Thomas Hobbes

Il relativismo morale

La libertà come assenza di impedimenti

Nell’universo descritto da Hobbes, retto da un rigido determinismo, ogni avvenimento sia naturale che umano è determinato secondo leggi necessarie.
La ‘libertà’ dell’individuo non consiste nella libertà di scegliere, di decidere fra una condotta e l’altra ma nella libertà di agire (assenza di tutti gli impedimenti).
Libero può dirsi solo l’uomo che non è ostacolato in ciò che desidera o vuole fare.
L’uomo non può volere se non ciò che effettivamente vuole (desiderio e volontà sono stimoli da parte dell’organismo umano).
L’uomo crede di essere libero poiché ritiene di poter compiere determinati atti frutto di libere scelte. Eppure tali scelte sono solo apparentemente ‘libere’ poiché dipendono a loro volta da pulsioni istintive di cui egli non si rende conto. La libertà coincide con la necessità, in quanto le libere scelte sono solo l’effetto necessario di un complesso gioco di forze, cioè di bisogni, desideri che condizionano gli atti.
Non ha senso dunque, ritenere che le azioni umane possano tendere ad un fine.

L’autoconservazione, causa delle azioni umane

Hobbes ritiene che la riflessione morale non abbia prodotto alcun giovamento per gli uomini. Si propone quindi di fondare un’etica ‘scientifica’, cioè rigorosa e certe, capace di indicare le regole razionali delle azioni individuali. Egli sostiene che, se si vogliono comprendere le azioni umane, bisogna guardare ai motivi che ne sono alla base, ed individua la prima e più profonda di tali cause nell’istinto di autoconservazione (o conatus).
L’individuo in base a questo istinto, reagisce ai moti esterni con l’andamento e la potenza del suo movimento vitale. L’attività umana consiste dunque in un movimento incessante spinto dai desideri e dalla ricerca di nuovi piaceri. In questa prospettiva, cos’è la felicità? La felicità è un appagamento illusorio.
Al fondo di questo movimento incessante vi è sempre l’egoismo o meglio motivazioni indotte dall’impulso all’autoconservazione che dettano il comportamento degli esseri umani.

Un’etica relativistica

Per Hobbes appare come ‘bene’ tutto ciò che favorisce l’istinto di autoconservazione e come ‘male’ invece, tutto ciò che lo ostacola: così, ameremo il primo e odieremo il secondo. Per Hobbes non esistono valori morali assoluti, la sua è un’etica relativistica.
Il relativismo morale di Hobbes sarebbe legato alla sua concezione negativa della natura umana che, per lui, non può essere fondamento di alcuna valutazione morale universale.
Nell’uomo volontà e ragione sono scisse e in antitesi perché la volontà non è un appetito razionale, ma è fonte di desideri. Desideri e passioni sono di impedimento alla deliberazione razionale. Questa opposizione tra disposizioni naturali dell’individuo e prescrizioni morali razionali è irrisolvibile.
L’immagine dell’uomo che scaturisce da questa analisi dei motivi della condotta contrasta con la concezione aristotelica dell’uomo come ‘’animale sociale e politico’’.
Hobbes ritrae l’uomo come essere asociale, incessantemente sospinto a incrementare il proprio potere.

Lo Stato assoluto

‘’Homo homini lupus’’

Morale e politica sono due ambiti fortemente connessi, non solo perché attengono comunque alla condotta degli esseri umani, ma anche perché sia l’una che l’altra debbono essere ricondotte allo status di scienze ed entrambe si propongono di realizzare l’ordine nei comportamenti individuali e sociali.
La teoria politica di Hobbes prescinde da ogni riferimento alla religione e al Cristianesimo come fondamento giustificazione della società civile e del potere.
Il discorso della morale imboccherebbe un vicolo cieco e sarebbe destinato ad uno scacco permanente se non venisse indicato come governare azioni e passioni umane, se queste non venissero guidate verso un esito che garantisca ordine giustizia nelle relazioni tra gli uomini: e tutto ciò è compito della politica.
La scelta di operare secondo giustizia ed equità non può che condurre ad un coordinamento tra gli uomini, ad una organizzazione tra loro. Questa organizzazione non può essere frutto di un’armonia spontanea né di una scelta convergente e simultanea di tutti gli uomini, perché non sembra pensabile che questi, decidano di intraprendere una condotta razionale e pacifica, ma è sicuramente frutto di un potere coercitivo.
Il percorso attraverso cui si giunge a questo esito muove dalla considerazione che anche l’agire sociale e politico degli individui è determinato dall’istinto di autoconservazione ed è guidato da due istanze fondamentali:
• La cupiditas naturalis → desiderio naturale di fruire dei beni del mondo
• La ratio naturalis → ragione naturale, che suggerisce a ciascuno di trovare il modo migliore di sopravvivere.
In un originario stato di natura, gli individui sostanzialmente uguali tanto nelle facoltà del corpo quanto in quelle della mente, agiscono ciascuno come gli impone la cupiditas naturalis.
Ma se due uomini desiderano la stessa cosa, diventano nemici. In questa situazione non è contro ragione che l’uomo usi del potere di cui dispone per difendere e conservare la sua vita. In tal modo però ognuno diventa aggressore e ricerca alleanze per sottrare i beni altrui ma corre o stesso rischio → situazione generalizzata di conflittualità reciproca e di diffidenza, in cui prevale un atteggiamento insociale.
Lo stato di natura è così caratterizzato dalla guerra ‘’tutti contro tutti’’, una condizione che si manifesta ovunque manchi la superiore autorità di uno Stato.
In questa situazione domina un continuo timore ed il pericolo di una morte atroce.
Hobbes descrive lo stato di natura con l’espressione homo homini lupus.
Egli ricava la convinzione che in primo piano debbano essere i problemi della pace.
Intende quindi trovare una via d’uscita definitiva dalla condizione di disordine (prende spunto dalla prima rivoluzione inglese).

Dallo stato di natura allo stato civile

L’uomo non può rassegnarsi a vivere sotto la minaccia costante dei suoi simili, senza avere garanzia di vita.
Il superamento dello stato di natura di rende possibile attraverso un calcolo razionale che induce l’uomo ad uscire dal suo stato di isolamento e di guerra di tutti contro tutti per stipulare con gli altri un contratto, con cui ciascuno rinuncia al proprio diritto di natura su tutto, a condizione che gli altri facciano altrettanto.
Tale contratto è stipulato in base a tre regole suggerite dalla ratio naturalis:
1. Cercare e conseguire la pace, quando ciò è possibile;
2. Rinunciare al diritto di tutti a tutto e accontentarsi della libertà che si riconosce agli altri;
3. Mantenere i patti stipulati.
Il patto associativo (pactum societatis), con cui i contraenti si impegnarono a limitare le proprie pretese egoistiche e a non ledere i diritti degli altri costituisce un passaggio fondamentale. Però non basta che degli individui stipulino dei patti perché questi siano rispettati, ed è per questo che occorre un potere di coercizione. Si rende necessario quindi, un altro tipo di patto, che comporti la subordinazione degli individui (pactum suiectionis) ad un potere sovrano, capace di imporre quelle condotte già concordate e pattuite (cessione dei diritti alla sovranità).
A tal fine è indispensabile che gli uomini rinuncino ai propri diritti naturali e li trasferiscano ad un soggetto (sia esso una persona o un’assemblea).
Il trasferimento dei diritti dà origine alla sovranità e, con essa, allo Stato. Si tratta di un atto irrevocabile poiché la scissione avrebbe bisogno del consenso del sovrano che sarebbe sicuramente contrario.
Con l’uscita dallo stato di natura gli uomini entrano nello stato civile.

Il Leviatano, un ‘’Dio mortale’’

Il sovrano è detentore di tutti i diritti naturali ceduti dagli individui e garante della sicurezza di tutti. E’ titolare di un potere assoluto, nel senso che chi lo possiede lo può esercitare senza limiti esterni ma è obbligato garantire la vita e la sicurezza dei sudditi.
Nelle dottrina di Hobbes le nozioni di stato di natura, diritto naturale e patto, sono resi funzionali alla fondazione di un modello assolutistico di potere. Hobbes si configura come maggior teorico dell’assolutismo della sua epoca.
Per Hobbes lo Stato è paragonabile ad un ‘’automa’’, cioè ad una macchina che si muove da sé ‘’mediante molle e ruote, come un orologio’’. Lo Stato-automa è esso stesso un ‘’uomo artificiale’’, la cui anima è la sovranità del potere, mentre gli organi istituzionali in cui si articola costituiscono il corpo con le sue membra, giunture e funzioni vitali.
La potenza dello Stato dipende dalla sua forza materiale, necessaria a svolgere la propria funzione pacificatrice e a garantire la sicurezza e la vita dei sudditi.
I sudditi, infatti, pur sottomettendosi, conservano comunque il diritto alla vita, l’unico a non poter essere alienato.
Dunque, solo in un caso si ha il diritto di non ubbidire: quando il sovrano attenta alla vita del suddito, imponendo ad un uomo di uccidersi o ferire se stessi, o di non difendersi. Anche nel caso dell’esecuzione di una pena di morte, viene riconosciuto il diritto a sottrarsi alla condanna.
Vi sono dei ‘’doveri dei sovrani’’ nei confronti dei sudditi: il dovere di non stabilire pene esagerate o quello di preoccuparsi del benessere e dell’educazione dei sudditi.
Ogni individuo è libero di condurre la vita che preferisce.
Non si tratta di ‘diritti naturali’ che limitino quelli del sovrano, bensì solo di cose ‘omesse dal sovrano’.
A giustificazione della sovranità vi è la tutela di interessi privati.
La sovranità assoluta rende lo stato simile ad un Leviatano, al mostro biblico, di cui Giobbe diceva che ‘’non vi è potere sulla Terra che gli possa essere pari’’.
Il potere è uno e non è limitato e condizionato di principi di giustizia → la giustizia nasce dallo Stato e non viceversa.
Il potere sovrano si esercita su tutte le fazioni, anche su quelle religiose → la religione assoggettata al potere politico e il capo dello Stato è anche la più alta autorità religiosa.
Il corpo ecclesiastico è ridotto ad una burocrazia al servizio del sovrano.
Se all’interno dello Stato il potere sovrano garantisce la pace, rimangono i conflitti tra gli Stati. Nei rapporti internazionali infatti non vige nessun contratto e pertanto vi è una condizione di guerra permanente.
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