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Martin Heidegger e l'esistenza della tecnica


“L’essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico”
Da: Martin Heidegger, La questione della tecnica in Saggi e discorsi (1954).

«Noi poniamo la domanda circa la tecnica e intendiamo con ciò procurarci un rapporto libero con essa». All’interno del pensiero di Heidegger, secondo cui la verità dell’essere fonda ogni epoca storica determinandone la caratteristica essenziale, la tecnica assume un ruolo fondamentale in quanto destino della nostra epoca, chiamata dal filosofo “epoca della tecnica”. La sua indagine è perciò rivolta a individuare l’essenza della tecnica per una maggiore comprensione del periodo in cui viviamo. Tale analisi, analizzando anche i significati della parola “essenza”, “mezzo” e “causa”, porta Heidegger a concludere come l’essenza della tecnica non sia nulla di tecnico, bensì una “provocazione” che consente all’uomo di scoprire la verità dell’essere.

All’inizio della disamina, il pensatore riporta le due comuni definizioni di tecnica: mezzo in vista di fini e attività dell’uomo. Queste potrebbero essere raccolte in una sola enunciazione, in quanto l’uomo si attiva per produrre mezzi che possano realizzare i suoi scopi, che espliciti la volontà di dominio dell’essere umano sulla tecnica, sempre più presente nella nostra epoca. Tuttavia la definizione denominata “strumentale” della tecnica non fornisce, per il filosofo, l’essenza di questa.
Si apre allora una digressione sul significato di “causa”, in quanto, se è vero che la tecnica è un mezzo per realizzare un qualcosa, essa sarà causa della realizzazione. Ma in che modo si può affermare che la tecnica sia una causa? La dottrina aristotelica, la prima che in modo organico ha affrontato il problema, aveva individuato quattro cause (formale, materiale, efficiente, finale), intendendo la causa come ciò che opera. La tradizione successiva ha interpretato invece la causalità come il modo dell’essere responsabile. Le tre cause, o modi dell’essere responsabile (formale, materiale, finale), si interconnettono tra di loro e con la quarta causa, quella efficiente (che pro-duce l’oggetto), realizzando l’oggetto così come appare. «I quattro modi dell’esser-responsabile portano qualcosa all’apparire»; essi fanno avvenire ciò che non è ancora presente portandolo dinanzi a noi e per noi disponibile.
Tale far-avvenire, portare dalla non-presenza alla presenza è pro-duzione, così come il sorgere-di-per-sé è produzione. Da essa deriva il disvelamento: «la tecnica è un modo del disvelamento» perché porta alla luce la verità (definita classicamente come esattezza della rappresentazione) dal nascondimento in cui è celata. La pro-duzione della tecnica (chiamata anche col termine greco techné, che comprende il manufatto artigianale e anche l’arte) riunisce i quattro modi del far-avvenire e li regge. Il legame tra techné e alètheia (verità) è presente fin dai Greci, in quanto il conoscere dà apertura e, proprio perché aprente, disvela.
Tuttavia si potrebbe affermare che la tecnica moderna è completamente diversa da quella antica perché si fonda sulle moderne scienze esatte. Anche la fisica, obbietta Heidegger, dipende dalle apparecchiature tecniche, perciò il legame tra le due è profondo e corretto. Il nuovo tipo di disvelamento della tecnica moderna è una pro-vocazione che «pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata». Così come il rapporto tra esserci e mondo è basato sull’utilizzabilità, allo stesso modo l’essenza della tecnica moderna su orienta verso la massima utilizzazione e il minimo costo delle cose.
Il filosofo, attraverso un esempio, cerca di chiarire tali affermazioni. Una centrale elettrica sul Reno richiede da tale fiume la pressione per produrre energia. Il Reno appare allora come qualcosa di impiegato e il suo essere è determinato dall’essenza della centrale, tralasciando la natura del fiume come corso d’acqua o come luogo in cui si raccoglie l’appello del divino e il destino di un popolo (come canta Hölderlin ne Il Reno). La natura e le cose acquisiscono un tratto peculiare solo in quanto impiegate e la loro posizione è definita “fondo”. «Esso caratterizza…il modo in cui è presente tutto ciò che ha rapporto al disvelamento pro-vocante. Ciò che sta nel senso del “fondo” non ci sta più di fronte come oggetto».
Heidegger introduce un nuovo significato al termine “macchina”, non più inteso, hegelianamente, come uno strumento indipendente, bensì come un qualcosa che deve la sua posizione solo in base all’impiego dell’impiegabile. Non vi è allora il rischio che anche l’uomo, in quanto impiegato, possa essere “fondo”? il filosofo del Baden esclude tale conclusione; l’uomo non ha alcun potere sulla disvelatezza, tuttavia egli è colui che compie il richiedere pro-vocante, ed è colui che è reclamato a mettere allo scoperto le energie della natura affinché si compia il disvelamento. Poiché egli, nella ricerca e nello studio, cerca di catturare la natura, è reclamato da un modo del disvelamento. Tale appello pro-vocante che impone all’uomo di utilizzare come “fondo” la natura è chiamato “imposizione”.
Il lavoro tecnico, come le sue parti costitutive, rispondono alla pro-vocazione dell’im-posizione. Esso, disvelando il reale come “fondo”, non ha più una dipendenza dall’uomo: la definizione strumentale della tecnica perde di significato. A questa conclusione Heidegger aggiunge una riflessione sul rapporto tra fisica e tecnica. Anche la fisica richiede alla natura di presentarsi, e attraverso la sua teoria ha consentito lo sviluppo della tecnica moderna: l’indagine sulla fisica, «preannuncio…della im-posizione» permette di giungere all’essenza della tecnica. Dal punto di vista storiografico la scienza moderna nasce nel XVII secolo; in senso storico la scienza e la tecnica sono strettamente connesse ma non in quanto la tecnica è una scienza applicata, bensì perché la seconda è causa della prima, intendendo con causa il «pro-vocato annunciarsi di “fondi” da mettere al sicuro» (importante è per il pensatore la differenza tra storiografia, vista come successione di fatti, e storia, in cui ogni evento tende ad assumere senso solo collocandosi su una precisa linea derivabile dai fatti).
L’im-posizione è dunque il modo in cui si mostra l’essenza della tecnica moderna. Essa è il modo in cui il reale si disvela come “fondo”. Tale disvelamento non accade solo nell’uomo e nemmeno per opera sua; l’uomo è pro-vocato e rientra nell’im-posizione, che lo porta verso una via del disvelamento chiamata destino (o anche destinazione, dono). Anche la produzione è un destino, ed è in questo senso che l’uomo ascolta l’appello del destino e diventa libero. «La libertà è il nascondimento illuminante-aprente nella cui apertura si dispiega quel velo che nasconde l’essere essenziale di ogni verità». Ciò che conviene all’uomo è allora aprirsi all’essenza della tecnica, la quale lancia il suo appello liberatore.
Tuttavia la tecnica cela un pericolo: l’uomo, nel suo cammino, procede tra la possibilità di seguire solo ciò che si disvela nell’impiegare e quella di indagare l’essenza del disvelato. Il pericolo riguarda lo sbaglio che l’uomo può commettere interpretando male il disvelato. Questo pericolo si mostra sotto due punti di vista. Nel primo caso il disvelato non si presenta all’uomo come oggetto ma come “fondo”. L’uomo allora si tramuta in colui che impiega il “fondo” e in lui matura l’illusione di credere ogni cosa un suo prodotto. Da questa apparenza deriva un altro rischio, secondo cui l’uomo non incontra più la propria essenza e non percepisce più la pro-vocazione come un appello. Nel secondo caso l’im-posizione non si limita a nascondere la pro-duzione, un modo precedente del disvelamento, ma nasconde il disvelare e con esso la verità.
Il dominio totale dell’im-posizione porta il disvelamento nella direzione del “fondo”. Con esso è minacciata la possibilità per l’uomo di ritornare in un disvelamento più originario e di sentire l’appello di una verità superiore. L’essenza della tecnica, in quanto destino del disvelamento, è il pericolo stesso. Tuttavia proprio nel pericolo vi è la salvezza (come sottolineano i versi di Hölderlin). L’essenza della tecnica, se considerata nella sua manifestazione autentica, può salvare l’uomo dal dominio dell’imposizione.
L’im-posizione è l’essenza (da non intendere più, classicamente, come l’universale comune a tutto ciò che è tecnico) intesa come un modo destinale del disvelamento, e più esattamente come il modo della pro-duzione. Il disvelamento non è solo pro-ducente, ma anche pro-vocante, e questo ha nel primo la sua provenienza. «Il modo in cui la tecnica dispiega il suo essere si può capire solo riferendosi a quel perdurare nel quale l’im-posizione accade come un destino del disvelamento». L’im-posizione non è l’idea platonica che, in quanto è, perdura, bensì è il durevole. Essa pone l’uomo su una certa via del disvelamento pro-vocandolo all’impiego del reale come “fondo”, e lo induce a ritornare alla sua dignità, ovvero al custodire la disvelatezza e con essa l’esser-nascosto di ogni essenza sulla terra. Questo a condizione che da parte dell’uomo vi sia una maggiore attenzione all’essenza della tecnica.
Questa, da parte sua, è ambigua; da un lato l’im-posizione pro-voca a impegnarsi nell’impiegare, impedendo una visione del disvelamento e minacciando il rapporto con l’essenza della verità. Dall’altro l’im-posizione accade come concedere, salvaguardando l’uomo e per la custodia dell’essenza della verità. Il nostro compito, conclude Heidegger, è quello di ascoltare l’appello dell’im-posizione per la salvezza, tenendo sempre presente il pericolo estremo.
L’essenza della tecnica dispiegherà un giorno il suo essere nell’evento della verità. Per comprenderla, dato che essa non è nulla di tecnico, bisognerà indagarla in un ambito che le è affine: l’arte. L’arte, infatti, è un disvelamento producente. Spetta allora a questa il compito di salvarci dal pericolo estremo. L’uomo potrà giungere alla salvezza solo se si interrogherà sull’essenza della tecnica e la comprenderà: «perché il domandare è la pietà del pensiero».
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