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L’empirismo è una corrente filosofica sviluppatasi in una situazione di generale fermento: l’Inghilterra moderna della seconda metà del Seicento, caratterizzata da un rapido sviluppo economico e scientifico.
I principali esponenti dell’empirismo furono Locke, Berkeley, Hume (nonostante nessuno dei tre fu un filosofo) e Bacone che ne è considerato precursore.
Il termine “empirismo” deriva dal greco empeirìa, “esperienza”, poiché secondo questa corrente filosofica, la conoscenza ha origine dall’esperienza sensibile. La mente dell’uomo si presenta come un foglio bianco, una tabula rasa, che si riempirà di concetti e idee soltanto attraverso l’esperienza. Di conseguenza, l’empirismo si oppone all’innatismo, dottrina filosofica che ammette l’esistenza d’idee innate, che sono in noi indipendentemente da ogni esperienza.
L’empirismo si contrappone anche al razionalismo di Cartesio, Spinoza e Leibniz che basavano l’esperienza conoscitiva sulla ragione, strumento indispensabile, in grado di fornire una conoscenza affidabile. Secondo gli empiristi, invece, la ragione esiste nei limiti dell’esperienza sensibile, pertanto è limitata e precaria e non si deve addentrare nella metafisica (oltre la fisica), in quanto irraggiungibile dall’esperienza sensibile.

Il “Penso dunque esisto” di Cartesio con il quale il filosofo conferiva autonomia alla ragione; per gli empiristi diventa “posso pensare solo perché esisto” e l’esistenza implica l’esperienza sensibile.
Per gli empiristi, la conoscenza ha caratteri di probabilità e il metodo da loro utilizzato è induttivo (ovvero risale dal particolare all’universale attraverso analogie). Una teoria è probabilmente valida, finché qualcuno non ne dimostra la falsità con prove oggettive.

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