Kierkegaard e l'antihegelismo

La filosofia di Hegel era diventata il sistema di pensiero di tutti ma alcuni contemporanei erano contro: Kierkegaard e Schopenhauer.
Hegel dice che l’individuo in sé non ha valore se non nella sua totalità quindi in opposizione, le altre filosofie hanno come punto centrale l’individuo.
Il sistema hegeliano non spiega alcuni elementi che sono presenti nell’individuo singolo:
- Angoscia
- Aiuto religioso
- Irrazionalità
- Caso (ciò che interviene a deviare il normale corso degli eventi).
Per Kierkegaard, l’esistenza è basata sulla fede religiosa. Dunque esistere è qualcosa al di là della ragione e per questo essa non può spiegarla. Col termine esistenza si indica la modalità di essere propria dell’uomo e con quello di realtà l’oggetto per raggiungere i propri fini.

L’uomo progetta e per arrivare ai propri fini utilizza gli oggetti come strumenti. Essi però non hanno scopo e sono cose. Dando un uso alle cose le si distrugge per arrivare ai propri fini.

L’hegelismo ha il dominio della cultura, gli antihegelisti sono isolati e incompresi. Essi basano la propria filosofia su nuovi testi:
- Schopenhauer sui testi induisti e buddisti
- Kierkegaard sui testi biblici.

Per Kierkegaard la sola filosofia occidentale è insufficiente. La filosofia è la spiegazione della realtà razionale.

Kierkegaard restituisce dignità filosofica all’individuo e dunque da valore all’uomo.
La sua vita filosofica è segnata da tre punti principali che lo hanno trasformato in una personalità inquieta:
- L’educazione cattolica
- Il senso del peccato e della colpa
- Un padre severo
Infatti nella sua opera “Diario” scrive:
- “Sono una personalità infelice”
- “Ho una scheggia nel cuore” (si sente continuamente tormentato.)
- “Ho il castigo di Dio sulla mia famiglia” (una serie di lutti per colpa di Kierkegaard.)
Kierkegaard scrive sotto pseudonimi, cioè sotto un nome che non è il suo.
Secondo lui, una persona reale può scrivere solo una realtà oggettiva che non può essere messa in discussione.

► Kierkegaard e il cristianesimo
Per Kierkegaard dall’angoscia si esce soltanto con la fede e afferma che l’uomo è caduto nell’ateismo cristiano cioè prega solo per ricevere da Dio favori personali. Invece, in realtà, l’uomo dovrebbe sforzarsi di imitare Cristo. Soltanto nel cristianesimo egli vede un’ancora di salvezza, in quanto il cristianesimo insegna l’unica vera dottrina dell’esistenza ed è il modo per sottrarsi all’angoscia e alla disperazione.

Il fine del cristianesimo è dunque l’esistenza eterna.

► Dialettica di Kierkegaard
Secondo Kierkegaard, la realtà non si lascia comprendere dalla ragione perché “più si pensa, meno si esiste”. E’ dunque la riduzione della realtà a ragione che porta l’esistenza a diventare idea di esistenza.
Kierkegaard critica la dialettica di Hegel:
- Et..Et.. ovvero che la sintesi comprende in se superandoli tesi e antitesi
- La conciliazione degli opposti
- Dialettica che funziona solo nella ragione e non nella realtà
- Dialettica quantitativa.
E ne crea una propria in cui si sceglie solo una cosa eliminando e rinunciando tutte le altre possibilità che ci avrebbero portato ad una esistenza diversa:
- Aut..Aut.. ovvero scegliere una sola opzione
- Opposti inconciliabili poiché tesi e antitesi sono diverse e per questo si deve scegliere
- Dialettica che funziona solo nella realtà
- Dialettica qualitativa (la scelta cambia l’esistenza dell’individuo)
Kierkegaard cerca di ricondurre la comprensione dell’intera esistenza umana alla categoria della possibilità.
La dialettica Aut..Aut.. orienta l’individuo verso il futuro, mette in luce l’aspetto negativo di ogni possibilità che può costituire l’esistenza umana. Le possibilità sono infinite e possono non essere realizzate.
Ogni possibilità è infatti non solo possibilità-che-sì, ma anche possibilità-che-non, implica dunque la minaccia del nulla e la nullità di ciò che è possibile.

La dialettica Et..Et.., invece, orienta l’individuo verso il passato e riconduce la comprensione dell’esistenza umana con la categoria della necessità (ciò che è, è frutto del sistema stabilito da Dio; non ci sono possibilità di scelta da parte dell’individuo).

Ogni possibilità può essere:
- Positiva, cioè che si può arrivare al fine della scelta.
- Negativa, cioè che si arriva al nulla. Motivo per cui si sceglie e il fine non si realizza. Si diventa qualcos’altro che è nulla rispetto alla scelta fatta in precedenza.
Per compiere una scelta si deve essere LIBERI e RESPONSABILI per le conseguenze che potrebbero nascere dalle scelte fatte.
Attraverso le categorie delle esistenze (scegliere, libertà e responsabilità) il singolo si mette in gioco scommettendo tutto se stesso per divenire ciò che sceglie.
La verità soggettiva è legata al soggetto. L’attenzione si sposta così dalla verità come oggetto alla verità come processo con cui il soggetto, anche se incerto dell’immortalità dell’anima, affronta la morte per arrivare a Dio, la meta del percorso della vita.

Il singolo è l’elemento portante della filosofia di Kierkegaard ed ha una grandissima importanza poiché è creato ad immagine di Dio. Kierkegaard, in base a tale realtà, attacca il sistema hegeliano. L'esistenza per il filosofo corrisponde alla realtà singolare, cioè al singolo. Il singolo è la categoria attraverso cui devono passare il tempo, la storia e l'umanità.
Hegel fissa il concetto di mondo animale, in cui il genere è più importante dell’individuo, e di mondo umano, in cui la salvezza è donata da Dio al singolo individuo.

Dunque il singolo è il fondamento della religione poiché la salvezza è individuale. L’uomo nel rapporto con Dio è personale ed isolato.
Kierkegaard fa una distinzione tra singolo e folla. Dalla folla, in senso politico, emerge un despota che comanda ma in realtà annulla se stessa perché nessuno vuole niente. In senso religioso la folla annulla il singolo che lo riduce in bestia o genere. La folla corrisponde, dunque, all’animalità ed è rifugio da se stessi e da Dio.

► Stadi esistenziali
Kierkegaard, vede la vita in termini di "scelta". L’individuo non è quel che è, ma ciò che sceglie di essere. Tant’è vero che persino la rinuncia alla scelta è una scelta, sia pure un tipo di scelta per causa della quale l’uomo rinuncia a farsi valere come io. La libertà si esercita nell’atto con cui si decide il passaggio attraverso i vari stadi dell’esistenza, l’estetico , l’etico, e il religioso.
Gli stadi esistenziali che fissa Kierkegaard sono esclusivi e non inclusivi (cioè ognuno esclude l’altro) e sono i modi fondamentali al vivere e di concepire l’esistenza. Modi che per Kierkegaard sono essenzialmente tre:

• Stadio estetico
Descritto in “aut..aut..”, lo stadio estetico è l’unico stadio in cui non vi è quiete per la continua ricerca e necessità del piacere. Esso è rappresentato dal Don Giovanni di Mozart che coglie dalla vita solo il bello. Egli è eccentrico, per questo viene attirato dal bello esterno sempre diverso e sempre migliore. Dunque la sua vita si disperde nella molteplicità.
Il Don Giovanni ha un rapporto particolare col tempo:

- Rifiuta il passato perché lo costringe al ricordo
- Rifiuta il futuro perché lo costringe ad avere speranza
Ciò lo porterebbe alla creazione di un legame che lo porterebbe alla monotonia. Sceglie, quindi, di vivere solo l’attimo presente.
L’esteta vuole fare della sua vita un’opera d’arte. Lui sceglie di non scegliere e di vivere nella possibilità (cose che capitano, non vengono ricercate da lui).
Per l’esteta esistono 3 tipi di piacere, ognuno con un aspetto negativo:
- Piacere sensuale – Angoscia
- Piacere intellettuale (arte) – Dubbio
- Piacere dell’avventura – Disperazione
L’esteta ha comunque una vita limitata che lo porta alla noia tra i piaceri. Ciò ci fa capire la sua vita non è stabile a causa della ricerca dei piaceri ed è un disperato. Inoltre lui segue l’estetismo amorale (che non considera la morale, le regole) perché la sua vita è fondata sul disimpegno e non vuole legami. Ciò porta ad una esistenza priva di senso.

• Stadio etico
( Eticità : legge della natura – non devo uccidere; Morale : legge relativa al comportamento – io non uccido )
Si passa allo stadio etico poiché quello estetico non è abbastanza. Per arrivare allo stato etico si deve fare una scelta etica cioè si sceglie ciò che si è scelto di diventare. Dunque si ha un passaggio tra condizione spontanea (esteta) a condizione voluta.
La figura principale dello stadio etico è il marito che sceglie liberamente questo stadio esistenziale. Sceglie la fedeltà (fondamento dello stadio etico) sacrificando l’individualità del piacere per la legalità. Egli sceglie quindi convenzionalità e conformismo.
Il marito rinnova ogni istante la propria fedeltà ma, tuttavia, nasce sempre il desiderio di infinito e il peccato che farà cadere il principio della fedeltà. Si giunge ad una disperazione. Il peccato porta al senso di colpa che porta al pentimento. Da qui si ha la possibilità di passaggio alla vita religiosa (accettare il comando di Dio).

• Stadio religioso
Per scegliere la vita religiosa serve coraggio. Essa è la continua ricerca di Dio (= infinito) che si rivolge all’uomo come una persona.
Il simbolo dello stadio religioso è Abramo, uomo morale che accetta tuttavia di eseguire il comando di Dio (contro la moralità). Egli sceglie l’Assoluto oltre ogni limite.
Questo, però, è un avvenimento che accade nell’istante e non nella storia. Esso è un fatto personale. Abramo, dunque, non può essere preso come un esempio perché non è detto che il fatto si ripeta.
La fede è qualcosa di personale e fuori dalla storia che porta alla scelta della vita religiosa.
La scelta della vita religiosa è quindi Paradosso e Scandalo:
- Scandalo, in quanto è scandaloso che la vita religiosa porti a calpestare i valori etici.
- Paradosso, in quanto è paradossale se si pensa all’ idea di un Dio che si fa “carne” e che “muore” sulla croce per i nostri peccati.

Kierkegaard, nel proprio libro “Timore e Tremore”, indica una differenza fra timore, angoscia e disperazione.
Il timore è la paura di qualcosa esterno all’individuo stesso.
L’angoscia esiste nella possibilità di poter scegliere (= libertà) la possibilità del peccato. Essa è il sentimento di possibilità di una cosa rispetto ad un’altra.
Adamo, prima del peccato è innocente (= ignorante) ma il divieto divino lo porta davanti ad una scelta: obbedire a Dio o meno.
Si inizia a peccare quando ci viene imposto un divieto. Da qui si entra in angoscia.
La disperazione è il sentimento di possibilità rispetto a se stressi e riguarda il rapporto con se stessi che si può:
- Volere – riconoscere che l’io è finito e insufficiente
- Non volere – riconosce che l’io non può diventare infinito.
Il “non volere” genera la disperazione, definita da Kierkegaard come “la malattia mortale del singolo”, che porta al non essere capaci di ricostruire il rapporto tra io e se stessi.
La disperazione porta all’ateismo occidentale moderno composto da due principi:
- Rifiuto di Dio
- Ribellione a Dio
Il vero ateismo è il rifiuto di Dio cioè non riconoscere che l’io abbia fondamento in Dio. Se ciò non accade si perde la libertà.
La disperazione porta alla grazia: via di salvezza data da Dio senza dare o fare nulla in cambio.
La fede è l’opposto dalla disperazione: essa è contro la ragione e sceglie sempre Dio.
L’inizio della fede è l’incarnazione che è qualcosa di ASSURDO. Dunque la fede in sé è considerata assurda.
( Per fede si intende l’essere fedele a qualcuno che non si conosce, senza sapere cosa si ha in cambio ).

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