Johann Gottlieb Fichte (Rammenau, 19 maggio 1762 – Berlino, 27 gennaio 1814)


Kant, nel suo criticismo, si rende conto che la critica nei suoi confronti sta prendendo una strada da lui non voluta. Egli aveva infatti lasciato aperti alcuni problemi fondamentali:
• Qual è l’origine del materiale sensibile?
Kant affermò che non fosse possibile conoscere l’intera realtà, ma solo quella che entra in contatto con noi (fenomeno), ma ciò che invece non si adegua alle mie forme conoscitive della nostra mente, spazio, tempo e categorie, è certamente esistente ma non è conoscibile (noumeno).
L’esistenza è fenomenica e si dimostra solo con l’esperienza, ma dato che Dio non è un fenomeno non è possibile conoscerne l’esistenza; tuttavia per Kant tale ragionamento non si applica alla cosa in sé che a parer suo deve esistere necessariamente.
Ci si trova pertanto davanti a qualcosa che è esistente ma non conoscibile, ma ciò è di principio contradditorio.
Già Reinhold, Schulze, Meinong, Beck, tra i primi seguaci del pensiero kantiano si accorsero dell’incongruenza presente nel pensiero del filosofo tedesco, ammettendo a loro parere che la Cosa in sé non potesse esistere e si trattasse di un’affermazione chimerica.
A questo punto il crucio diventa la soluzione al problema della natura della cosa in sé, problema che si porrà lo stesso Fichte.
Fu un grande ammiratore di Kant.
Il suo primo scritto fu del 1792, Saggio di una critica di ogni rivelazione, fu pubblicato anonimo e fu scambiato per un’opera di Kant il quale affermò però che la paternità dell’opera era da assegnare al più giovane Fichte.
L’opera fu censurata dal governo prussiano, ma attirò l’interesse sul giovane filosofo.
Solo due anni dopo si ebbe però una rottura tra il pensiero kantiano e l’interpretazione di Fichte e ha origine con la pubblicazione del saggio Dottrina della scienza (1794).
Quest’opera segna la fine del criticismo e il passaggio all’idealismo che poi arriverà al suo apice con Hegel.
Kant ripudierà sempre tale interpretazione della sua filosofia giudicandola non adatta al continuo della sua filosofia.
A quest’opera seguiranno poi la Dottrina morale (1798) e la Dottrina del diritto (1798).
Nello stesso anno, quando Fichte insegna come professore all’università di Jena scrive Sul fondamento della nostra credenza nel governo divino del mondo; a seguito di ciò viene accusato di ateismo e l’opera sarà censurata dal governo prussiano.
Fichte minaccia di dimettersi nel caso venga sottoposta a censura la sua opera, affermando, inoltre, che con lui si sarebbero dimessi anche tutti gli altri professori dell’università.
L’opera fu censurata ma Fichte fu l’unico a dimettersi e il suo posto sarà preso da Schelling.
Goethe, in quest’occasione affermerà –un astro tramonta e un altro astro sorge.-
Fichte si trasferisce a Berlino dove scrive varie opere: Lezioni sulla missione del dotto, Discorsi alla nazione tedesca (in quest’opera taluni riscontrarono, erroneamente, i primi germi del nazismo).
Morirà durante l’invasione napoleonica a Berlino in seguito alla peste contratta portata dai soldati e contagiatagli dalla moglie che si occupava dei feriti nei campi.
In punto di morto accusò la moglie di aver sottratto un genio al mondo.
Sulla scia dei seguaci di Kant Fichte amplia il pensiero kantiano.
In primis afferma che: il principio formale e materiale del conoscere coincidono; la materia della conoscenza, che è la realtà fuori di me deriva dall’IO che conosce quindi io creo il materiale della mia conoscenza.
Ciò significa che l’attività conoscitiva dell’IO è contemporaneamente attività creatrice.
Ne risulta che l’IO non è più solo un Io finito come quello prospettato da Kant, ma un IO finito e al contempo infinito: finito quando conosce, infinito nel momento in cui crea la materia della propria conoscenza.
Nel momento in cui affermiamo di conoscere qualcosa tuttavia noi non siamo certi di conoscere l’idea come concetto di base, ma conosciamo l’idea che noi abbiamo di quell’idea (Platone, eidos-idea).
Astraiamo un concetto dell’idea che rimane eterogenea a noi.
Fichte passa dalla visione di un IO trascendentale ad un IO assoluto, contemporaneamente finito e infinito.
La deduzione trascendentale in Kant (problema più grosso della Critica della ragion pura) trovava soluzione nell’Io penso (unità originaria sintetica di appercezione); invece la deduzione di Fichte, in quanto unifica finito e infinito, porta alla deduzione assoluta, il che significa che l’IO diventa contemporaneamente l’oggetto e il soggetto della conoscenza.
Quello che Kant attribuiva soltanto a Dio, cioè l’intuizione intellettuale (mentre all’uomo era riservata soltanto l’intuizione sensibile), Fichte l’attribuisce all’IO.
L’intuizione intellettuale sta nel creare ciò che viene conosciuto; nel momento in cui conosco creo, quindi pensare equivale a conoscere.

“Principi della dottrina della scienza”

Fichte si pone come colui che porta alla piena conclusione la filosofia kantiana, e Schelling accetterà questo suo ruolo.
Vuole trasformare la filosofia da ricerca del sapere, come era stato da Platone fino Kant, a un sapere assoluto e perfetto.
La dottrina della scienza viene posta da Fichte come “scienza della scienza”, cioè ciò che da validità e fondazione piena ad ogni scienza. Il punto su cui si basa tutto questo sapere assoluto è l’IO, che lui chiama anche autocoscienza.
Incipit dell’opera: “Noi dobbiamo ricercare il principio più assoluto e assolutamente incondizionato di tutto il sapere umano. Non è possibile dimostrarlo oppure determinarlo se dev’essere il principio più assoluto”.
Se il principio più assoluto dovesse essere dimostrato vale a dire che tale dimostrazione deriva da ulteriori principi e pertanto non si potrebbe trattare di un principio primo.
Il principio assoluto dunque non può essere dimostrato ma dev’essere colto intuitivamente, un po’ come diceva Pascal per i principi primi.
C’è in realtà un principio primo assoluto su cui si fonda tutta la conoscenza umana dato da Aristotele e poi ripreso da Leibniz:
1. Principio di identità.
A questo seguono poi altri due ulteriori principi ad esso subordinati:
2. Principio di non contraddizione;
3. Principio del terzo escluso.
Il principio di identità è il primo assoluto principio su cui si fonda tutta la conoscenza umana: “Ogni cosa è se stessa”, A = A.

Però per Fichte questo principio risulta da solo essere insufficiente.

“Esso deve esprimere quel lato che non compare, né può comparire tra le determinazioni empiriche della nostra coscienza, ma sta piuttosto a fondamento di ogni coscienza e solo la rende possibile”.
Lui ricerca un principio a priori, che è fondamento della nostra conoscenza ma non è empiricamente determinabile.

“Nell’esposizione di quest’atto non è tanto da temere che in qualche modo non vi si pensi ciò che si deve pensare, a questo ha già provveduto la natura del nostro spirito. Quanto che vi si pensi ciò che non si deve pensare. Questo rende necessaria una riflessione su quello che innanzitutto si potrebbe ritenere di esso è un’astrazione da tutto ciò che non vi appartiene”.

A=A ha un enorme difetto, ovvero non ci fornisce nessuna informazione sulla natura di A e risulta essere tautologico, quel è rappresenta solo una copula , un ponte di unione senza però nessuna utilità effettiva.
Non è un’identità fondata, ma bisogna fondare quest’identità.

Fichte pone quindi tre principi della dottrina della scienza.
1. “L’IO pone se stesso”. È da notare la differenza di verbo usato, non l’Io è se stesso ma l’io pone se stesso. Significa che l’IO non è solo un’attività creatrice ma è prima di tutto, fondamentalmente autocreatrice. L’IO crea se stesso, ed è un’attività infinita. Questo verbo “porre” significa che l’IO poggia su se stesso, che ha un’ispirazione di tipo neoplatonico; ricorda l’Uno neoplatonico, con la differenza che l’IO è immanente, mentre l’Uno trascendente. Non è nient’altro che una riproposizione della filosofia di Spinoza, dove Dio è la sostanza di tutto, lui traduce ciò nell’IO pone se stesso, attività auto fondante che non ha nient’altro su cui fondarsi se non se stesso e quindi autosufficiente, che di per sé può già rappresentare una sostanza.

2. “L’IO pone il non IO”. Anche qui è presente il verbo fondante “porre” della prima identità, e vi è anche la fondazione del non IO che è la natura, l’altro rispetto all’IO. Tuttavia si tratta di un’opposizione interna non esterna, non è estrinseca ma intrinseca all’IO perché realmente potrebbe completare il primo principio affermando che “l’IO pone il non IO nell’IO”, in quanto il non IO, la natura, è compresa nell’IO stesso. (Questo sarebbe in qualche modo la visione cristiana della creazione, per esempio, Dio ha posto l’universo fuori di sé altrimenti si arriverebbe a una forma di panteismo. Qui si arriva ad una forma di panteismo e per tale motivo l’opera venne censurata). Il non IO è il mondo, l’oggetto della conoscenza.
3. “L’IO oppone nell’IO all’IO divisibile un non IO divisibile”. Si tratta di una grande esposizione dell’universo in cui l’IO che comprende tutto crea al suo interno un’opposizione tra i singoli individui, che sono gli IO divisibili, e i non IO divisibili, la natura, che è fatta di altrettanti non IO divisibili. Divisibili ha in questo caso il significato di distinti. Gli IO divisibili rappresentano la singolarità umana, mentre il non IO rappresenta la natura. Nella seconda affermazione l’IO è il mondo, la natura, nella terza affermazione, essendo diviso in tanti enti rappresenta la singolarità delle cose, mentre noi siamo IO divisibili e tutta questa opposizione è dentro l’IO.

Nel secondo periodo del pensiero di Fichte l’IO verrà immediatamente identificato con Dio, e in questo modo tutto il mondo, noi compresi come IO divisibili saremmo parte di Dio (panteismo).
La sostanza di Spinoza, per esempio, la res divina dentro che tutti i modi e gli attributi in cui “noi siamo modi della sostanza divina” vengono qui ugualmente rappresentati: noi siamo IO divisibili all’interno di quell’unico IO che è il tutto (Dio).
In fondo qualunque conoscenza della natura e delle cose è comunque un IO divisibile che conosce un non IO divisibile all’interno però dell’unico IO.
Dunque vi sono tre livelli di conoscenza: me stesso come individuo (IO divisibile), ciò che mi si oppone nella realtà (non IO) e l’unico IO che ci comprende tutti (Dio).
In questo modo sta descrivendo il nostro mondo attuale, la nostra situazione, noi che siamo IO finiti posti davanti alla molteplicità degli oggetti finiti.
Questi tre principi non sono cronologicamente distinti, dato che nessuno viene prima o dopo l’altro.
Sono cronologicamente identici, avvengono nello stesso momento ma sono logicamente distinti, e siamo noi che ragionandoci su distinguiamo tra un momento fondante dell’IO, il momento fondante del non IO e il momento fondante dell’IO divisibile e del non IO divisibile, ma in realtà avviene tutto nello stesso momento nell’insieme di un processo unico.
Fichte ha posto con ciò una pietra miliare che rappresenta la nascita dell’idealismo, seppur effettivamente si possa affermare che realmente l’idealismo nasca con Bruno, già prima in parte con Platone e poi con Spinoza, seppur solo ora si sviluppi come corrente filosofica.


Friedrich Schelling (1775-1854)

Nonostante fosse più giovane di Hegel, la sua maturazione filosofica fu incredibilmente precoce, seppur di breve durata proprio a causa delle feroci critiche di Hegel verso il suo pensiero.

Opere:

• Sulla possibilità di una forma della filosofia in generale (1794), la sua tesi di laurea 19 anni
• Sull’Io come principio della filosofia (1795)
• Idee per una filosofia della natura (1797)
• Sull’anima del mondo (Timeo di Platone)
• Primo abbozzo di un sistema della filosofia della natura (1799)
• Sistema dell’idealismo trascendentale (1800)
• Esposizione del mio sistema (1801)
• Bruno o il principio naturale e divino delle cose (1802)
• La filosofia dell’arte (1802/1803)
• Filosofia e religione
• Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà
• Lezioni di Stoccarda
Cessa di pubblicare opere nel 1810 ancora giovanissimo, avendo 35 anni e morirà 49 anni dopo.

Era figlio di un pastore protestante che lo ha iniziato agli studi classici e biblici.
Nel 1790 si iscrive al seminario teologico di Tubinga, prestigiosissima facoltà di teologia.
Entra all’università a 15 anni e diventa amico di un grande poeta romantico tedesco Holderlin e soprattutto di Hegel.
Nonostante avesse 5 anni in più Hegel era molto attento allo sviluppo del pensiero di Schelling. Hegel frequentava già dall’anno prima la facoltà di Tubinga e quando scoppiò la rivoluzione francese piantò nel giardino dell’università l’albero della libertà.
Dal 1796 al 1798 Schelling studia matematica e scienze a Lipsia e a Dresda, passa a Jena e a 23 anni diventa assistente di Fichte.
Nel 1799 quando Fichte si dimette in rottura con il governo prussiano e se ne va a Berlino lui prende il suo posto.
Diventa un punto di riferimento di tutti i romantici tedeschi.
Nel 1806 si trasferisce a Monaco.
Nel 1810 Hegel critica furiosamente la sua filosofia in maniera talmente dura che il più giovane Schelling si ritirerà dall’università e rinuncerà a ogni possibile futura pubblicazione.
Nonostate l’amicizia, che avrà fine dopo la critica, Hegel definì la filosofia di Schelling come “la notte nera in cui tutte le vacche sono nere”, dove nulla si può capire, non per la difficoltà, ma perché non vi è semplicemente nulla, una filosofia inutile.
Dopo essersi ritirato dall’Università ricevette la visita dell’amico Goethe che rimase sconvolto dalle condizioni di Schelling, affermando che: “Ci fu un tempo in Germania in cui un ciabattino parlò come un filosofo, oggi ho visto un filosofo che parla come un ciabattino”.
[Nel 1500 ci fu un calzolaio che senza nessuno studio o nozione, Jacob Bohme, elaborò una filosofia mistica incredibile.]
Soltanto nel 1841, 10 anni dopo la morte di Hegel accetto l’invitò del Re di Prussia Federico Guglielmo IV, di andare ad insegnare all’università di Berlino ma solamente dopo pochi anni nel 1847 si ritira e morì in Svizzera isolato e dimenticato da tutti. In questi ultimi suoi anni ebbe come allievo il futuro padre dell’esistenzialismo Kierkegaard.


Pensiero di Schelling

Il suo periodo di fioritura filosofica è stato molto breve, circa 16 anni non di più. In questi anni è possibile individuare 6 tappe della sua produzione:
1. Periodo fichtiano, quello in cui aderisce perfettamente al pensiero di Fichte;
2. Filosofia della natura;
3. Idealismo trascendentale;
4. Filosofia dell’identità;
5. Teosofico o filosofia della libertà;
6. Filosofia della religione o filosofia positiva.

Inizialmente aderisce totalmente a Fichte e pensa che veramente Fichte sia colui che ha interpretato al meglio la filosofia di Kant, aldilà di Kant stesso che invece non accetterà la filosofia di Fichte.
Però coglie un difetto; Fichte è stato particolarmente acuto nel cogliere il rapporto tra IO e non IO ma non è stato in grado di cogliere il rapporto inverso, cioè tra non IO e IO.
Qui si inserisce la filosofia di Schelling, in cui lui suppone che esista una unità ideale e reale contemporaneamente, tra spirito e natura e dice questa frase: “Il sistema della natura è insieme il sistema del nostro spirito”.
Si deve applicare alla natura stessa lo stesso modello di spiegazione che Fichte ha usato per spiegare lo spirito, cioè l’IO.
Se Fichte ci ha spiegato i principi che svelano lo spirito, questi stessi principi possono spiegare la natura.
Allora quello che spiega la natura è la stessa intelligenza che spiega l’IO, quindi si sta creando un’identità tra natura e spirito.
Fichte ha scoperto quell’essenza dell’IO che applicando gli stessi principi ci porterà a scoprire l’essenza della natura stessa, natura che è prodotta da un’intelligenza inconscia, un’intelligenza inconscia che opera dentro la stessa natura e si sviluppa teleologicamente per gradi.
Ci sono livelli di strutturazione della realtà di crescente consapevolezza che ci danno una vera e propria struttura finalizzata all’uomo.
L’esempio che farà Schelling alla fine della sua produzione filosofica aiuta a capire: il rapporto che c’è tra l’IO e la natura e la natura e l’IO è lo stesso rapporto che c’è tra un artista e la sua opera d’arte.
Questo è il principio che ispira tutta la filosofia di Schelling: “La natura è spirito visibile, lo spirito è natura invisibile”, per cui c’è un’assoluta unità tra spirito e natura (notte nera in cui le vacche sono nere -> spirito e natura non si distinguono).
Allora c’è un problema da risolvere: com’è possibile che ci sia una natura fuori di noi?
La risposta di Schelling è questa: “La natura non è altro che un’intelligenza irrigidita in un essere, una sensazione spenta, una produzione di idee che trova la sua oggettivazione nei corpi” lo stesso che spiega l’IO spiega anche il non IO. In questo modo, la natura rappresenta uno spirito totalmente materiale, che ha trovato compimento nella forma.
Ogni cosa che abbiamo davanti è intelligenza irrigidita, cristallizzata, è una sensazione spenta in un ente che noi abbiamo davanti.
La natura quindi è un'arte produttrice di corpi che sono sue oggettivazioni.
Nella natura c'è una organizzazione generale, essa non è un insieme caotico di elementi, ma la natura è una forza produttiva ordinata e intelligente, e questa forza richiede un principio organizzativo quindi viene reinserita nella filosofia di Schelling quello che era stato escluso nella filosofia precedente, ossia il finalismo della natura.
Il finalismo era rientrato in Kant, ma soltanto come giudizio teleologico che però faceva parte del giudizio estetico e non dei giudizi determinanti. In questo caso la natura invece è un principio spirituale che organizza finalisticamente la natura, inoltre ha una intelligenza che si manifesta gradualmente dal livello più basso che è la pietra fino al massimo dell'intelligenza che è l'uomo. La natura è un principio spirituale immanente alla natura stessa, non è possibile ammettere una coscienza al di fuori dell'IO, allora lo spirito che opera nella natura parte da un livello inconscio e diventa via via sempre più cosciente.
Natura e spirito nascono dallo stesso principio, questo vuol dire che nella natura dev'essere evidente quella dinamica che si espande creando gli oggetti e però allo stesso tempo anche al contrario deve essere presente quella spiritualizzazione via via della natura e quel manifestarsi della natura nelle cose.
Questo concetto era già presente nell'IO di Fichte, infatti se Fichte si pone come colui che completa la filosofia di Kant, Schelling si pone come colui che completa la filosofia di Fichte.
In ogni fase di questo incontro tra natura e spirito, cioè in ogni identità di natura e spirito, corrisponde un livello della natura che è via via più ricco di quello precedente ed è organizzato in modo gerarchico, cioè il livello successivo è piú elevato del livello precedente.
Il primo incontro tra la forza espansiva dello spirito e della natura e quella forza negativa e limitativa che è la materia si ha nella materia stessa: la materia è un prodotto dinamico di forze (richiamo a Leibniz); il secondo livello è quello del meccanicismo universale, in questo caso Schelling utilizza tutte le scoperte fatte dalla scienza nei suoi tempi (nascita della chimica, scoperta dell'elettricità, eliminazione di alcune concezioni scientifiche; ad esempio "Perchè un pezzo di ferro non brucia e un pezzo di legno sì?" ai tempi di Schelling si credeva che nel legno vi fosse un elemento, non presente nel ferro chiamato flogisto, che rappresentava la bruciabilità).
Quando quindi si parla di forze universali ci riferiamo a quelle forze reali prese in prestito dalla scienza: forza dell'elettricità, del magnetismo e del chinismo.
La natura è quella forza unica, quell'intelligenza inconscia che via via si manifesta in gradi e in piani differenti via via superiori, gerarchicamente costituiti fino ad arrivare al più alto che è l'uomo.
Egli è la coscienza accesa, è un'intelligenza che raggiunge la sua consapevolezza e dignità (superiorità che l'uomo ha in confronto agli altri esseri).
L'uomo considerato dal suo punto di vista fisico, quindi in relazione all'infinito dell'universo è nulla, è una cosa piccolissima, ma acquista tutta la sua dignità perchè rappresenta il fine ultimo della natura, perchè in lui lo spirito è sveglio fino al grado massimo, ciò che è assopito negli altri enti nell'uomo invece è al grado massimo di accensione (rielaborazione del pensiero di Kant della conclusione della critica della ragion pratica e del sublime e di Pascal riguardo alla metafora della canna pensante).
Il limite di questo pensiero però è che si ha ancora una visione antropocentrica, in cui l'uomo è al di sopra di tutto.
Una volta chiarito che la natura è un'intelligenza inconscia e che attraverso questi gradi di oggettivazione successiva raggiunge la sua massima espressione di consapevolezza nell'uomo, Schelling sente il bisogno di riprendere l'esame della filosofia della coscienza e si da il compito di ripensare la dottrina della scienza di Fichte, cioè se Fichte ci ha spiegato come intelligenza (IO) e natura (non IO) si incontrano bisogna spiegare come il non IO arriva all'IO.
Lo spiega nel "Sistema dell'idealismo trascendentale" (1800).
Quest'opera fu scritta di getto, infatti racconta che non ha dovuto portare neanche la minima correzione dalla prima stesura, uscita perfetta. L'opera viene esposta in pochissimo tempo.
Decide di partire dalla polarità delle forze, cioè dal principio di Fichte ponendo un IO e un non IO, solo che in questo caso viene riadattato all'esigenza della sua filosofia.
Lui è convinto che tra le due polarità IO e non IO ci sia un legame, una relazione strettissima e spiegare questa relazione porti alla soluzione di tutti i problemi filosofici accumulati fino ad allora.
Schematicamente compie un percorso: l'IO è un'attività originaria autoponentesi, autofondante e autofondata, un'attività produttiva che diventa oggetto per sè stessa (processo di alienazione, cioè diventa altro da sè, ma sempre dentro se stesso) quindi diventa intuizione originaria autocreatrice; questa produzione pura e infinita che è tipica dell'Io deve però trovare un proprio limite; Schelling infatti dice "Deve porre limiti al proprio produrre, cioè deve opporre qualcosa a sè stesso" quindi quest'attività dell'IO che pone un limite alla sua stessa attività infinita supera poi questo limite via via verso un livello ulteriore e superiore.
Ad esempio l'opera d'arte rispetto all'artista è un limite alla stessa produzione dell'artista, cioè è una definizione della sua arte che pur essendo potenzialmente infinita si concretizza in qualcosa di preciso che è quell'opera d'arte. Se non vi fosse questo limite nessuno potrebbe dire di essere un'artista, l'attività dell'IO quindi richiede un suo limite posto da se stesso fuori di se che lo limiti e gli serva come punto di partenza per un superamento del limite stesso.
Questa attività che produce nell'infinito Schelling la chiama attività reale, reale perchè è un'attività che produce e produce anche la realtà (rielabora da un punto di vista differente il pensiero kantiano secondo cui l’uomo deve tendere al massimo e i principi del conatus).
Invece quella coscienza che prende consapevolezza del limite che ha davanti e lo supera Schelling la chiama attività ideale; queste due attività si presuppongono a vicenda dato che non ci può essere l'una senza l'altra, pertanto il meccanicismo dell'IO deriva proprio dalla relazione dinamica di queste due attività reale e ideale: reale che produce e ideale che supera il limite della produzione stessa. Allora questo è un superamento di Fichte, che permette a Schelling di raggiungere l’idealrealismo.
É anche una rielaborazione su un piano nettamente differente della terza critica kantiana, cioè della Critica del giudizio. Infatti quest'ultima permette di far nascere l'idealismo.
Schelling mette questa filosofia trascendentale dell'idealrealismo come il terzo momento tra la filosofia teoretica (Critica della ragion pura) e la filosofia pratica (Critica della ragion pratica). È quindi un'interpretazione della critica del giudizio, anzi è una sintesi di teoretico e di pratico, quindi la prospettiva di Schelling è completamente nuova.
Sinteticamente nella filosofia teoretica gli oggetti si mostrano come invariabilmente determinati, non a caso il giudizio corrispondente è il giudizio determinante, cioè le nostre rappresentazioni ci sembrano in qualche modo dettate dalla realtà e il mondo ci sembra rigido fuori di noi, un dato di cui Kant non ci da una spiegazione.
Invece nella filosofia pratica le cose ci sembrano variabili, dipendono da noi e modificabili perchè i fini che noi ci proponiamo possono essere modificati.
Schelling poi arriva nel terzo momento di sintesi di teoretica e di pratica che è un'attività che è contemporaneamente conscia e inconscia, quindi rappresenta sia la natura che lo spirito.
Questa attivitá conscia e inconscia è l'attività estetica e sia i prodotti dello spirito che i prodotti della natura sono prodotti da questa attività conscia e inconscia.
La creazione artistica è l'incontro di conscio e inconscio.
Tutta la filosofia di Fichte è un arrivo alla visione estetica con la grande metafora della produzione artistica che rappresenta proprio il rapporto tra natura e spirito, tra un'intelligenza che crea e una cosa intelligente che è stata creata.
In sostanza l’IO corrisponde a un non IO di grado più elevato ma di stessa natura.

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