Ominide 72 punti

Soren Kierkegaard


È danese. È legato alla formazione filosofico – tedesca. È molto influenzato da Hegel e diverrà suo avversario dal punto di vista del pensiero. Sviluppa la critica più radicale a Hegel. È molto originale: si definisce pensatore cristiano e non filosofo. Non è cattolico ma cristiano. L'opposizione a Hegel si sente già da come scrive. È asistematico: prende le distanze dalle filosofie sistematiche. Scrive in forma di aforismi, in modo antiaccademico rispetto a Hegel: grande sistema dove tutto è unito, legato.
Ha una vita breve: nasce dopo Schopenhauer e muore prima. Difende il cristianesimo autentico (Dio si fa uomo per la salvezza degli uomini, è fondamentale l'incarnazione e la morte in croce per gli uomini) dagli attacchi della filosofia moderna.
Il suo interesse: sull'esistenza umana, non come categoria filosofica astratta. Si concentra sul singolo. È considerato il padre dell'esistenzialismo. L'esistenza non è giocata sull'esteriorità (Hegel) ma sull'interiorità: contiene limiti, l'uomo cerca di superarli. L'erudizione può scavare un abisso tra filosofia e cristianesimo.
La sua filosofia non trova subito accoglienza in Danimarca e nella Chiesa.

Il tema dell'ironia

La sua filosofia viene riscoperta nel '900. È un autore complesso, profondo. La sua prima opera = tesi di laurea: “Sul concetto di ironia con costante riferimento a Socrate”.
Socrate di fronte all'interlocutore fa finta di appoggiarlo per poi demolirlo. Quest'opera segna il distacco con Hegel. Lascia intravedere la riflessione sulla categoria della possibilità. Il tema dello scritto è l'ironia. Socrate non aveva scritto niente, si rifiuta di farlo. Lui sa di non sapere, a differenza dei sofisti. Per Kierkegaard la conoscenza umana è strutturalmente finita, come l'uomo. In Socrate: l'ironia ha aspetto negativo, è destruens, con essa si distrugge l'avversario. Socrate sa di non sapere, quindi non sviluppa un sistema filosofico come quello del discepolo Platone. In Kierkegaard: l'ironia non è solo oggetto di analisi ma è il metodo di indagine per prendere le distanze dalla realtà immediatamente data, il finito, non dare nulla di scontato. Il procedere ironico mette in luce le sfaccettature della realtà: mai semplice, definita, preconfezionata. Non va presa subito sul serio perché prodotta dall'uomo, che è finito. Bisogna prendersi del tempo e non sul serio. I Romantici vedono nell'ironia l'apertura all'infinito. Kierkegaard denuncia la negatività dell'ironia a differenza dei Romantici. Hegel: soggettività dell'ironia (critica l'ironia socratica come puramente soggettiva).

Per Kierkegaard l'ironia critica il finito e per questo apre all'infinito.
L'uomo è finito, non bisogna mai prendersi sul serio. L'ironia apre al soggetto umano un'altra dimensione, può intravedere la possibilità. Essa c'è, è molto importante: non possiamo affermare che la nostra vita è inadeguata senza l'idea dell'oltre, che è infinito, superiore.
Per il soggetto umano si profila la possibilità dell'infinito, dell'accesso a Dio, all'assoluto, alla relazione con Dio (Dio della Bibbia, il Dio – persona, un soggetto, un altro tu). L'io, persona finita, si relaziona con un soggetto infinito, Dio, attraverso l'ironia perché fa intravedere l'infinito. Questo orizzonte è religioso.
Nella relazione uomo – Dio vengono a meno i limiti dell'ironia socratica: esalta la capacità critica del soggetto per demolire le tesi dell'avversario. In Socrate l'ironia è una tecnica, ma non porta ad altro. Per Kierkegaard l'ironia nella prospettiva religiosa svolge la critica alla finitezza umana sulla base dell'orizzonte infinito che è Dio. Per questo motivo la chiama umorismo. Il vero cristiano è umorista. L'ironia non si perde nel “labirinto socratico” del dubbio, si traduce in umorismo quando porta a riconoscere il limite per arrivare a Dio. È apertura all'infinito. L'umorismo fa ridere, fa andare leggero nella vita, sapendo che c'è un altro a condurla. Si va incontro a un comportamento baldanzoso.

Tema principale: rapporto uomo – Dio. Non è un obbligo, ma una possibilità. Non è necessario, si può fare liberamente. La possibilità fondamentale è la fede: non è indagine razionale o irrazionale, sta al di là della ragione.

Parte forte di Hegel è la dialettica: tutte le opposizioni nella sintesi si conciliano. Secondo Kierkegaard ciò è astrazione nella vita reale, non è vero. Le contraddizioni della vita ci sono e implicano nostre decisioni, ma non si conciliano nella sintesi. Una delle prime opere è: “Enter – Enter” = “Aut – Aut” = “o – o”. nella vita siamo chiamati a un “o – o” e non a un “e – e” come in Hegel. Ci sono due modelli di vita: estetica e etica. Questi due momenti non possono essere iscritti in un unico processo dialettico ma rimangono opposti. Si può passare dall'uno all'altro e ciò richiede un cambiamento radicale.


La critica a Hegel


Kierkegaard muove una profonda critica a Hegel per l'idealismo hegeliano. La sua critica si rivolge a tutto il pensiero moderno, al soggettivismo moderno. La critica si approfondisce dopo l'opera “Aut – Aut”. Scrive:
• concetto di angoscia
• la malattia mortale
• briciole di filosofia
• postilla non scientifica
in queste opere elabora le categorie filosofiche. Ogni filosofo ha un proprio lessico: le parole che ogni filosofo usa fanno parte del suo pensiero. La filosofia Hegeliana appare a Kierkegaard come pura logica perché Hegel riporta tutta la realtà a una struttura razionale (il sistema parte dalla logica, l'idea è prima della creazione del mondo, è la struttura logica del mondo). Esprime questa struttura in concetti; essendo puri concetti hanno come oggetto non l'esistenza reale degli uomini, la vita vera, ma le essenze. Hegel ragiona su essenze universali e necessarie che rispecchiano la struttura razionale della realtà, anch'essa razionale e necessaria. Hegel è come se riducesse la realtà a un insieme di essenze, a entità logiche.
Ma l'esistenza vera? Non è contemplata in Hegel. L'esistenza effettiva delle cose è risucchiata, risolta e dissolta all'interno delle essenze universali, razionali. Ciò che riguarda la vita vera, gli aspetti unici, contingenti, che permettono di individualizzare le cose: essi sono confinati nello spazio dell'accidente, in una realtà accidentale.
Gli individui realmente esistenti non sono essenze, ciascuno esiste nella propria originalità, irripetibilità. L'esistenza per Kir: condizione in cui un individuo si trova a esistere, è chiamato alla vita e solo l'esistenza è ciò che è reale. Se la realtà è dialettica come per Hegel come potrebbe il movimento scaturire dalle essenze, che sono concetti, idee immobili? Solo ciò che è reale, può divenire, può muoversi. Kierkegaard: 2 categorie: l'esistenza (sempre e solo individuale) e la singolarità.

L'esistenza


si rifà a Kant e Aristotele. Anche Kant parla dell'esistenza e chiarisce che l'esistenza è predicato sintetico, è predicato non già contenuto nel soggetto, ma si aggiunge e che si ricava dall'esperienza. Non è forma a priori. Non è contenuto implicitamente nel soggetto. Non è analitico. L'esistenza della cosa non è ricavabile analiticamente dal soggetto, dal concetto della cosa stessa. Infatti Kant: materia (viene data) + forma (diamo noi). Kant per la materia data è criticato dagli idealisti. Per Kant: l'esistenza va colta analiticamente, empiricamente. L'esistenza non è proprietà, qualità che appartiene all'essenza della cosa. Non la “tiro” fuori dalla cosa. L'esistenza è indipendente dalla definizione. Io posso avere una conoscenza del contenuto x, senza che la cosa designata dal concetto esiste veramente.
Es: posso descrivere l'ippogrifo senza che esista.
Per Kant: una cosa è avere il concetto, una cosa è possederli (Es: talleri).
Kierkegaard: l'esistenza è un'altra cosa dall'essenza. L'esistenza, nel suo diario autobiografico, corrisponde sempre a realtà declinate al singolare, a realtà singole. È altro rispetto al concetto, resta fuori dal concetto. Questo restare fuori è espresso dall'etimologia dal verbo latino existere (stare fuori). L'esistenza non coincide con la definizione.
Tommaso: concordanza tra cristianesimo e pensiero aristotelico. La cosa passa da definizione a esistenza con l'intervento di Dio.
L'esistenza non è posta dal pensiero. Il pensiero può prendere atto che qualcosa c'è e riflettere sull'esistenza ma non può porre una cosa in esistere. Il pensiero non può porre in essere le cose.
Ogni individuo esiste, l'esistenza appartiene all'individualità del singolo.

Aristotele distingue da sostanze prime e seconde. Le sostanze prime sono i singoli individui, i nomi propri; le sostanze seconde sono nomi comuni. Kierkegaard sottolinea come Hegel si sia occupato solo delle sostanze seconde, non parla mai del “tizio” ma solo dell'uomo. I singoli per Hegel non valgono, non ne parla.
Kierkegaard: se io dovessi scegliere un epitaffio per la mia tomba non chiederei altro che quel singolo (suo nome). La categoria della singolarità per lui non è ancora stata capita.
Kierkegaard annota che la filosofia hegeliana, che sembra esaltare il valore della verità cristiana, è avulsa, estranea allo spirito del cristianesimo, che ha come destinatario sempre il singolo. A Kierkegaard piace il rapporto del singolo con Dio, ogni uomo è singolo, è creato da Dio con un atto singolare, unico e irripetibile. Ognuno ha un rapporto diverso, esclusivo con Dio.


l’estetica e l’etica


2 modelli antitetici: estetico e etico.
Riguarda la sensibilità. Designa con questo termine la vita incentrata sul piacere, godimento effimero, istantaneo, che non si prende preoccupazione del dopo, è il “cogliere l'attimo”. L'esteta non tiene conto di codici morali, è indifferente ai valori della tradizione, società, proprio tempo. È la persona che si accetta per quello che è, vive la giornata cogliendo l'attimo, la vita per quello che è. La sua esistenza non si afferma in durata ma è somma di momenti effimeri, molto rapidi che poi svaniscono. L'esteta non sviluppa progetto di vita, non si costruisce come persona secondo un progetto. Il personaggio simbolo si questa vita è il Don Giovanni: il seduttore, il suo scopo è godimento immediato senza impegnarsi con queste donne. Lui non le ama, non prova autentico amore. L'esteta si abbandona a questo tipo di vita spinto dalla noia, dalla quale non riesce a uscirne, è incapace di stabilire un legame serio, affettivo. È spinto solo dal desiderio carnale, fisico. Nei suoi atti cerca la diversità ma rimane sempre nell'identico. Può sfociare nella disperazione, può far fare il salto di qualità, può fare da molla al cambiamento. (es: forza negativa di Hegel). Quest'altra vita è opposta alla precedente, è oggetto di libera scelta, si prospetta la possibilità di scegliere altro comportamento.
Quest'altra vita è l'etica, basata sulla stabilità, sull'impegno. È totalmente contraria a quella estetica, al comportamento del Don Giovanni, si basa sul rispetto di valori: fedeltà nel matrimonio. L'uomo sceglie una stabilità nel rapporto, fedeltà, laboriosità nel lavoro, bravo cittadino nella vita sociale. L'uomo etico è quello che non si lascia andare alla vita, non si abbandona alla vita, cerca di imprimere alla sua persona un carattere. Per fare ciò deve scegliere (quello che non vuole fare il Don Giovanni), davanti all'”aut – aut” sceglie la vita etica. Il personaggio simbolo di questo tipo di vita è: giudice Wilhelm. La sua esistenza è incentrata sul matrimonio, famiglia, lavoro, è uomo serio e fedele allo stato.
L'uomo esteta: vive nel carpe diem, l'attimo
L'uomo etico: rimane fedele agli impegni presi nel matrimonio e vita pubblica. Non ha paura della ripetizione, cerca la ripetizione, diventa realtà che va avanti.
La vita del Don Giovanni si disperde in istanti separati, la vita del giudice W. si sviluppa nella continuità temporale. Unisce il passato, presente e futuro cercando continuità.
Nemmeno questa vita, quella etica, che sembra perfetta, per Kierkegaard può soddisfare l'uomo. Se vissuta fino in fondo, spinge l'individuo a interrogarsi sulla propria origine, su Dio. Anche l'uomo fedele, che cerca di fare il massimo non gli basta per la sua totale affermazione. L'uomo si realizza pienamente nella vita religiosa, in Dio. L'uomo davanti a Dio non è mai perfetto. Il giudice Wilhelm si sforza di essere migliore cittadino, padre ma di fronte a Dio nessuno è perfetto, ha limiti, ha povertà morale (tutti sbagliano). Di fronte a Dio siamo tutti limitati, peccatori. Anche la vita etica non basta a salvarlo dal peccato. Lo sforzo ascetico (con il quale l'uomo può salvarsi da solo) di Agostino non basta.
L'uomo vive una colpa nei confronti di Dio, non può essere cancellata con sforzo umano. L'uomo deve riconoscere la propria miseria/peccato/insufficienza delle proprie forze. Ciò è superabile con la fiducia e l'abbandono a Dio come un bambino nelle braccia della madre. Dio è l'unica fonte di salvezza.

La vita religiosa


Terza possibilità: vita religiosa, trattata in “Timore e tremore”, titolo ripreso da un'espressione di San Paolo nella prima lettera ai Corinti e Filippesi. Questi due termini configurano la vita religiosa. Non è qualcosa di tranquillo, sereno, bello, pace dei sensi. La fede non è senso di tranquillità, vita pacifica.
La fede non è tranquillità è inquietudine, è tremenda perché pone l'uomo da solo si fronte a Dio. Nel timore e tremore davanti a Dio l'uomo matura l'idea di abbandono totale a Dio. Non è risultato di un ragionamento: i cervelloni non sono avvantaggiati, la fede non è ragionamento razionale ma è un salto. La ragione è ostacolo al salto. Simbolo della vita religiosa: Abramo. Secondo racconto biblico, la storia di Abramo è un susseguirsi di eventi paradossali:
1) Dio spinge Abramo ad abbandonare la sua terra
2) Dio gli promette un figlio. Abramo invecchia e il figlio non arriva; gli viene il dubbio sulla promessa di Dio. Abramo e la moglie Sara hanno un figlio solo quando sono molto vecchi. Nasce Isacco.
3) Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio.
Abramo non perde mai la fiducia in Dio né quando gli chiede di lasciare la sua terra, né di sacrificare suo figlio.
Dio risparmia Isacco, non vuole la morte di Isacco, vuole mettere alla prova Abramo per provare la sua fiducia, la sua fede. La fede è un paradosso. Va contro l'opinione pubblica. Abramo è il simbolo del paradosso della fede, fa quello che vuole Dio e incarna una fede che spinge azioni non spiegabili razionalmente. La vita religiosa è una scelta che va riconfermata ogni giorno.
Kierkegaard chiama questi 3 stili di vita stadi, tappe, dove c'è una maturazione dal disordine giovanile dell’esteta, la serietà del giudice, la fede in Abramo. È possibile che si rispecchi qualcosa di autobiografico.
È contrario alla religione danese perché promuove una vita religiosa facile, non drammatica.
Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email