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Sofferenza e successo nel fine eterno


Solo il sofferente, grazie alla virtù della sofferenza accettata assunta e fatta propria, marca la propria diversità nei confronti del mondo. La sofferenza è l’espressione qualitativa per la vissuta eterogeneità con questo mondo. In tale eterogeneità, di cui è espressione la sofferenza, consiste anche il rapporto con l’eternità. Dove non c’è sofferenza, non c’è neppure coscienza dell’eternità. Naturalmente, dove c’è coscienza dell’eternità c’è anche sofferenza. È tramite essa che Dio mantiene un uomo vigilante per l’eternità, eterogeneo con questo mondo. Nell’Antico testamento la sofferenza era riferita ad una prova che durata per un certo periodo, e poi già in questa vita si otteneva la soddisfazione, della eterogeneità di beni in questa terra. Quindi neppure Abramo mostra la coscienza dell’eternità. L’avvento del cristianesimo è invece sofferenza fino alla fine, quindi coscienza dell’eternità. Il dolore non è dunque uno scacco, ma nella prospettiva di un cristiano autentico non inquinato dalla cristianità è paradossalmente un successo. È la logica dell’eternità. Il metodo dell’eternità è appunto considerare tutto al rovescio. Se nel mondo e nel tempo si insegue il successo, certo ciò è ciò che ci conduce al nostro obiettivo terreno, ma proprio l’avversità che sembrerebbe un insuccesso, un rovescio, ha questa capacità di aiuto perché si pervenga davvero al fine. La chiave per comprendere questo paradosso è la logica dei due fini: temporale ed eterno. Se il successo è ciò che permette di raggiungere il mio fine, si tratta comunque di fine temporale. Mentre l’insuccesso che sembra sbandamento ha capacità di aiuto per prevenire davvero al fine eterno. L’insuccesso non porta certamente al fine che si desidera raggiungere nel tempo e nel mondo, ma solo a quello che si deve raggiungere nell’eterno. Occorre per Kierkegaard avere un’idea corrette e non falsata del fine, non confondere tra di loro i due. Quando si è concentrati su sofferenza e avversità vuol dire che non si conosce bene il fine. Solo volgendo lo sguardo verso il fine dell’eternità, assegnandole il fine della propria esistenza e sforzi, allora l’avversità sarà davvero un successo. Chi soffre per le avversità, chi patisce l’insuccesso nel tempo e nel mondo, accelera la strada e la vita per l’altro successo, l’autentico successo, il vero conseguimento del fine, ovvero quello dell’eternità. Questa la grande consolazione dell’eternità per l’umana sofferenza, che rende contento l’afflitto. Che non è terapia, la sofferenza non è tolta ma assunta.
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