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I filosofi posteriori a Kant avevano come obiettivo principale la revisione e lo sviluppo del pensiero Kantiano. Tuttavia, questo processo portò inconsapevolmente alla nascita di un nuovo movimento filosofico: l’idealismo, nato e sviluppatosi in Germania. L’idealismo si differenzia dal realismo in quanto esalta la realtà interna, dipendente completamente dal soggetto e non ammette una realtà esterna. Kant era un idealista trascendentale: la realtà, come noumeno, non la conosciamo; i fenomeni dipendono dalle strutture del soggetto.

Fichte

Il problema della filosofia kantiana, secondo Fichte, è il dualismo fenomeno-noumeno. Affermare la cosa in-sé significa supporre una realtà esterna all’uomo e indipendente da esso. Ciò non implica dunque la responsabilità morale umana per la realtà esterna. Questa, tuttavia non è conoscibile. Il pensiero kantiano a tal proposito si conclude con una “ragionevole speranza” che il mondo delle cose si accordasse con la finalità morale e la realizzazione morale rimane una semplice ipotesi. Ammettere l’esistenza della cosa in-sé significa cadere nel meccanicismo e nel dogmatismo (realismo gnoseologico, materialismo metafisico e determinismo morale); rifiutandola si accetta l’idealismo (soggettivismo gnoseologico, spiritualismo metafisico, libertà in ambito morale). Per Fichte l’accordo tra esigenza etica e natura è una finalità da realizzare: la realtà non ha senso in sé, ma ha un senso per il soggetto, nella misura in cui il soggetto stesso glielo conferisce.

Tutta la realtà, il sapere e la scienza derivano dall’uomo. Eliminando la cosa in-sé, l’inconoscibile, non resta che l’uomo, l’Io da cui deriva l’ordine delle cose. Mano a mano che l’uomo progredisce il mondo si plasma e subisce trasformazioni più o meno radicali, riflettendo l’azione e la volontà dell’uomo. Fichte ipotizza così un Demiurgo, coincidente con l’umanità: ognuno agisce sugli altri fino a costituire un solo Spirito.
La metafisica dell’oggetto (spiegazione di cosa è il mondo) viene sostituita con la metafisica dell’oggetto (come il soggetto produce il mondo). La scelta di privilegiare l’idealismo equivale a considerare la cosa-in-sé come non esistente. Eliminata la cosa-in-sé la realtà originaria non può che essere costituita dal soggetto. Il problema di Fichte è quello di trovare il principio assoluto e incondizionato del sapere. Questo principio viene identificato nel principio di identità A=A. Ciò che può essere posto solo dall’Io è dunque il principio di identità: l’Io pone se stesso. L’Io è attività originaria, esiste solo in quanto si pone, non sussiste in quanto ente, ma solamente in quanto atto del porre se stesso. Il secondo principio della scienza afferma che l’Io pone il Non-Io, ossia qualcosa che non è l’Io ma ne fa pur sempre parte dell’Io puro. L’Io viene identificato con l’umanità, il Non-Io con la natura. Il terzo principio della scienza secondo Fichte afferma che l’Io oppone, nell’Io, al Non-Io divisibile un Io divisibile.
I tre fondamenti della scienza costituiscono anche il metodo della dialettica in tre diversi momenti: tesi, antitesi, sintesi. La tesi produce la negazione di sé (l’antitesi) e il superamento di tale negazione (la sintesi). La dialettica, per Fichte, è la struttura della realtà, risultante dal conflitto tra Io divisibile e Non-Io divisibile. Porre il Non-Io è essenziale all’Io per raggiungere la consapevolezza di sé. Ma l’Io percepisce il Non-Io come qualcosa di esterno e sussistente di per sé, quando in realtà è riconducibile ad esso. L’Io attraverso la conoscenza e l’azione si riappropria sempre maggiormente del Non-Io ma questo processo non potrà mai concludersi, altrimenti verrebbe meno il Non-Io e con esso l’attività dell’Io. Se l’Io si riappropriasse del Non-Io diventerebbe consapevole di essere tutta la realtà. In questo caso si arriverebbe ad un idealismo dogmatico. Se si considerasse il Non-Io come non riconducibile all’Io se ne farebbe una realtà sussistente e si ricadrebbe nel materialismo dogmatico. La filosofia di Fichte è definita Ideal-realismo in quanto considera il Non-Io come distinto dall’Io, ma ad esso
riconducibile. Il fine morale della teoria fichtiana è la realizzazione del sommo bene, definito kantianamente come la coincidenza di virtù e felicità. Tuttavia, non è possibile raggiungerla e l’uomo tende ad un infinito perfezionamento.
Dopo essere stato accusato di ateismo, Fichte identifica l’Io Assoluto, come assoluto sapere (all’uomo è concessa la totale conoscenza del mondo), il quale non coincide con l’assoluto essere, ovvero dio.

Schelling

La riflessione di Schelling è ispirata inizialmente dal pensiero fichtiano, dal quale si discosta per il modo di concepire la natura. Non soddisfatto del pensiero di Fichte, Schelling afferma che la natura e lo Spirito derivano dallo sviluppo di un unico principio. Schelling è fondatore dell’idealismo oggettivo, in cui il principio primo è la realtà. Il soggetto e l’oggetto sono confusi insieme e l’oggettività è considerata come uno “spirito inconsapevole”. Quando l’Io emergerà consapevole, emergerà anche la consapevolezza dell’oggetto. Quindi, il mondo esiste già da prima che l’Io pone se stesso (Fichte). L’uomo è al vertice del processo idealistico perché unione di soggetto e oggetto (razionalità e sensibilità).
L’arte si trova al vertice della filosofia. La spiritualità dell’arte necessita della sensibilità, in quando unione di materia e pensiero (un opera non va solo pensata, ma anche prodotta). La gerarchia della riflessione di Schelling prevede, in ordine ascendente, la religione (metodo semplicistico), la filosofia e l’arte. Per quanto riguarda la religione, Schelling afferma che dio è inferiore all’uomo, in quanto non ci riguarda, non ha potere: solo l’uomo è l’essere perfetto.

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