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David Hume

David Hume nasce nel 1711 ad Edimburgo, quattro anni dopo l’unificazione della Scozia con l’Inghilterra. Morirà nella sua patria nel 1776. In seguito all’unificazione, la Scozia conosce un rapido sviluppo economico, che produce nel corso del Settecento una vera rinascita culturale, della quale lo stesso Hume sarà interprete. Hume riuscì ad entrale nelle importanti accademie inglesi, ma con difficoltà, quindi per guadagnarsi da vivere si occupò anche di attività commerciali. David Hume è una figura molto importante, perché introdusse una posizione nuova, ossia portò ad estreme conseguenze il ragionamento critico di Locke sulla conoscenza certa. Arrivò a basarsi, quindi, su una sorta di scetticismo in ambito conoscitivo.

Opere

- 1734/1737 (pubblicato poi nel 1739) “Trattato sulla natura umana” non ebbe un gran effetto anche per il ruolo defilato di Hume nell’Accademia, quindi in seguito tentò di scriverlo sotto forma di saggio;

- 1741 “Saggi politici e morali”;

- 1751 “Ricerca sull’intelletto umano”;

- 1751 “Ricerca sui principi della morale”;

- 1752 “Discorsi politici”.

L’intento principale di Hume, però, oltre che la riflessione sulla conoscenza, è lo studio scientifico dell’uomo, secondo un approccio che, almeno inizialmente, guarda al paradigma scientifico della nuova fisica. Nell’età dell’Illuminismo, Hume indica la via per la fondazione di quella scienza dell’uomo che troverà il proprio coronamento nella Francia di fine secolo.

la teoria della conoscenza

I punti di riferimento principali della filosofia di Hume sono Locke e Berkeley. Il primo, in particolare, aveva indicato la necessità di studiare l’intelletto per determinare le possibilità e i modi della conoscenza del mondo, per porsi soltanto successivamente il problema di che cosa sia il mondo. Ma in questa prospettiva, l’oggetto della filosofia è più propriamente il sapere che l’uomo ha della realtà, e non la realtà come è in sé. Hume pone l’accento, piuttosto che sull’intelletto, sulla natura umana in quanto tale, consapevole che il sapere può essere definito solo in riferimento ad essa e alle sue caratteristiche. Si tratta però di ampliare la prospettiva di Locke fino a comprendere tutti gli aspetti dell’uomo. Specularmente, alla volontà di trattare la natura umana in maniera olistica, corrisponde l’intento di riferire ad essa tutti i campi del sapere. Dalla filosofia teoretica a quella pratica, dalla politica alla religione, tutti gli ambiti della conoscenza sono riconducibili alla natura umana e interpretabili sulla base di essa. Tutte le scienze fanno riferimento alla natura dell’uomo perché, essendo conoscenze umane, dipendono quindi dalle sue facoltà mentali. Per progredire nelle scienze è quindi necessario, prima di tutto, conoscere l’uomo. L’idea fondamentale che permette la conduzione di un simile studio è quella della costante uniformità della natura umana, attorno alla quale è possibile indagare con un metodo induttivo, che è il metodo proprio della scienza della natura. Anche per Hume, come per Locke, occorre chiedersi quali siano gli strumenti conoscitivi umani e quali possibilità abbiano. L’analisi non deve però limitarsi all’intelletto, poiché, per Hume, la conoscenza è soprattutto pratica e coinvolge

la totalità della natura umana, e non la sola componente razionale.
Come per Locke, anche per Hume l’unica fonte della conoscenza è l’esperienza, ma essa si presenta meno lineare di quanto Locke pensasse. Hume distingue tra impressioni e idee:

Impressioni: corrispondo ai fenomeni nel momento i cui sono percepiti;

Idee: sono il ricordo, indebolito, delle impressioni. Esse sono semplici, quando corrispondo immediatamente a un’impressione, o complesse, quando si presentano

come sistemi organizzati di idee semplici.

Tra impressioni e idee sussiste una notevole differenza di intensità: le prime, che corrispondo alla diretta esperienza di percezione dei fenomeni, sono molto più vivide delle seconde, che consistono nel ricordare o combinare tra loro le impressioni. Il pensiero, all’apparenza dotato di una grande libertà creativa, non può in realtà fare altro che imitare o rielaborare il materiale fornito dall’esperienza. L’origine delle idee dall’esperienza delimita il campo dell’indagine e ne definisce l’articolazione. Si tratterà di ricercare le modalità mediante le quali dalle idee semplici derivano idee complesse. L’intento di Hume è quello di ricondurre lo studio dell’uomo al metodo delle scienze naturali. Le idee devono essere considerate come oggetti, come dati da analizzare a prescindere dalla volontà o comunque dall’intervento di un soggetto. Le dinamiche relative devono essere individuate di per sé, in relazione alle idee stesse e non alle funzioni dell’intelletto. La memoria ripete l’impressione originaria, in forma attenuata, ma più vivida rispetto all’immaginazione, la quale d’altra parte può riorganizzare i dati e produrre nuove idee complesse, a differenza della memoria, la cui funzione è semplicemente riproduttiva. Le idee complesse derivano dunque dall’attività del soggetto, ma molte di esse risultano simili per tutti gli uomini. La spiegazione di questa regolarità è il problema di fondo con il quale Hume devi confrontarsi, e dalla cui soluzione scaturisce una prospettiva di analisi profondamente diversa da quella di Locke. Il legame che unisce le idee semplici in idee complesse, deve essere cercato nelle idee stesse: esiste una “dolce forza” che determina l’associazione delle idee. Da un lato Hume attribuisce l’associazione delle idee all’attività del soggetto, riferendola all’immaginazione come facoltà completamente libera. Dall’altro, però, ipotizza l’esistenza di una “dolce forza” tra le idee, che, senza imporre associazioni necessarie tra idee elementari, guida in un certa misura l’immaginazione verso certe connessioni più facili da stabilire. Viene quindi prospettata l’idea di un’associazione derivante dalle caratteristiche delle idee elementari più che dall’arbitrio dell’immaginazione. Non dipendendo dalla volontà del soggetto, le leggi in base alle quali le idee elementari si organizzano in quelle complesse sono universali, in quanto agiscono in modo regolare in dipendenza dalla natura e dalle caratteristiche delle idee stesse. L’associazione delle idee è determinata dalle seguenti leggi: somiglianza, contiguità nel tempo e nello spazio e relazione di causa-effetto. Le idee complesse sono dunque il risultato dell’associazione stabilita tra idee semplici. Ora, mentre le idee semplici hanno una corrispondenza con la realtà, derivando dalla percezione, le idee complesse sono costruzioni completamente indipendenti da essa. La regolarità delle idee complesse è spiegata dalla regolarità delle leggi che organizzano le idee semplici, e non dal riferimento a una realtà oggettiva dalla quale derivino. Intelletto e realtà individuano ambiti diversi, l’uno non è lo specchio dell’altra. Hume distingue tra relazioni di idee e materie di fatto.

Relazioni di idee: appartengono all’ambito della logica o della matematica, sono determinate sulla base delle operazioni del pensiero e sono necessarie;

Materie di fatto: sono contingenti, perché il contrario è sempre possibile, anche quando appaiono come particolarmente evidenti, come, ad esempio, nel cado dell’affermazione che il Sole domani sorgerà.

Le relazioni tra idee possono essere dimostrate con un ragionamento deduttivo, le materie di fatto rinviano all’induzione. Ed è appunto la validità dell’induzione ai fini di una conoscenza scientifica a essere messa in dubbio da Hume. Egli afferma la non dimostrabilità delle proposizioni d’esperienza, e quindi l’impossibilità di ricavare leggi, ossia proposizioni universali e necessarie, dai fatti. Sul piano dell’esperienza, cioè delle materie di fatto, è possibile soltanto accertare l’esistenza di un evento o la sua connessione con un altro, ma non dimostrarne la necessità, né quindi prevedere eventi futuri.

La possibilità della generalizzazione induttiva è ricondotta da Hume all’applicazione ai fatti del principio causale. Ma il principio causale è un presupposto della conoscenza, non un legame necessario tra i fatti. La critica al principio di causalità viene condotta da Hume con il noto esempio di una palla da biliardo in movimento che ne urta una seconda, la quale a sua volta si mette in moto. Solo l’esperienza ci induce a stabilire un nesso causale tra il movimento della prima e quello della seconda palla, mentre in realtà non è possibile alcune dimostrazione razionale della congiunzione causa-effetto. La connessione stabilita tra due proposizioni sulla base del nesso causale non è di tipo deduttivo. Il fatto descritto dalla prima proposizione non implica in alcun modo il secondo, che può semplicemente essere accertato mediante l’esperienza, e non dimostrato come necessario. Hume non contesta l’utilità pratica della fiducia nel nesso causale, ma sottolinea che esso è, appunto, di natura pratica, e non sorretto da alcuna giustificazione logica. Noi siamo abituati a prevedere il futuro sulla base delle esperienze passate e ci aspettiamo dagli eventi o dagli oggetti ciò che abbiamo sperimentato in precedenza. L’inferenza dalle esperienze passate alle attese per il futuro non ha un fondamento logico. Dire che è di tipo sperimentale non risolve il problema, perché dovremmo prima dimostrare la regolarità della natura, che è invece il presupposto dal quale muoviamo per operare la generalizzazione. Il fatto che il corso della natura sia stato fino a questo momento regolare e uniforme non fornisce alcuna garanzia che ne futuro continuerà a essere tale. Il postulato implicito per ritenerla valida è infatti, secondo Hume, la regolarità della natura. Se la si assume come presupposto dell’esperienza, non si può pretendere di dimostrarla mediante l’esperienza stessa. Per non cadere in un circolo vizioso, occorre individuare un fondamento di altro tipo.

*Associazionismo= L’associazionismo è la teoria secondo la quale le sensazioni si traducono in idee elementari, che si uniscono, indipendentemente dall’attività intenzionale del soggetto, per comporre idee complesse.*

Grande importanza assume nell’opera di Hume, il concetto di “abitudine” fondamento del metodo induttivo stesso. Se una persona in grado di ragionare ma priva di ogni esperienza osservasse la successione dei fatti, non potrebbe in alcun modo ricavarne un collegamento causale. Solo dopo aver osservato per molte volte che a un fatto ne segue sempre un altro, finirebbe per attendersi il secondo al verificarsi del primo. Ciò non dipende, però, da un legame logico tra i due eventi, ma dall’abitudine. Il nesso causale non ha nessuna giustificazione razionale, tuttavia è parte del pensiero. Non si può decidere se applicarlo o meno alle cose, esso stabilisce un legame necessario, non tra le cose, bensì tra le idee. Hume propone anche una soluzione del problema dell’induzione: perché riteniamo logico passare dall’osservazione di cento esperienze alla formulazione di una legge generale, mentre appare illogico giungere alla legge sulla base di una singola osservazione? Il rapporto inferenziale è della stessa natura, perché in entrambi i casi si parte dall’esperienza e si passa la generale, quindi il numero dei casi dovrebbe essere ininfluente. Esso è in realtà determinante, proprio in quanto la legittimità dell’inferenza è stabilita sulla base dell’abitudine e non di una connessione logica. Il fondamento del metodo induttivo, cioè della stessa scienza naturale, è per Hume l’abitudine, la cui portata e la cui importanza vanno molto al di là di quanto i filosofi abbiamo tradizionalmente riconosciuto. L’importanza dell’abitudine risiede nel fatto che da essa deriva la credenza. La credenza non è una decisione della volontà, ma un’associazione costante di idee. La credenza è ritenuta da Hume un istinto naturale, cioè un modo di funzionare della natura umana. Di ciò non è possibile dare una spiegazione ulteriore, poiché è possibile riferire un fatto a un altro precedente, ma la catena delle inferenze deve avere un termine, deve poggiare su fatti ritenuti veri senza ulteriori spiegazioni, cioè su credenze. Non si tratta quindi di spiegare la verità o meno dei fatti creduti veri, ma la natura della credenza in tali fatti. La credenza congiunge alcuni fatti in modo arbitrario, come fa l’immaginazione, cioè senza che per il collegamento tra i fatti sussista alcuna necessità oggettiva. Però, mentre siamo consapevoli che le costruzioni dell’immaginazione dipendono da noi, siamo portati a ritenere vere, in base a un vero e proprio sentimento che scaturisce dalla costanza dei nessi, le associazioni della credenza.
Ridotta la causalità a un’associazione di idee che in seguito all’abitudine consolidano una credenza priva di fondamento oggettivo, Hume procede in modo simile per le altre idee, come quelle di Dio, io, mondo esterno, spazio e tempo, le quali si basano su idee riconducibili all’esperienza, che si associano in insiemi complessi ai quali l’uomo attribuisce consistenza oggettiva. Hume muove da due punti a suo parere certi:

- non è possibile dare una dimostrazione filosofica dell’esistenza del mondo;

- non è possibile dubitare di questa esistenza, soprattutto perché è il fondamento di ogni conoscenza e di ogni comportamento.

Il problema non è dunque quello di spiegare l’esistenza del mondo, ma la nostra credenza in esso. L’analisi è immediatamente sottratta a qualsiasi prospettiva metafisica, concernente il mondo in sé, e ricondotta alla natura umana e al suo modo di conoscere. I meccanismi che spiegano la credenza in un mondo esterno sono:

- la costanza di certe impressioni;

- la coerenza delle impressioni con l’esperienza passata.

La costanza ovviamente si riferisce al fatto che certe impressioni si ripetono nel tempo, mentre più complessa è l’analisi del secondo meccanismo. L’esperienza è data da percezioni non collegate tra loro e dunque non potremmo concluderne l’esistenza continuativa del mondo e degli oggetti che lo compongono. Sula base della memoria e di una serie di assunzioni derivanti dall’esperienza passata, tendiamo allora a connettere percezioni separate, in modo da dare continuità al mondo.

Es. Hume immagina di essere seduto nella propria camera quando avverte il rumore della porta che si apre ed entra il cameriere, portandogli la lettere di un amico lontano. Quali sono le impressioni realmente provate? Il rumore della porta, quello dei passi, la percezione della lettera, la lettura del contenuto. Questi elementi diventano significativi solo se inseriti in un contesto non percepito ma presupposto: l’edificio di cui è parte la camera, il battello che ha portato la lettera, il Paese da cui mi ha scritto l’amico ecc. Tutti questi elementi non fanno parte della mia esperienza attuale, ma devo presupporli per renderla coerente. In questo modo mi costruisco, conclude Hume, un’immagine coerente del mondo.

L’esistenza di oggetti esterni e la loro continuità è stabilita dall’intelletto per assicurare la coerenza dell’esperienza attuale rispetto a quella passata. L’individuo si forma, attraverso la ripetizione e l’abitudine, e l’intelletto tende automaticamente, senza l’intervento della coscienza o della volontà, a inserire ogni nuova esperienza nell’immagine complessiva del mondo. Se vediamo periodicamente una determinata persona, le impressioni che ne riceviamo cambiano nel tempo. Tendiamo però a considerarle stabili, riferendole a una realtà sussistente di per sé, sostituendo alla semplice somiglianza tra le varie impressioni l’identità dell’oggetto cui le impressioni stesse sono riferite. In questo modo ha origine anche la nozione di sostanza. La sostanza, relativamente sia agli oggetti esterni sia allo stesso io, è una costruzione dell’intelletto e non un fondamento reale dei fenomeni. Hume critica con argomentazioni dello stesso tipo la nozione di uno spazio e di un tempo assoluti, ipotizzati per esempio da Newton, in quanto dovrebbe asserirsi l’esistenza di qualcosa da cui non riceviamo sensazioni, dato che i fenomeni sono sempre e necessariamente percepiti in uno spazio e in un tempo determinati. Il dubbio scettico non riguarda soltanto gli oggetti della conoscenza, ma lo stesso soggetto che conosce. Infatti l’identità personale, cioè l’io, non ha alcun fondamento, non è un oggetto dell’esperienza. Ciò che percepiamo, in ogni momento, che chiamiamo “io”, è soltanto un “fascio di percezioni” e di idee, ma non una sostanza. L’io non è una sostanza e nemmeno un insieme stabile di fenomeni, dato che le percezioni che lo compongono variano continuamente. Esiste una credenza nell’identità personale stessa, ed è questo fatto che deve essere spiegato. Hume lo riconduce alla necessità che avvertiamo quasi a livello istintuale di rendere coerente l’esperienza. Gli oggetti cambiano continuamente, ma l’uomo ha l’esigenza di rappresentarsi il cambiamento riferendolo a qualcosa che conserva l’identità con se stesso, cioè tende a vedere gli oggetti della conoscenza, che altro non sono che percezioni che cambiano giorno dopo giorno, come qualcosa di continuativo. Nelle percezioni non c’è però nulla del genere. La continuità viene stabilita, allora, tra le idee corrispondenti a tali percezioni, unificandole nella memoria. In altri termini, la continuità che non troviamo nel mondo, la affermiamo in noi, rappresentandoci l’io come continuità e identità delle percezioni. L’esigenza è, ancora una volta, di natura pratica e non teorica: abbiamo bisogno di un mondo prevedibile e stabili per poter agire in esso.

Secondo Hume, non esiste una corrispondenza tra le idee e i fatti che possa far parlare di “verità” nella conoscenza. La sua posizione è quindi, in ambito gnoseologico, scettica. L’ipotesi dalla quale Hume muove è “che tutti i nostri ragionamenti riguardo alle cause e agli effetti derivano dall’abitudine, e che la credenza è propriamente più un atto sensitivo che un atto cognitivo della nostra natura”. Hume prende in esame i diversi ambiti e oggetti della conoscenza, dalla sensazione all’esistenza di una realtà esterna e all’immaterialità dell’anima, sottoponendoli a critica e sottolineandone l’indimostrabilità sul piano teoretico. Nonostante queste premesse, Hume condanna lo scetticismo radicale. Se, infatti, non è possibile dimostrare la verità della conoscenza, essa appare comunque come certa, e viene impiegata nella vita quotidiana così come nella ricerca scientifica. La conoscenza umana ha dei limiti ben definiti. Lo scetticismo moderato si propone appunto di tracciare questi limiti e definire, al loro interno, un metodo per la costruzione del sapere. La discriminante fra i due ambiti è costituita dall’esperienza: ciò di cui non si può avere esperienza non può essere oggetto di scienza. Il limite delle possibilità conoscitive umane, per Hume, è però duplice:

-ciò di cui non si ha esperienza è inconoscibile;

- nei casi in cui ci sia esperienza, non consociamo mai le “cose”, ma le impressioni esercitate sui nostri sensi.

La corrispondenza tra queste impressioni è soltanto probabile. Ogni previsione riguardo al futuro ha per Hume carattere probabilistico ed è una semplice proiezione dell’esperienza passata, conservando lo stesso rapporto di occorrenze in essa presente. Quanto tale rapporto tende alla totalità, la probabilità diviene certezza.
Es. Se nell’esperienza passata ogni volta che abbiamo avvicinato la mano al fuoco ci siamo scottati, il nesso fra i due fatti è considerato certo.
Ma anche in questo caso si tratta, come per la probabilità, di una generalizzazione dell’esperienza passata, senza che sia possibile stabilire un legame necessario tra i due eventi. La conoscenza, è pertanto sempre probabile e ha un grado di affidabilità più o meno elevato, il che equivale a dire, dal punto di vista teorico, che non è mai dimostrabile. Le leggi scientifiche non possono essere dimostrate ma possono comunque essere utilizzare. Lo scetticismo di Hume nega quindi la possibilità di una conoscenza ultima, “vera, ma non preclude la possibilità di una conoscenza pratica, fondata sul metodo induttivo.

La morte e l'estetica del sentimento

La morale, come la credenza, si base sul sentimento. In ambito morale, come in ambito conoscitivo, tutto ciò che è dato dall’uomo è la propria esperienza, dunque reazioni a situazioni specifiche e determinate. Non è quindi possibile muovere da norme generali per fondare la morale, poiché tali norme dovrebbero a loro volta essere ricondotte a un’origine esperienziale, cioè particolare e relativa all’individuo. In apertura al terzo libro del “Trattato”, Hume pone la questione se essa derivi o meno dalla ragione. Secondo lui la morale non deriva dalla ragione e le sue norme non possono essere definite vere o false, né essere desunte da qualche principio più alto. In ambito morale non sono possibili giudizi, perché essi riguardano sempre materie di fatto, contenuti dell’esperienza, e nei fatti non è contenuto alcun significato morale La moralità non è una proprietà dell’azione, ma della reazione che suscita nel soggetto che la giudica. La moralità è un sentimento, non un dato di fatto o un oggetto della ragione. L’universalità della morale non dipende dalla generalità della norma, ma dalla natura comune a tutti gli uomini, che dunque provano sentimenti simili in circostanze simili. Non esistono fatti morali o immorali. I fatti possono essere soltanto descritti o spiegati. La moralità è nel sentimento del soggetto, non è un predicato dei fatti. Nella filosofia posteriore si definirà “legge di Hume”, l’asserzione secondo la quale non si possono derivare norme dai fatti: essa preclude ogni possibilità di fondare un’etica normativa, che stabilisca cioè che cosa è “bene” o “giusto” fare, e al tempo stesso esclude che in ambito etico si possa argomentare sulla base di principi razionali. La morale è un sentimento che proviamo in relazione a fatti, paragonabile alle impressioni che derivano dalle percezioni. Giudichiamo virtuosa o viziosa un’azione a secondo che la sua vista provochi in noi sentimenti di piacere o dolore. Tale meccanismo viene da Hume accostato a quello che fonda la valutazione estetica, relativa al bello. La tesi di Hume è che i principi o le norme della morale sono costruzioni teoriche elaborate per dare un fondamento alle nostre reazioni, all’avversione spontanea che proviamo verso alcune azioni o all’approvazione per altre. Noi “sentiamo” che un comportamento è giusto o sbagliato, e soltanto in seguito motiviamo questa reazione naturale con giustificazioni morali. Ai comportamenti virtuosi corrisponde un’impressione gradevole, a ciò che è vizioso un’impressione sgradevole: questo, secondo Hume, è quanto possiamo accertare empiricamente. Hume crede che la natura umana possiede, mediante il sentimento, la capacità di distinguere bene e male senza far ricorso alla ragione. Al sentimento Hume riconduce anche il legame sul quale si fonda la società. La morale sociale è guidata dall’utilità comune, ma su questa base potrebbero trovare spiegazione soltanto norme positive, leggi, mentre la morale sociale implica anche un’adesione personale ai principi. La concezione dell’uomo è, in Hume, lontana dal pessimismo hobbesiano. L’interesse personale è un punto di riferimento costante per l’azione, ma l’uomo prova anche, verso i propri simili, un naturale sentimento di simpatia, nel significato etimologico di “sentire con”, di provare reazioni simili di fronte agli stessi eventi. L’universalità della morale è fondata sulla simpatia. Essendo la natura umana comune a tutti, gli uomini reagiscono agli stessi eventi in modo simili. Questa comunanza di sentimenti consente anche a ognuno di capire quelli degli altri. La simpatica implica anche un orientamento positivo verso la società. L’uomo tende per natura a cercare gli altri e modella il proprio comportamento sulla base di attese comuni, provando un sentimento di piacere nell’essere approvato e accettato e considerando buone le azioni che giovano al benessere della società. Sulla base di osservazioni empiriche, sostiene che nell’uomo, accanto all’egoismo, è presente una simpatia naturale verso i propri simili, intesa come sentire comune ma anche come spontanea benevolenza, senza la quale molti comportamenti sarebbero incomprensibili. Hume distingue la morale, basata sul sentimento, dall’utilità, basata sul calcolo.
Es. Un politico integerrimo può ostacolare i nostri progetti, mentre un corruttibile può favorirli, ma non possiamo impedirci di provare ammirazione per il primo e disprezzo per il secondo.
Parte essenziale della filosofia morale di Hume è l’analisi del nesso fra bene e bello, cioè il rapporto fra giudizio morale e giudizio estetico. Non consideriamo reali le persone o le cose di cui parlano i poeti e tuttavia esse ci appaiono vive e ci colpiscono con forza, suscitando in noi delle emozioni. Hume si pone il problema della natura del bello, sostenendo la soggettività del giudizio estetico. Pur sottolineando la pluralità dei gusti, egli ritiene che sarebbe errato porre su uno stesso piano qualunque gusto, rinunciando a qualsiasi universalità. Non si tratta di stabilire in che cosa consista il bello, ma di concentrare l’attenzione, piuttosto che sull’oggetto estetico, sullo spirito umano. E’ per la struttura stessa del nostro essere che alcune forme o qualità vengono considerate piacevoli, altre spiacevoli.
Hume non propone una teoria politica nel senso usuale dell’espressione, ma si occupa di questo argomento in diverse opere. La sua tesi di fondo, coerente con l0impostazione empiristica del suo pensiero, è che i principi della politica non possono essere dedotti da teorie generali, ma devono essere ricavati, con procedimento induttivo, dall’esperienza. Occorre quindi partire dall’analisi della società, condotta in modo rigoroso, per giungere su questa base a generalizzazioni. Così come la morale e la religione, neppure la politica può essere dedotta da principi a priori. Hume critica aspramente il giusnaturalismo, riaffermato in Inghilterra da Locke e fatto proprio dal partito whig (liberale e repubblicano), in quanto pretende di derivare i diritti fondamentali dalla natura razionale dell’uomo, cioè da un’ipotesi non dimostrata e che precede l’osservazione. Simile a quella di Locke è invece la concezione della natura umana. Neppure per Hume l’uomo allo stato di natura è “lupo per gli altri uomini”, come invece sosteneva Hobbes. Hume è profondamente ottimista circa la natura umana. Ipotizzare un patto originario dal quale far derivare diritti e doveri, equivarrebbe a un approccio deduttivo incapace, secondo Hume, di spiegare i concreti processi storici. Prima ancora che si organizzino in una società, gli uomini hanno non soltanto dei diritti naturali, ma anche dei doveri, che li spingono l’uno verso l’altro e li legano reciprocamente in uno spontaneo vincolo di solidarietà. Hume distingue i doveri in due categorie:

- quelli che derivano spontaneamente dalla stessa natura umana (es. amore per i figli, gratitudine, pietà);

- quelli stabiliti per il bene della società e che devono essere seguiti anche senza adesione spontanea (es. giustizia, fedeltà alle promesse).

I doveri morali della seconda categoria non sono propri della natura umana, ma nascono per convenzione e sono quindi indotti negli individui mediante l’educazione e la coercizione. La loro finalità è di conservare la pace e di garantire a ognuno il godimento della proprietà privata. Per Hume il diritto di proprietà è di primaria importanza, ma non è un diritto naturale. Hume propone dunque una teoria convenzionalistica dell’origine della società. Dalla convenzione ha origine la giustizia e da questa il diritto, incluso quello di proprietà. La convenzione viene accettata in quanto utile da un punto di vista sociale, ma non resta moralmente neutra. Attraverso l’educazione e il costume, ad essa viene associato un sentimento positivo, per cui l’individuo reagisce favorevolmente ad atti giusti anche se accadono lontano da lui e non lo riguardano direttamente, e al contrario prova sdegno per le ingiustizie. Il rigoroso empirismo del suo pensiero conduce Hume a una posizione fondamentalmente scettica in ambito religioso. L’intento di Hume non è quello di esprimersi in merito all’oggetto della religione, cioè l’esistenza o meno di Dio, ma di analizzare la religione stessa in relazione alle caratteristiche della natura umana. L’origine della fede nella divinità è ricondotta da Hume al sentimento derivante dalla precarietà dell’esistenza, ed esprime insieme il timore e la speranza, e in ogni caso l’esigenza di controllare, sia pure indirettamente, i diversi ambiti dell’esistenza stessa. L'atteggiamento di Hume rimane comunque fondamentalmente scettico. La religione è esterna alla sfera di ciò che l’intelletto può conoscere, non può essere dimostrata, può soltanto essere fatta, eventualmente, oggetto del credere. Paradossalmente, dal punto di vista delle possibilità della conoscenza, è preferibile la posizione del credente, che afferma l’esistenza di Dio sulla base della fede, rispetto a quella filosofo che pretende di dimostrare l’esistenza di Dio e addirittura di analizzarne la natura. Per questo ha senso parlare di “verità rivelata”, anzi è il solo modo corretto, dal punto di vista razionale, d’intendere la religione. Ciò che è rivelato non è infatti considerato spiegabile o dimostrabile, e può essere affermato unicamente sulla base della fede.

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