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Kant, Immanuel - Vita e opere (3) scaricato 0 volte

Immanuel Kant

1724 - Königsberg

Critica della ragion pratica

« Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me »
Epitaffio sulla tomba di Immanuel Kant

Fare qualcosa “secondo” il dovere, ma non “per” il dovere, non ha alcun significato morale.
↓ ↓
imperativo ipotetico1) imperativo categorico2)
atto non morale atto morale
_

“Cosa devo fare?”

a priori

imperativo categorico

agisco senza valutare le conseguenze
(ovvero senza un fine)

Devo quindi agire secondo una legge morale3) insita in me. Essa:
- ha il carattere del dovere

- non deriva dell’esperienza (a priori)
- è valido per tutti
Segue 3 principi:
1. universualizzazione: che possa valere per tutti gli uomini (“posso desiderare che tutti gli uomini si comportino così?”)
2. trattare l’altro come fine: non solo come mezzo 4)
3. legislazione universale: che venga resa come una legge per tutti
_

“Cosa devo fare per andare in paradiso?”

a posteriori (seguendo l’esperienza)

Imperativo ipotetico

agisco valutando le conseguenze

- l’agire è condizionato da un altro fine
- prescrive azioni finalizzate ad un altro obiettivo

La moralità è fare qualcosa in libertà ed autonomia rispetto alle cose ed alle situazioni dell’esperienza. Le azioni morali sono commutate da:
1. incondizionatezza
2. universalità
La legalita’ invece è il comportamento che segue una legge esterna.

→Etica dell’intenzione 5)

I postulati 6)
Postulato = presupposizione necessaria ma che non posso dimostrare teoreticamente, devono sussistere per far sopravvivere il “cosa devo fare?”
1. Dio esiste: non si deve agire moralmente per salvarsi l’anima, ma se si agisce moralmente sarà necessario che esista Dio. L’uomo morale è sì degno di essere felice, ma non sempre lo è di fatto perché non sempre è felice in modo proporzionato ai suoi meriti. Dio essendo onnisciente e onnipotente saprà quindi assicurare ai buoni, in proporzione ai loro meriti, la felicità conseguente.
2. L’anima è immortale: dal momento che il “sommo bene” non può essere realizzato nel tempo limitato di questa vita terrena, si deve ammettere che l’uomo disponga di un tempo infinito, dopo la morte, per progredire verso di esso.

3. L’uomo è libero: senza libertà l’imperativo categorico che dice “Tu devi!” non avrebbe senso; il dovere presuppone la libertà di agire o meno in conformità ad esso.


Critica della ragion pratica
Non ci si trova più nell’ambito teoretico, ma in quello pratico. La ragione, oltre ad avere un uso puro, dunque a valere in campo conoscitivo, possiede per Kant un uso pratico, cioè funge da motivo determinante della volontà: guida la volontà ed incita ad agire in un certo modo verso un fine positivo. Ma questo non significa, per l’uomo soddisfare tutti i suoi bisogni naturali: l’uomo possiede un fine più elevato che il semplice raggiungimento di una felicità naturale. Il fine della ragion pratica è il bene: è il produrre una volontà buona in sé. La Ragione deve dettare all’uomo le regole di comportamento. Per capire la morale kantiana, dobbiamo capire il concetto di dovere: se la ragion Pura era legata al mondo dell’essere, la critica della ragion pratica è legata a quella categoria filosofica che si chiama dover essere . Le azioni del Dover essere si dividono in:
• Legali: Azioni conformi al dovere per un motivazione estrinseca: rispettare la legge o per paura della pena o per desiderio di un premio
• Morali: Azioni conformi al dovere per una motivazione intrinseca, ovvero per il dovere stesso e per nessun altra ragione.
Le caratteristiche della legge morale sono cinque:
1. Razionalità: deve essere chiaramente comprensibile alla ragione umana
2. Universalità: la legge morale deve valere non solo per il soggetto che se la pone, ma per tutti gli esseri razionali → Si è universali quando la massima della nostra azione può essere estesa a tutti senza alcun danno. Es: se voglio rubare qualcosa mi devo chiedere: è desiderabile che tutti gli uomini rubino? Se la risposta è no allora l’azione non è morale.

3. Imperatività: è un comando dovuto al fatto che l’Uomo non è spontaneamente morale, ma ha bisogno di un certo controllo: la moralità sta a metà tra la bestialità e la santità . L’uomo è tentato di comportarsi come gli animali, ma tende verso la santità. Ma nella moralità si realizza l’autonomia: dare leggi a se stessi. Non essere determinati da altri che da sé. Quanti tipi di imperativi esistono?
* Imperativi ipotetici: regole dell’abilità, consigli della prudenza, regole di comportamento sociale che si sintetizzano nella formula: se vuoi x fai y. Questi imperativi ipotetici indicano solo quali mezzi adoperare per raggiungere un certo fine, ma non dicono se il fine sia bene o male.
* Imperativi categorici: devo fare x perché devo, prima ancora di sapere se ho i mezzi per raggiungere x debbo attivare la mia volontà per raggiungere questo fine.
Formulazione degli imperativi categorici
• Agisci come se la massima della tua azione dovesse essere elevata a legge universale di Natura. Qui si sottolinea il fatto che la legge deve valere per tutti incondizionatamente e che tutti devono mettere da parte i propri vantaggi e svantaggi personali.
• Agisci in modo che la tua volontà valga per tutti come universalmente legislatrice.
• Agisci in modo da trattare l’umanità nella propria e nell’altrui persona sempre come fine e mai semplicemente come mezzo. Questo presuppone il rispetto altrui: solo in questo modo si può realizzare il “regno dei fini”, l’obiettivo degli obiettivi dell’uomo, che è realizzare una comunità di esseri liberi e razionali, quindi autodeterminantisi, in cui ciascuno sia al tempo stesso legislatore e suddito. Non è una comunità corretta, non è uno stato. Il regno dei fini è un ideale utopico.
• o Intenzionalità della legge morale. Significa che l’etica di Kant guarda all’intenzione con cui è stata compiuta l’azione, piuttosto che il risultato. Dunque il valore di un’azione sta nel movente della volontà: posso fallire, ma se ho agito per il bene, l’azione ha una morale. Quindi l’uomo ha dentro di sé una componente empirica e naturale, è sottoposto alle leggi di causa – effetto e quindi non è libero, anche se ha un aspetto legato alla libertà: anche l’uomo è fenomeno, ma può valere anche come noumeno perché si dà delle leggi morali: l’uomo deve fondere dentro di sé l’aspetto fenomenico e noumenico.
Pensiero di Kant: «Il cielo stellato sopra di me mi fa ricordare la fragilità della mia natura, ma mi fa sentire anche parte del tutto, mentre la legge morale che è in me mi fa ricordare che sono libero».
Il rispetto della legge morale produce nell’uomo un duplice sentimento, ovvero uno stato di piacere e dispiacere contemporaneamente. Il dispiacere consiste nel fatto che l’uomo si rende conto della propria fragilità, della sua necessità fenomenica, cioè di esse un semplice meccanismo tra i meccanismi, essere la parte di un tutto, in questo senso l’uomo perde il suo amor proprio, viene mortificato il suo lato sensibile, perché non può abbandonarsi agli istinti. Il piacere, invece, consiste nel fatto che l’uomo è libero e può scegliere di elevarsi dalla bruta animalità e quindi agire disinteressatamente per il bene comune. In questa legge morale, affinché sia realizzabile, occorre ammettere tre postulati detti: postulati della ragion pratica, sono condizioni che si ammettono come vere in modo ipotetico:
1. Libertà autonomia autodeterminazione
2. Immortalità dell’anima
3. Esistenza di Dio
Kant e il sublime
Nella “Critica del Giudizio” Kant dice che Oltre al bello, il giudizio estetico riguarda anche il sublime, ovvero ciò che è assolutamente grande al di là di ogni comparazione, smisurato, incommensurabile – che Kant definisce sublime matematico - e ciò che si manifesta nelle forme di una straordinaria potenza all'interno della natura - il sublime dinamico.
Sublime dinamico:
E' assolutamente grande, smisurato è ciò di fronte a cui ogni altra cosa è piccola, ovvero l'infinito, che non può in alcun modo essere oggetto di conoscenza, in quanto non ha corrispettivo sul piano empirico. Esso è per così dire presentito, intravisto dal Giudizio, davanti a certi spettacoli naturali che superano ogni capacità della nostra immaginazione, mirabili nella loro grandiosa potenza anche quando rappresentano lo scatenarsi delle forze della natura: le alte montagne, lo spalancarsi degli abissi, l'oceano in tempesta. il senso di ammirato stupore, unito allo sgomento che proviamo di fronte a questi scenari sono determinati dal fatto che su di essi proiettiamo l'idea della grandezza assoluta che è propria del soprasensibile e di cui ritroviamo una traccia in noi in quanto soggetti morali, appartenenti per questo aspetto al mondo intelligibile.
È evidente che l'apprensione del sublime, che fa riferimento allo smisurato e dunque al senza limiti, avviene in modo diverso dall' apprensione del bello, che ha alla base il senso dell'armonia, in cui si combinano limite, misura, proporzione.
Il sublime infatti nasce dal sentimento doppio e contraddittorio, di attrazione-repulsione, che l'uomo prova di fronte alla grandezza e alla potenza della natura: da un lato un sentimento di dispiacere derivante dalla consapevolezza dei propri limiti e della propria impotenza; dall'altro un sentimento di piacere derivante dalla consapevolezza della propria condizione di essere razionale e libero, che lo innalza al di sopra di ogni entità della natura, la quale, per quanto grandiosa e potente, non potrà mai ridurre sotto di sé l'uomo, destinato invece al mondo soprasensibile.
Sublime matematico:
Nel caso del sublime matematico, di fronte alle grandiosità incommensurabili della natura, proviamo dispiacere in quanto la nostra immaginazione appare insufficiente a rappresentarle adeguatamente, ma nello stesso tempo proviamo piacere perché la nostra ragione tende a elevarsi all'idea dell'infinito, al cui paragone la stessa immensità dell'universo e dei suoi fenomeni sembra irrilevante. Risvegliata in noi dalle imponenti realtà del mondo naturale, l'idea di infinito costituisce un inesauribile stimolo alla ricerca del tutto; grazie ad essa la primitiva sensazione della nostra piccolezza e fragilità fisica lascia il posto a quella della nostra dignità spirituale, e in tal modo ci eleviamo consapevolmente al di sopra della natura. Anche di fronte allo spettacolo dello strapotere delle forze naturali (uno spettacolo contemplato al sicuro dai pericoli, per esempio dal mare in tempesta o da: fuoco di un vulcano in eruzione, altrimenti saremmo presi dal terrore), come avviene nella sfera del sublime dinamico, all'inizio avvertiamo il senso della nostra debolezza materiale, a cui fa seguito tuttavia un sentimento di grandezza, derivante dalla nostra realtà di esseri pensanti, dotati di ragione e di principi morali.

Vita: Kant è un filosofo illuminista, nasce a Königsberg; la madre riveste per lui un ruolo molto importante che, a quanto sostiene, gli insegna il primo germe di bene. È il quarto di 11 figli, ma con i fratelli non ha un gran rapporto. Viene mandato al collegium Friedericianum, dove si dimostra subito critico nei confronti della religione, per quanto riguarda le forme esteriori ed esagerate del culto: ha un concetto intimistico della fede, le preghiere forzate sono, per lui, inutili. Diventa bibliotecario, poi docente di logica e metafisica all’università; i suoi interessi sono prevalentemente scientifici: pubblica molte opere sulla Terra, sul moto, sulla quiete e sulla teoria dei venti (scritti pre – critici). La sua prima opera importante, scritta nel 1781 è la “Critica della Ragion Pura”, dove fa il punto sulla conoscenza (2° edizione). Il 1788 è l’anno della pubblicazione della “Critica della Ragion Pratica”. Nel Critica della Ragion Pratica si chiede cosa si può conoscere, è uno scritto teoretico, nella Critica della Ragion Pratica si occupa di come si debba agire nella pratica. Nel 1790 scrive “Critica del giudizio”. 1793 – 1797: sono gli anni della censura prussiana e del terrore francese: perciò riceve un severo ammonimento soprattutto per le sue opere a tema religioso, dalle quali traspariva troppo l’ideale illuministico; scrive inoltre il libro “Per la pace perpetua”, intesa come pace fra gli stati e le nazioni. Muore malato nel 1804, di lui si parla come di una persona calma, mite, riflessiva.
L’indirizzo filosofico di Kant si chiama criticismo, dal verbo Krino: Analizzare, scomporre un problema in parti elementari per studiarle meglio (Cartesio) e Giudicare, e cioè emanare sentenze.
Il suo principio sta nel criticare e verificare la legittimità delle pretese avanzate dalla ragione umana nel campo delle conoscenza: critica della ragione con la ragione stessa; bisogna studiare la ragione per vedere qual è il suo limite.

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