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La sua biografia è abbastanza legata alla sua filosofia. C’è chi sostiene che l’esistenzialismo abbia avuto in Kierkegaard il suo precursore. Pur essendo un filosofo dell’800, tutti i suoi simboli saranno ripresi dalla corrente esistenzialista.
È figlio del secondo matrimonio del padre, un rigido pastore protestante con la serva. Kierkegaard parla con particolare insistenza di un terremoto che avrebbe sconvolto la sua vita derivante dalla conoscenza di qualche cosa non meglio chiarita che avrebbe turbato la sua esistenza. Una delle ipotesi è quella di aver appreso in un ambiente protestante che il padre avrebbe avuto una relazione con la donna di servizio quando ancora era in vita la prima moglie e che quindi egli fosse nato in una relazione peccaminosa. Ciò è da intendersi con particolare riferimento al fatto che questo padre fosse particolarmente insopportabile, lugubre e moralista. Il rapporto col padre gli crea infatti molti problemi, egli non riesce a sbloccarsi da questo super-ego ingombrante tant’è che egli non riuscì a realizzare niente finché il padre fu in vita. Per dieci anni tentò inutilmente di realizzare un qualsivoglia risultato, ebbe esperienze sessuali disastrate, si laureò in teologia ma non svolse il compito di pastore. La sua vita fu sospesa, non si risolse a intraprendere un’attività piuttosto che un’altra, non fece niente, cosa resa possibile da un piccolo lascito del padre che gli permise di vivere di rendita. Non ebbe un’occupazione così come interruppe un lungo fidanzamento da una fanciulla inspiegabilmente. Trascorse il resto della vita a scrivere migliaia di pagine di raro spessore filosofico. La sua esistenza fu contrastata da uno scontro con la chiesa danese che lo attaccò e da una polemica con Montesquieu il quale lo angustiò molto per contrasti di natura teologica. Morì giovane.

La sua può essere definita una filosofia dell’esistenza che non si identifica con la razionalità come in Hegel (secondo il quale reale e razionale coincidono e da questo deriva una esistenza attraversata da una razionalità, da un percorso necessario, un dover essere).
La visione di Kierkegaard è incentrata sulla sottolineatura del singolare, l’esistenza è sempre singolare. Contrariamente a quello che diceva Hegel e cioè che l’individuo doveva volere l’universale e risolversi in esso, Kierkegaard sottolinea che il tratto peculiare è sempre e solo la singolarità irriducibile a schemi universali. Ha una forte reazione contro l’idealismo: contrappone la singolarità individuale all’universalità stucchevole, singolarità che è anche contingenza, non necessità, è contraddizione irrisolta e magari risolvibile anziché sintesi, conciliazione degli opposti. Mette in luce tratti della condizione umana antitetici rispetto alla visione hegeliana. Non è un caso che l’opera più importante avesse un titolo emblematico, AUT AUT, enter eller.
Questo titolo rappresenta la condizione contraddittoria dell’esistenza, o o, non è un et et come in Hegel in cui c’è la tesi e l’antitesi e la sintesi che salva l’antitesi. La vita è o questo o quello, e la scelta non è facile, non è logica, non è necessaria. È possibile non avere la forza nemmeno di scegliere. È possibile che l’individuo si blocchi, la possibilità che sì che no diventano il tratto peculiare della vita sicché mentre in Hegel il percorso della coscienza finita era il percorso necessario del dover essere, in Kierkegaard il percorso della coscienza finita può non muoversi nemmeno ed essere un non percorso perché il percorso universale e necessario si traduce nella possibilità che può essere così o che no e la possibilità è in sé angoscia e può essere la paralisi della vita dell’uomo. Non è strano che le persone non sappiano scegliere. Se scegliamo una possibilità, ci precludiamo tutti i benefici dell’altra. La scelta può essere molto paralizzante tanto che o ti produce angoscia o l’angoscia di paralizza e non scegli. Il tempo passa e la scelta non viene fatta.
Il percorso dell’individuo verso la propria realizzazione è caratterizzato da discontinuità. Ci sono nella vita dell’uomo dei fatti insolvibili. In questa visione anti-hegeliana l’unica possibilità che si dischiude all’uomo di superare la scelta sarà l’abbandono a Dio. In questa condizione umana individuerà nella fede l’unica prospettiva di superamento dell’abisso, della disperazione e dell’angoscia creata dall’aut aut che può essere paralizzante perché l’uomo non ha in sé nessuna possibilità di superare il varco. È un’analisi contrassegnata da contingenza, discontinuità, particolarità. L’uomo può non compiere il percorso tant’è vero che Kierkegaard si è fermato subito. L’uomo sente di avere una duplice natura, finito e infinito, limitato e illimitato (coscienza infinita).
‘Aut aut’ viene pubblicato nel ’43, quando Kierkegaard ha 20 anni e si compone di molti libri. Viene inizialmente pubblicato con il nome di un editore, Victor Eremita, il quale racconta di essere l’editore di una serie di carte che recupera e riordina. Si divideranno in ‘carte di A’ e ‘carte di B’. Le carte di A sono di un autore non meglio identificato e vi sono contenute alcune opere e testi che delineano lo stadio estetico della vita in cui prende in esempio alcuni esteti, Don Giovanni, Faust e il seduttore Johannes. Le carte di B sono le carte di un magistrato di nome Willem che incarna lo stato etico dell’esistenza e invita gli esteti a ragionare.
Kierkegaard non parla in prima persona ma attraverso maschere perché sostiene che la verità non sia mai verità oggettiva ma sempre il modo in cui un uomo si appropria si essa. La raccolta di questi stadi dell’esistenza è fatta non oggettivamente ma attraverso il modo in cui queste maschere si sono appropriate della verità. È una verità esistenziale mai logica ma non irrazionale che coinvolge l’intera esistenza dell’individuo.
Rappresenta le diverse tappe dello stadio estetico della vita nelle carte di A:
1. stadi erotici immediati (Don Giovanni)
2. silhouette (allude alla fanciulla che Faust seduce)
3. diario di un seduttore (Johannes).
Nella vita possono esserci tre stadi: estetico, etico, religioso (non trattato in Aut aut ma in ‘Timore e tremore’). Questi tre stadi sono indipendenti gli uni dagli altri, non c’è un necessario transito dall’uno all’altro. Non c’è un percorso della coscienza ma sono stadi dell’esistenza.
Nello stadio estetico ci sono tre maschere per far vedere che si può essere esteti in tre modi secondo queste maschere: Don Giovanni (esteta che gode immediatamente del piacere attraverso la seduzione e la conquista); Faust (il quale conquista attraverso la seduzione intellettuale) e Johannes (che gode di un piacere che discende dall’immaginare una conquista non da una conquista effettiva, gode di un piacere che discende da una conquista immaginaria della vittima, da un’immaginazione del possesso).
Ci sono possibili stadi nella vita che l’individuo può compiere e anche non compiere ma attraverso questi stadi l’uomo non esalta completamente sé stesso. L’ultimo stadio religioso mostra all’uomo la sua finitudine/infinitezza in centinaia di contraddizioni, tale da doversi abbandonare a dio. L’individuo, anche attraversando gli stadi rimane limitato nella sua condizione peccaminosa, inferiore. Lo stadio estetico di fonda su un rapporto immediato con l’esistenza, si fonda sulla ricerca del piacere che va conquistato, non sulla fruizione estetica. È il fascino della conquista, non l’oggetto che provoca piacere.
L’esteta ha bisogno di affermare sé stesso attraverso la conquista, assumere valore attraverso la riduzione delle donne conquistate in vittime. Non esiste dell’esteta una personalità. Egli è un conquistatore che allinea le sue vittime e da questo pensa di ottenere un riconoscimento di sé stesso. È il riconoscimento delle vittime che dà all’esteta un valore che in sé non ha, tant’è vero che non sceglie una donna piuttosto che un’altra. Questo dimostra che l’esteta non ha personalità perché la personalità morale implica la scelta.
L’esteta:
• gode
• il godimento è conquista
• la conquista è allineamento delle vittime pretesa di valere per aver vittimizzato delle donne
• il valore discende dal riconoscimento degli altri
• l’esteta non ha personalità perché non sceglie mai, è la somma delle conquiste a dire chi egli sia
• siccome deve piacere, l’esteta è quell’uomo che sa mascherarsi per potere piacere agli altri. Per questo piace, perché è conforme. È proprio dell’esteta non avere né storia né tempo, egli non vive un’evoluzione.
La prima maschera è rappresentata da Don Giovanni il quale si caratterizza per il godimento immediato che passa attraverso la conquista e l’allineamento delle conquiste: tutte le donne devono essere conquistate. La seconda maschera dell’esteta è rappresentata dal Faust di Goethe che incarna colui il quale conquista in virtù delle vette della sua intelligenza, un ammaliatore che irretisce e la donna rimane imbrigliata dal suo fascino.
La terza maschera è quella di Johannes, protagonista de ‘Il diario di un seduttore’: egli gode della conquista che non giunge mai al possesso, è la conquista immaginaria che non si risolve mai nel possesso vero e proprio. La fanciulla irretita è Cordelia, conquistata attraverso queste trappole che Johannes ha teso. Egli arriva addirittura al punto di convincere la fanciulla a non consumare il rapporto considerando il loro un rapporto talmente puro da non volerlo svilire con il possesso fisico. Alla fine lo convince a lasciarlo con un giro di parole: ‘tu sarai libera e quanto più libera sarai, tu sarai mia e io sarò tuo’. La convince che lasciandosi saranno più legati. È una forma di seduzione che passa attraverso il godimento della conquista senza giungere mai alla scelta.

Lo stadio estetico deriva dal piacere di una conquista che hai fatto e di cui ti bei. Johannes gode nell’immaginare la conquista senza giungere al possesso vero e proprio. L’esteta è colui il quale non sceglie e si fa scegliere dagli avvenimenti esteriori, non è mai sé stesso. Antropologia dell’esteta è essere brillante nelle diverse situazioni perché sa camaleonticamente prendere il colore della realtà in cui si trova. L’esteta è brillante nelle situazioni perché si conforma, è un attore che sa convenientemente prendere il colore della realtà in cui si trova. Non ha una personalità, caratteristica molto contemporanea. L’età contemporanea è caratterizzata dalla non scelta o dalla difficoltà di scelta perché scegliere significa rinunciare a qualcosa mentre non scegliere significa lasciarsi determinare dagli eventi esterni, non agire come un soggetto attivo sulla realtà. Questo è però anti-idealistico: l’uomo idealista è l’uomo che agisce sulla realtà. In conclusione nello stadio estetico il godimento può essere immediato o immaginario. Le caratteristiche di questo modo di vivere sono libertà, non scelta, noia e dispersione.
Altra questione è la mancanza di sviluppo storico nella personalità di un individuo. Sant’Agostino teorizzava il tempo soggettivo, una concezione nel tempo legata allo sviluppo dell’uomo (distensio animae): sviluppo della personalità di un uomo grazie alla quale l’uomo diventa migliore o peggiore; c’è storia nella vita degli uomini. L’esteta invece è schiacciato sul presente, è impotente rispetto agli eventi, si specchia e si pavoneggia per i suoi illusori successi ma non riesce a determinare ciò che sarà domani.
La condizione nella quale cade l’esteta è la disperazione, il sentimento del possibile dinnanzi a sé stesso. La possibilità che si o che no tra cui l’esteta non sceglie, gli crea disperazione perché le due possibilità rimangono accostate, affiancate. Cade o nella disperazione o nella noia perché egli non sa cos’altro fare dopo aver conquistato. La disperazione o rimane tale (accetti di implodere in una disperazione da cui non esci) oppure si fa una scelta. Scegliendo si passa nello stadio etico perché così facendo istituisci la tua personalità che Kierkegaard chiama la personalità morale. Di questo Kierkegaard fa parlare il giudice Willem in ‘Aut aut’ il quale discorre con Johannes e lo critica per non aver fatto nessuna scelta. Attraverso le sue parole si capisce cosa si intende per stadio etico. Willem parla con l’esteta e gli dice: ‘tu non sei nulla e sei sempre soltanto in relazione agli altri e ciò che tu sei, lo sei per questa relazione’. Siamo, in relazione a quello che gli altri si aspettano da noi (per piacere, per essere accettati). ‘Nella vita ti mascheri e ti diverti e sei così bravo che nessuno è ancora riuscito a smascherarti, nessuno quindi è riuscito a capire la tua disperazione.’ La vita è una mascherata. Ognuno di noi nello stadio estetico si nasconde, da sé e dagli altri. Ma arriverà l’ora della mezzanotte in cui ognuno verrà smascherato. La costruzione della personalità è scegliere che uomo voglio essere, la scelta è decisiva per la determinazione della personalità. La scelta presuppone una costruzione: ognuno costruisce un percorso di scelte complessive che vanno a costituire la personalità.
Dopo di che Willem rappresenta il marito, la famiglia, la professione. Queste scelte richiamano in modo del tutto differente le istituzioni collettive in Hegel, in particolar modo la famiglia (spirito oggettivo). Anche per Kierkegaard hanno un ruolo importante perché è attraverso queste scelte che uno definisce la propria personalità. Il simbolo è il marito che sceglie di essere il marito di una donna, non di tante.
Sebbene lo stato etico istituisca la personalità morale degli individui, implode nel cosiddetto scacco, uno scacco che non è segno del fallimento dell'etica ma della insufficienza dell'etica. Scacco è parola esistenziale: impotenza, smarrimento dell'uomo all'interno di processi più grandi di lui, dasain, idea dell'essere gettati nel mondo, impotenza, sconfitta. Discende dallo scarto intercorrente tra l’idealità che gli individui si pongono quando scelgono la dimensione etica della vita e il dover essere non raggiunto. Lo stadio etico è lo stadio nel quale tu sperimenti spesso lo scarto che intercorre tra le scelte che fai e il dover essere che a volte non riesci a raggiungere. Nel momento in cui decidi di scegliere e dare alla vita una dimensione morale, questa non la realizzi solo occupandoti dei figli, perché hai un’identità protesa al raggiungimento di un dover essere che non raggiungi. Nella vita anche quando scegliamo cadiamo in costate crisi perché la nostra scelta e l’idealità che abbiamo è diversa; si è sempre imperfettamente morali perché l’uomo aspira a un dover essere che non raggiunge mai, rimane sempre uno scarto tra le scelte, che istituiscono la personalità morale e l’ispirazione. Sperimenti sempre il peccato. Vorresti essere in un modo e non riesci a fare quello che ti sei prefisso. Anche quando agiamo moralmente, ci sentiamo sempre comunque lontani dall’idealità che ci eravamo prefissi e in questo consiste il peccato, nel non raggiungimento dell’ideale che ci eravamo prefissi.
Al peccato può accompagnarsi il pentimento: l'esperienza del peccato è infondo accettazione della propria finitudine, contraddittorietà ma al contempo pentimento (accettazione dolorosa della propria condizione) ma è anche volontà di ripresa perché attraverso il pentimento l'uomo si affida a Dio. Il pentimento è volontà di affidare la propria vita a Dio. In questo senso il limite superiore della sfera etica è segnato dal rapporto con Dio. L'uomo può anche non abbandonare lo stadio etico però rimane nello scacco e quindi in questa esperienza lacerante del peccato oppure al peccato segue il pentimento. Pentirsi vuol dire essere consapevoli e rimettersi in moto. Una parte del pentimento è nelle mani dell'uomo ma in larga parte nelle mani di Dio. Lo stadio etico può approdare a questa dimensione religiosa e lo stadio religioso può essere una delle scelte dell'uomo.
Nel ‘43 Kierkegaard scrive ‘Timore e tremore’ in cui spiega lo stadio religioso. Timore è ciò che prova Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare a lui il figlio Isacco. La maschera dello stadio religioso è Abramo, colui il quale doveva guidare il popolo alla salvezza ma Dio gli aveva negato la discendenza. Lui e Sara non erano riusciti ad avere figli. Incredibilmente nasce Isacco, questo figlio dato quando era contro ogni legge della natura e Dio chiede ad Abramo di immolarlo. Richiesta incomprensibile, illogica. Nella cieca adesione alla volontà di Dio, egli prende il figlio e lo porta al sacrificio. Sta per ucciderlo quando un angelo gli ferma la mano. La scelta di Abramo va contro ogni logica, è l'assoluto affidarsi alla volontà di Dio che ti chiede il sacrificio più intollerabile. Nella tragedia c'è sempre la presenza del coro che rappresenta il pubblico, la collettività e il modo in cui la società pensa, giudica, valuta e l'eroe tragico è sempre in relazione con il coro, non è né solo né contro. Nel caso di Abramo l'eroe è solo, afono, non usa parole, neanche il tentativo di spiegare al suo popolo. Questa scelta Abramo la prende senza parlare con nessuno, prende e va, in silenzio e solitudine. Non capisce la richiesta di Dio e non tenta neanche di capirla.
Secondo Kierkegaard lo stadio religioso si caratterizza per un abbandono a Dio derivante dalla costituzione contraddittoria dell'uomo a metà tra peccato e pentimento, contraddizione ontologica rispetto alla quale solo Dio può lenire le sofferenze. Ma è un dio che richiede l'assoluto abbandono al suo volere, a cose incomprensibili razionalmente. Il Dio cristiano per Kierkegaard è il Dio dell'assoluto e del paradosso. Il cristianesimo secondo Kierkegaard è paradossale. Usa l'espressione ‘il legno della croce è scandalo’ perché è inconcepibile che un Dio si faccia uomo e si faccia uccidere senza ripristinare la sua potestà sull'ordine naturale delle cose (perché Dio è creatore, lui ha tutto il potere sugli uomini). È inspiegabile che questo cristo non si sia vendicato. Lo scandalo per la ragione rappresentato dal legno della croce.
L'anno successivo scrive ‘Il concetto di angoscia’, riprendendo il tema da un altro punto di vista. Dice che l'angoscia è il sentimento dell'uomo di fronte al mondo, è proprio dell'uomo e discende dal peccato d'origine. Secondo Kierkegaard prima del peccato originale l'uomo viveva in uno stato di innocenza originaria: ignoranza del bene e del male. Con il peccato d'origine l'uomo ha scelto, si è creato il peccato come possibilità. Il peccato è una possibilità, tra le innocenze originarie e il peccato c'è discontinuità e in questa si insinua l'angoscia. Il peccato è senz'altro possibilità, non solo ciò che mostra la sconfitta ma da un punto di vista antologico rivela come nella vita umana si apra la possibilità della scelta, la prospettiva, il sì o il no. Il peccato è male ma è anche cifra della libertà dell'uomo intesa come possibilità infinita di scegliere questo o quello. Peccato è libertà, possiamo che sì e possiamo che no. Prima del peccato c'è l'angoscia della scelta. In questa condizione mette in luce lo statuto ontologico dell'uomo, la condizione duplice di essere finito e infinito (continua angoscia che si dischiude dinnanzi alla possibilità). Nella logica kantiana la santità doveva essere raggiunta. In Kierkegaard l'uomo è continuamente in bilico perché sei creatura, sei stato posto nell'essere, e non possiamo accettare di non avere l'essere, siamo stati posti nell'essere e in quanto tali c'è una contraddittorietà di essere stati creati e di raggiungere la pura consapevolezza dell'essere.
Complessa e contraddittoria condizione esistenziale dell'uomo: non è l'uomo prometeico, c'è un uomo schiacciato: secondo Camus la condizione umana è paragonabile a Sisifo che deve portare su il masso ma manca lo sfondo religioso.
In Agostino l'uomo giunge alla redenzione se vuole.
Kierkegaard affronta poi la critica più esplicitamente anti-hegeliana, contenuta in 'Briciole di filosofia' e 'Postilla conclusiva non scientifica'. Si contrappone al sistema enciclopedico e contesta la categoria dell'universale e del necessario. Non c'è necessità di sviluppo tra uno stadio e l'altro, non c'è sviluppo dialettico nel senso hegeliano del tempo. In Hegel lo sviluppo era quantitativo, era un più di coscienza. In Kierkegaard la dialettica è qualitativa non necessaria nel senso che le fasi dialettiche non si succedono necessariamente. Non c'è soluzione di continuità tra uno stadio e l'altro.
In queste sue opere due sono le questioni da mettere in luce:
1. la concezione della vita: la vita è discontinuità, movimento, la vita è divenire, non esiste un percorso obbligato né un paradigma necessario né una meta finale in cui tutti devono arrivare. La sua filosofia punta sull'esistenza non sull'essenza.
2. la forte critica rivolta a Hegel e per estensione all'idealismo alla presunzione che l'esistenza discenda dal pensiero.
Da questo momento in poi nessun filosofo crederà che la vita discenda dal pensiero complici forse le vicende storiche. L'idea è che la realtà non abbia del pensiero le sue categorie logiche, che la realtà non abbia coerenza. L'esistenza non è coerente. Possiamo non riuscire a fare quello che il pensiero ci indica. Rottura di una continuità tra essere e pensiero. Il pensiero pensa sui specie eternitatis, senza tempo, l'esistenza è drammaticamente segnata dal tempo. Prima il pensiero pensa l'universale, la vita è universale. La rottura tra pensiero universale e la vita individuale. Certo Hegel dice che la vita è inter esse, io sono coinvolto, implicato, non ho uno sguardo contemplativo del pensiero. Gli stoici sono emblematici in questo: presupponevano il suicidio. Sono due mondi diversi, non comunicabili. La coscienza rimane lacerata.

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