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Cristianesimo e sofferenza


Tutto il cristianesimo è entrato nel mondo presupponendo affanno e dolore, sofferenza di una coscienza straziata. Il cristianesimo fu cibo per il sofferente, ma non per il gaudente, ci vorrebbero degli “aperitivi” per far accettare il cristianesimo a questi ultimi (e.g. prove dell’esistenza di Dio, forme di conformazione del cristianesimo alle prove del mondo). La predicazione cristiana si concentra tutta su di essi, sulla morale, sulla prudenza. Con ciò si tradisce il cristianesimo con la sua dimensione più assurda. Bisogna aver molto sofferto per potersi rivolgere al cristianesimo e coglierne l’essenza di cura radicale per lo spirito. Ma la maggior parte degli uomini spera sempre che le cose si rivolgano per il meglio e la sofferenza venga superata . Le anime più profonde, quelle che Dio ha conformato meglio, comprendono subito che durante la vita dovranno sempre soffrire, e quindi la maggior parte degli uomini non arriva alla fede e vive solamente nell’immediatezza. La malinconia è il prezzo inevitabile per le anime profonde. Gli uomini spirituali hanno la cognizione del dolore e ne fanno tesoro e non un ostacolo da rimuovere. Si tratta di un giudizio epocale simile a Nietzsche: se questi dice che stiamo entrando nell’età della morte di Dio, Kierkegaard afferma che siamo in un’epoca che rischia di non essere più spirituale, perché rifugge e rimuove il dolore, che cerca in tutte le sue forme una dimensione palliativa permanente. Che cosa richiede davvero coraggio nella vita? Non l’azione, ma soltanto soffrire e accettare la sofferenza. Un dato strutturale permanente.
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