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Kant - la Critica della Ragion Pratica


E’ la seconda critica, e mentre nella prima scrive si occupa della conoscenza, di “cosa e come posso conoscere”, in questa si occupa della filosofia morale, ovvero dei principi e delle regole che determinano l’agire.
Nella Dialettica Trascendentale aveva parlato della ragione dicendo che la metafisica non può essere considerata come una scienza, qui l’argomento è sempre la ragione ma viene legata in modi diversi; nella Ragion Pura la metafisica esce sconfitta in quanto le sue idee non sono conoscibili ma l’indimostrabilità di queste non determina la loro non esistenza in quanto si trova su un piano diverso: chi ha fede non viene influenzato dalle confutazioni.
La funzione di queste è dunque regolativa, cioè regolano l’uomo ma in ambito pratico, non conoscitivo, pertanto sono necessarie nella vita quotidiana per regolarsi rispetto a come si pensa a queste idee: se credo che Dio esista, agirò di conseguenza.
Questo rappresenta un ponte tra le due critiche.
Dal punto di vista appena spiegato, la ragion pratica ha un primato in quanto determina l’agire, guida nelle scelte quotidiane, e questo è quasi scontato perché, essendo Kant illuminista, la ragione avrebbe dovuto vincere in qualche modo.
Il pietismo di Kant è un ramo del protestantesimo rigido da un punto di vista morale, rigoroso ma non bigotto, che si rispecchia nella sua percezione della moralità: il suo rigore è visibile dal fatto che dica che la ragione deve guidare le scelte, sebbene nella realtà non sia così perché a volte è l’istinto a farlo.
La filosofia morale postula, a monte, il libero arbitrio, senza il quale non si porrebbe il problema morale dato che si avrebbe la necessità quasi meccanica di agire in un modo, come sosteneva Spinoza dicendo che ci illudiamo di avere il potere di scegliere ma in realtà è tutto necessitato e stabilito.
Secondo Kant questo esiste, ed esisteva anche per i filosofi medievali che lo consideravano la giustificazione all’esistenza del male che altrimenti non riuscivano a spiegarselo, poiché postulavano un Dio buono.
Secondo Socrate se si conosce il bene si agisce necessariamente in quel modo, dunque chi fa il male lo fa perché non conosce il bene dunque è ignorante: questo pensiero vale sia per le cose di poco conto sia per quelle importanti, ed è molto strano se analizzato perché in esso si sovrappongono conoscenza e moralità e vengono contrapposti il buon saggio e il cattivo ignorante.
Il PROBLEMA MORALE è la corrispondenza tra la ragione e la legge, presupposta l’esistenza di una legge in quanto l’uomo è dotato di ragione e libero arbitrio.
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