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Critica della ragion pratica

Nella critica precedente (Critica della ragion pura), Kant ha affrontato il problema gnoseologico. Nella Critica della ragion pratica si affronta invece il problema morale (pratico = sinonimo di azione morale, che è libera, quindi sciolta dall’esperienza).

La domanda che si pone è: che cosa posso volere?
Nel suo epitaffio, si trova incisa la fine della Critica della ragion pratica, che in breve afferma che: “due cose sono degne di ammirazione e di venerazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”.
Questa frase suscita il senso di infinito (cielo stellato) e allo stesso tempo Kant sostiene che la legge morale la sentiamo dentro di noi perché è la ragione che ci spinge a comportarci in un determinato modo, a seguire la morale (infatti, la conoscenza e la ragione sono oggetto di indagine razionale).

La legge morale ha 3 caratteristiche:
1. è universale/b]: in quanto tutti la sentono, indipendentemente dal contesto culturale in cui si vive.
2. è autonoma: in quanto non dipende dai condizionamenti esterni. Se non fosse autonoma non potrebbe essere universale.
3. è formale: in quanto non ha contenuti espliciti, ma esprime attraverso la forma del “tu devi”, espressa dall’Imperativo Categorico.

Queste leggi morali le distingue in 2 gruppi:
Massime: valide solamente per l’individuo.
Imperativi: hanno valore universale.

Gli imperativi, a loro volta si distinguono in:
a. Imperativo Ipotetico: è valido per tutti ma subordinato a una condizione.
b. Imperativo Categorico: è valido per tutti e incondizionato (afferma il dovere per il dovere).

La legge morale riguarda gli imperativi e non può riguardare le massime, in quanto la prima formula della critica della ragion pratica afferma: “agisci in modo che la tua massima possa valere come principio di una legislazione universale”.
Ciò significa che per vivere non devo solamente rispettare le massime individuali, ma anche, e soprattutto, gli imperativi universali.
La seconda formula della critica della ragion pratica afferma: “agisci in modo da trattare l’umanità sempre come fine e mai come mezzo”.
Con queste 2 formule Kant, indirettamente, afferma 2 dei 3 principi della Rivoluzione Francese:
Uguaglianza: in quanto la legge morale è universale.
Fraternità: perché gli altri non vanno sfruttati.

Il terzo principio (della Riv. Francese), quello della Libertà, Kant lo afferma dicendo che se tutti gli uomini seguissero gli imperativi non ci sarebbe alcun problema, ma dato che l’uomo è dotato sia di ragione che di sensibilità, non sempre riesce a fare i sacrifici necessari per seguire gli imperativi.

Questo comporta quella che Kant chiama antinomia della morale: pur rispettando le leggi morali, l’uomo virtuoso non riesce ad essere felice nel mondo fenomenico ( a causa dei sacrifici che bisogna fare).
Deve però, essere virtuoso perché deve sperare che nel mondo noumenico, esista il Sommo Bene, ovvero Dio, che è sintesi di felicità e virtù.
Da qui, è necessario credere a 3 postulati:
1. Postulato dell’immortalità dell’anima: l’uomo, per raggiungere il mondo noumenico, deve credere che l’anima sia immortale.
2. Postulato dell’esistenza di Dio: l’uomo, per essere felice, deve credere che Dio esista.
3. Postulato sulla Libertà: l’uomo è libero perché può scegliere tra il bene e il male. Infatti, se non ci fosse la libertà gli imperativi non avrebbero motivo di esistere.

In conclusione, Kant riprende le idee della ragione (io, mondo e Dio) che aveva confutato nella Critica della ragion pura, dando a l’uomo la speranza che esse possano esistere senza tuttavia dimostrarne l’esistenza. Tra le 2 critiche, Kant considera superiore quella alla ragion pratica, perché la legge morale è un’esigenza umana.

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