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Esercizio del cristianesimo


Come Pascal, anche Kierkegaard morì molto giovane e conobbe da sempre il soffrire. Il suo apporto al problema del dolore non è solo di testimonianza individuale, ma teorico, individuabile soprattutto in un’opera della maturità, Esercizio del cristianesimo (1850). Già nel titolo si ha la chiave ermeneutica, nel senso che il cristianesimo non è soltanto una proposta speculativa, ma di esistenza. Per Kierkegaard non può rimanere teoria ma farsi pratica e esercizio di vita, in cui l’agire cristiano legittima l’autenticità della fede e del credere. Un tentativo di introdurre il cristianesimo nella cristianità. Per Kierkegaard è fondamentale il fatto che il negativo non è semplicemente un momento logico, che poi viene tolto in una superiore conciliazione dialettica. No, il Cristo ha veramente sofferto per l’uomo diventandone il modello, l’archetipo. Allora il compito per il cristiano è la ripetizione, per raggiungere la propria identità bisogna ripetere nel tempo l’itinerario del Cristo di abbassamento nel dolore e nella sofferenza fino alla fine. Per il cristiano la sofferenza non è un momento da superare, ma dura per quanto dureranno il tempo e la storia. Non solo Cristo soffrirà fino alla fine dei tempi, ma anche ogni cristiano. Qui entra in gioco il tema della contemporaneità, di cui ci sono due concezioni possibili: la contemporaneità cronologica, che nell’ambito del Cristo non è così rilevante; la contemporaneità relazionale, cioè quella effettiva, nella sofferenza. Il cristiano diventa contemporaneo con il modello Cristo con la partecipazione personale di ciascuno alla sua sofferenza e morte in croce. Farsi contemporanei ad una tragedia, e non da spettatori. In questo scarto di contemporaneità si permarrà fino alla fine dei giorni.
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