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Immanuel Kant (1724 - 1804)

Nasce nel ducato di Prussia, il più potente degli stati tedeschi (con capitale Berlino). Proviene da una famiglia di modeste origini, sua madre lo educa trasmettendogli un sentimento PIETISTA (→ non è molto religioso, ma rispetta la chiesa; è un movimento protestante).
Kant studia prima letteratura classica e religione nel collegio del filosofo Schulz (apprezzato dalla madre) e poi scienze e matematica nell’università di Konigsberg sotto Martin Knutzen.
LA GRANDE LUCE - il 1769 fu l’anno che portò una “grande luce” nella sua filosofia - la luce è qualcosa che l’ha risvegliato dal suo sonno dogmatico ed è anche il periodo in cui elabora le sue opere principali, le 3 CRITICHE: la CRITICA DELLA RAGION PURA (1781), la CRITICA DELLA RAGION PRATICA (1788) e la CRITICA DEL GIUDIZIO (1790) ← CRITICISMO.

Il Kant pre-critico si ha con la DISSERTAZIONE del 1770, in cui Kant distingue nettamente la conoscenza fra sensibile e intellettuale. La conoscenza sensibile ha come oggetto il fenomeno (la rappresentazione della cosa reale come appare ai sensi). Il mondo fenomenico è per Kant l’unico approdo della mente umana.

SPAZIO e TEMPO - quadri mentali a priori, forme pure e universali della sensibilità, sono soggettive e sono condizioni necessarie per coordinare i fenomeni nella sensibilità. L’oggetto della conoscenza intellettuale è il noumeno, l’oggetto intellegibile, il “pensare senza certezze”; il noumeno è tutto ciò che non è oggetto dell’intuizione sensibile. È una X, un’incognita, un concetto limite.

CRITICISMO → Kant fa della critica lo strumento-chiave della sua filosofia. La critica è quell’atteggiamento filosofico che consiste nell’interrogarsi sul fondamento di alcune questioni, per chiarirne validità e limiti. Questo lo oppone al DOGMATISMO di Cartesio (indipendenza della ragione dall’esperienza) e allo SCETTICISMO di Locke e Hume (nega che esistano conoscenze universali e necessarie), ma lo collega all’empirismo e all’illuminismo, che si erano occupati del limiti dell’uomo. È una FILOSOFIA DEL LIMITE.

CRITICA DELLA RAGION PURA


CRITICA (analisi) della RAGIONE (facoltà conoscitiva dell’uomo) PURA (del tutto indipendente dall’esperienza). L’obiettivo di quest’opera è un esame critico generale della possibilità, della validità, dei limiti che la ragione umana possiede grazie ai suoi elementi a priori.

Una “RIVOLUZIONE COPERNICANA” della filosofia - Kant dovrà operare un radicale cambiamento della prospettiva filosofica, simile alla rivoluzione copernicana nell’astronomia. Dice che nel conoscere, non deve essere il soggetto a modellarsi sull’oggetto, bensì l’oggetto deve adattarsi alle leggi del soggetto conoscente - al centro c’è la ragione, non la realtà esterna.

I 3 gradi della conoscenza:
• SENSIBILITÀ - Gli oggetti ci sono dati attraverso i sensi, in modo immediato e intuitivo, anche se filtrati dalle forme a priori di spazio e tempo;
• INTELLETTO - Attraverso cui noi pensiamo dati sensibili mediante concetti puri o categorici.
• RAGIONE - Con essa la mente, oltre l’esperienza, cerca di fare metafisica, attraverso le 3 idee di ANIMA, MONDO e DIO.

METAFISICA - per Kant la metafisica è irraggiungibile dal pensiero umano, perché al di fuori del mondo sensoriale, empirico. È un abisso senza fondo, un oceano senza sponde, né fari.
METAFORA DELLA COLOMBA - Come una colomba non può fare a meno dell’aria (nella quale riesce a volare, pur a fatica per l’attrito) così l’intelletto umano non può andare oltre la dimensione empirica senza cadere nel vuoto. FARE METAFISICA → possibilità o meno della conoscenza umana e della mente che conosce di concepire Dio o il mondo trascendentale.

GIUDIZIO ANALITICO

Problema della CONOSCENZA → il processo conoscitivo deve fondarsi sul soggetto e sui suoi principi puri, non derivati dall’esperienza. È dunque un orizzonte TRASCENDENTALE, che rinvia ai contenuti dell’esperienza, ma non si costituisce a partire da essi, bensì a partire dalla ragione stessa. Kant definisce come “trascendentale” ogni conoscenza che non si occupa di oggetti, ma del modo di conoscere questi oggetti, dato che la conoscenza deve essere possibile già a priori → la conoscenza pura è distinta da quella empirica: le forme di conoscenza indipendenti dall’esperienza e sono universali e necessarie sono dette A PRIORI. Nessuna conoscenza empirica è possibile senza queste forme a priori.

CONOSCERE equivale a ESPRIMERE UN GIUDIZIO (← con rapporto tra soggetto/predicato)
Nei GIUDIZI ANALITICI il predicato esplicita una caratteristica già presente nel concetto del soggetto (es: tutti i corpi sono estesi). I giudizi analitici non hanno bisogno dell’esperienza, non aggiungono nulla di nuovo e sono a priori; non sono strettamente utili alla scienza.
Nei GIUDIZI SINTETICI invece il predicato aggiunge qualcosa di nuovo al concetto del soggetto, amplia la nostra conoscenza (es: tutti i corpi sono pensanti).
Sono A POSTERIORI quando la connessione tra soggetto e predicato si fonda sull’esperienza, A PRIORI quando la connessione è indipendente dall’esperienza, universale e necessaria.
Matematica e geometria sono scienze sintetiche A PRIORI (es: 7 + 5 = 12 è come se fossi obbligato a saperlo, la somma ce l’ho già prima di passare dalla via analitica).
GIUDIZI → aggiungono un predicato;
SINTETICI → il predicato dice qualcosa di nuovo, qualcosa in più;
A PRIORI → sono universali e necessari (non possono derivare dall’esperienza).

La SCIENZA ha contenuti che derivano dall’esperienza e ha delle forme derivate dai giudizi sintetici a priori. Ogni evento avrà una causa o sarà presente nello spazio e nel tempo, in quanto non si possono percepire le cose se non mediante cause, spazio e tempo.
SPAZIO - rappresentazione a priori, non proviene da esperienze esterne ma tutte le rappresentazioni lo presuppongono; i singoli spazi sono limitazioni di un unico spazio.

TEMPO - come lo spazio, a priori e presuppone le esperienze. È il fondamento di ogni possibile intuizione sensibile. Entrambi fondano i giudizi sintetici a priori delle scienze.
“Il calore dilata i metalli” - Pur formulata sulla base dell’esperienza, presuppone che ci sia un principio di causalità, sintetico a priori (universale) - gli scienziati sono certi a priori di questa verità, ma hanno bisogno dell’esperienza per testimoniarla. La mente filtra attivamente i dati empirici attraverso schemi e forme che sono innati e comuni a ogni soggetto pensante.

CATEGORIE - sono i modi in cui l’intelletto pensa gli oggetti, le forme di unificazione del molteplice da parte dell’intelletto; le categorie rendono possibile ogni esperienza.
INTELLETTO - è la facoltà logica di unificare il molteplice della sensibilità sotto una rappresentazione comune; lo fa in diversi modi, in diverse categorie appunto.

La ragione umana si limita alla conoscenza del mondo fenomenico, bisognerebbe “portare la ragione di fronte a un tribunale, per accertarne le competenze e i limiti”. È inoltre soggetta a illusioni, come spiega la METAFORA DEL NAVIGATORE (un marinaio fra i ghiacci polari avvista un iceberg credendolo un isola → realtà e simbolo).

DIALETTICA TRASCENDENTALE → 3 idee di ANIMA, MONDO e DIO:

PSICOLOGIA RAZIONALE - Un errore comune è quello di considerare l’anima come una realtà permanente, sovrasensibile. Tutto ciò che esula dal mondo terreno/fenomenico è per noi una “X” sconosciuta, un noumeno, un pensabile senza certezze.

COSMOLOGIA RAZIONALE - La cosmologia razionale pretende di fare uso del mondo inteso come totalità assoluta dei fenomeni: non è plausibile. Si può conoscere questo o quel fenomeno, non la serie intera (il mondo finisce con i fenomeni, il resto è extrafenomenico).

TEOLOGIA RAZIONALE - Si occupa dell’esistenza e dell’essenza di Dio; per Kant è priva di fondamento conoscitivo, perché l’esistenza di qualcosa (terreno o ultraterreno) è dimostrabile solo per via empirica, non si può semplicemente dedurla per via intellettiva.

Kant fornisce una prova fisico-teologica dell’esistenza di Dio, e la argomenta a partire dall’ordine, dalla simmetria e dalla bellezza della natura. Dice che è una pura illusione, la cui realtà è oggettiva: il mondo e l’universo si sono formati attraverso leggi meccaniche ed è scorretto risalire a un’origine lontana e indimostrabile. Concepire un grande artefice, un architetto del mondo, è piuttosto un bisogno tipico della mente umana (non è dimostrabile sul piano conoscitivo).

IO PENSO (già Cartesio ne parlò, nel suo Discorso sul metodo → cogito, ergo sum)
→ tutti gli oggetti, per essere pensati, devono riferirsi a un unico centro mentale unificatore: non è la psiche individuale, bensì la struttura mentale generale di un uomo. Questo centro mentale unificatore (unifica il molteplice dell’esperienza) ha un carattere formale e finito. Non può creare o pensare da sé, ha una funzione puramente ricettiva, unifica i dati, le impressioni spazio/temporali per mezzo delle categorie (forme mentali attraverso cui si operano i giudizi).

CRITICA DELLA RAGION PRATICA
Riguarda la legge morale - l’esistenza di una legge morale a priori rappresenta un fatto indubitabile, che il filosofo non deve dimostrare ma constatare → l’origine oggettiva della legge morale non può essere dimostrata con nessuna deduzione. La critica di Kant è rivolta contro la ragione condizionata dall’esperienza, che pretende di essere l’unico fondamento della volontà. Bisogna dunque distinguere da ciò che nell’uomo agisce puramente secondo ragione da ciò che, frutto dell’impulso sensibile, di inclinazioni o tendenze soggettive, può essere solo oggetto di una conoscenza empirica, priva di necessità e universalità.

La RAGION PRATICA si propone di determinare la legge morale, di indagarne le forme, le condizioni e le possibilità. Deve esprimersi come un ordine imperativo che dà o nega l’assenso.

IMPERATIVO IPOTETICO - Non ha valore in sé, è subordinato al raggiungimento di un fine (Risparmia da giovane, per vivere bene da vecchio).
IMPERATIVO CATEGORICO - “Categorico” è qualcosa che non ammette alternative: l’imperativo categorico infatti non è condizionato da un fine, è un comando assoluto (Non fare promesse false). È un principio pratico formale, che non dipende da oggetti, né dalla disposizione del singolo (DEVI perché devi, non devi se vuoi. Si presenta in tre massime comportamentali:
→ ama il prossimo tuo come te stesso;
→ agisci in modo da trattare l’umanità, in te stesso come negli altri, sempre anche come fine, mai come mezzo;
→ agisci come se tu potessi volere che la massima della tua azione divenisse legge universale della natura.
Sono formali, cioè non badano al contenuto dell’azione, ma solo al modo, che deve essere il più conforme possibile al dovere. L’imperativo categorico può dirsi sia a priori (non tiene conto delle inclinazioni sensibili dell’individuo) sia universale e necessario (valido per tutti, senza eccezioni).

La ragione pratica in sostanza pretende e comanda sia “praticamente” libero, pur avendo limitato la sua conoscenza al mondo fenomenico, soggetto alle ferree leggi della causalità. L’uomo, proprio perché non è libero nelle sue inclinazioni naturali, deve esserlo nella volontà.
Uomo → sia FENOMENO, dal punto di vista dell’intelletto;
→ sia NOUMENO, dal punto di vista del dovere.

La LEGGE MORALE postula 3 elementi:
• LIBERTÀ - Nel momento in cui si prescrive il dovere si presuppone anche che si possa agire o meno in conformità ad esso, e che quindi si sia sostanzialmente liberi.
• IMMORTALITÀ DELL’ANIMA - Poiché solo la santità rende degni del sommo bene, e poiché la santità non è realizzabile in questo mondo, bisogna per forza ipotizzare che l’uomo disponga di un tempo infinito, grazie al quale può progredire all’infinito verso la santità.
• ESISTENZA DI DIO - Credenza in una volontà santa e onnipotente che faccia corrispondere la felicità al merito. L’esistenza di Dio, sebbene indimostrabile, è certa grazie alla ragione pura e pratica. Immortalità dell’anima e esistenza di Dio non sono dimostrabili sul piano conoscitivo, su quello morale sì. MORALE → l’uomo partecipa secondo ragione, è autonomo → posta da me;
DIRITTO/LEGGE → partecipa come sensibilità, è passivo → non posta da me.
La legge morale è presente in ognuno: in questo modo io riesco a guardare di là del mondo fenomenico e del suo meccanicismo e riesco a trovare una spiegazione alla mia esigenza che la realtà non si riduca al fenomenico. C’è speranza in un mondo noumenico della libertà e della finalità (verso il sommo bene) - tutto ciò non è però più di una speranza.
Sulla sua lapide Kant fece scrivere “il cielo stellato fuori di me, la legge morale dentro di me”.

CRITICA DEL GIUDIZIO (giudizio della bellezza)
Per giudizio Kant intende una facoltà intermedia fra il conoscere (operato dall’intelletto) e il desiderare (operato dalla ragione). Distingue due forme di giudizio:
Giudizi DETERMINANTI - riguardano la determinazione conoscitiva dell’oggetto;
Giudizi RIFLETTENTI - “riflettono” sull’oggetto sensibile per trovare relazioni con quello libero.
I giudizi riflettenti si dividono a loro volta in giudizi estetici e giudizi teleologici.

GIUDIZI ESTETICI
I giudizi estetici giudicano per via del sentimento di piacere o dispiacere. Il giudizio estetico nasce da uno spontaneo rapporto tra fantasia e intelletto: quando questo rapporto è un gioco armonico si ha il “BELLO”; quanto è un conflitto, si ha il SUBLIME. Per Kant, che è molto logico, il “bello” ha un carattere extralogico: si percepisce intuitivamente, ma non si spiega intellettualmente. Viviamo intuitivamente le finalità della natura: quel tale paesaggio può corrispondere alle nostre esigenze di armonia estetica (La natura sembra essere stata fatta solo per noi). La mente è il baricentro del giudizio estetico.
TEORIA DEL BELLO - il “bello” è l’accordo spontaneo fra intelletto e sensibilità: il bello è ciò che piace senza interesse, piace universalmente e necessariamente senza concetto, esprime una finalità senza scopo. Appare come un gioco libero e armonico di intelletto e immaginazione.
SUBLIME - è diverso dal bello poiché nasce dal contrasto fra immaginazione sensibile e ragione.

GIUDIZI TELEOLOGICI (da telos = fine → finalistico)
Si pensa alla finalità come scopo (lo scheletro è stato prodotto per reggere l’animale, c’è un bisogno della nostra mente di rappresentare l’ordine delle cose. Si tende a immaginare che ci sia uno scopo fra le parti e il tutto, o che sia tutto il frutto di una mente superiore. La finalità non è però un dato verificabile (in filosofia non è lecito trasformare dei bisogni in realtà) - il giudizio teleologico è dunque privo di valore conoscitivo e dimostrativo.

FORMULARE UN GIUDIZIO vuol dire subordinare un particolare a un universale.
Questo tavolo è bianco (QUESTO → particolare, BIANCO → concetto universale di bianchezza).
La facoltà del giudizio agisce in due situazioni diverse:
1) Conoscendo il concetto universale, si determina il particolare come un esempio dell’universale;
2) Il giudizio prende le mosse del particolare senza sapere dove trovare l’universale, es: il salto di un gattopardo armonioso → “armonioso” non era pronto come il bianco per il tavolo - ho dovuto riflettere per formulare un giudizio (da cui giudizio riflettente). Esso ci aiuta a riflettere su caratteri della natura di tipo globale, dovuti al bello, al finalistico, organico, armonioso, unitario, elegante…

BELLEZZA e FINALITÀ non sono caratteristiche oggettive del mondo, ma qualcosa che ha a che fare con il soggetto. L’idea che guida la finalità della natura è quella che rende possibile la facoltà del giudizio riflettente.

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