquistare la donna. Poco gli importa del piacere fine a se stesso.

Questa però non è una vera e propria vita, ma soltanto uno stadio. La ricerca continua di piaceri svuota il proprio essere e fa perdere il senso dell’esistenza. Si sfocia nella noia e nel dolore, nella disperazione dovuta alla continua ricerca di un qualcosa che non possiamo raggiungere.
2. Vita etica: è il primo momento di effettiva scelta, e arriva per tutti. Infatti chi vive nella vita estetica non ha davvero scelto, ma si lascia semplicemente vivere. Questo è invece il momento del dovere e della responsabilità, la cui figura rappresentativa è il marito. Nel matrimonio viene a mancare la liricità e la passione che caratterizza il primo momento, quello dell’innamoramento. La donna è l’oggetto di un raffinato desiderio, perché per sua caratteristica genetica è finita e concreta, porta equilibrio all’uomo, che invece tende ad andare al di là, all’infinito e all’idealistico.
Anche il matrimonio però non è esente da pericoli. Dopo un po’ potrebbe continuare senza amore per pura convenzione sociale, per rispetto delle regole, per i figli. Infatti l’uomo sente stretta questa etica e vorrebbe superarla, considerandola inappagabile e insoddisfacente. Al tempo stesso però avverte un sentimento di colpa e pentimento, che lo porta a compiere una nuova scelta.
3. Vita religiosa: il momento di abbracciare Dio è un attimo che è assolutamente altro alla ragione, alle convenzioni sociali. O si sceglie Dio, o si sceglie la morale degli uomini. Ma è una scelta che va compiuta autonomamente, in una solitudine in cui si identifica esattamente il singolo. La fede è paradosso e scandalo, perché conduce al vero volto inquietante di Dio. Non esiste un collegamento con la religione degli uomini, è pura incommensurabilità.
La libertà, la possibilità di scegliere, di decidere, genera angoscia e disperazione. Adamo è libero ed innocente nel Paradiso Terrestre. Dio però gli ordina di non mangiare la mela, ma lui alla fine sceglie il male (wait… non era stata quella baldracca di Eva??), con una conseguente angoscia della libertà. Ne deriva quindi la possibilità del peccato. Quando l’uomo si rapporta col mondo si ha l’angoscia, quando si rapporta con se stesso si ha la disperazione: non ci accettiamo per quello che siamo e non possiamo superare questa situazione. Lo possiamo fare solo con la fede e sentirci finalmente autonomi ed autosufficienti. Ma sempre tenendo presente che tutte le categorie del cristianesimo sono un paradosso e sono scandalose. A partire per esempio dalla transcendenza di Dio: con lui invece c’è un rapporto unico, singolo, irripetibile. Un altro paradosso, quello paradigmatico, è Dio che si fa uomo, scende sulla terra e per noi soffre sulla croce. Questo è un paradigma che noi attualizziamo soltanto accettando la divinità del Cristo, così che si ha l’Assoluto che si lega al singolo, l’infinot al finito, l’eterno che fa irruzione nel tempo. Questa è una teoria, ma le fede deve essere un modus vivendi.

Nell’opera “Delitto e castigo” di Dostoekvskij è forte l’influsso di Kierkegaard. C’è la sua riflessione sull’angoscia come sentimento del possibile generato dal nulla, o meglio, dalla libertà dell’uomo. Così come la riflessione sull’infinita distanza tra uomo e Dio. Il protagonista Raskolnikov confessa il proprio delitto e, nel cercarne le motivazioni, fa emergere il tenativo di dare una legittimazione ideologica all’egoistica affermazione di sé. Egli uccide proprio per affermare se stesso: si sente superiore agli uomini comuni. Pensa di poter essere di vantaggio all’umanità, fare del bene. Viene messo in risalto il ruolo del singolo e la sua inquietante solitudine di fronte alla scelta. La decisione è un concetto di alternativa secca. L’esistenza non conosce quiete consolatoria, previste invece dalla sintesi e dalla conciliazione hegeliane. È invece caratterizzata dalla lacerazion, dalla radicalità. L’uomo deve prendere posizione, anche a costo di allontanarsi dai confini tranquillizzanti dela morale e della tradizione. Nel momento decisivo esce dal “gruppo”, è solo. Soltanto l’orizzonte della trascendenza può offrire una via di salvezza, conquistata però al prezzo dell’angoscia e della disperazione.

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