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Esistenza inautentica


L’Esserci non è una realtà predeterminata o precostituita, ma si realizza in base alle sue scelte e alle sue decisioni. A differenza delle cose (degli enti) che sono delle “semplici-presenze”, ovvero sono ciò che sono e non possono essere diversamente, l’uomo è una realtà non-definita, non-determinata, che «ha da essere», in quanto ha da scegliere tra infinite possibilità. Nelle cose, quindi, l’essenza precede l’esistenza, mentre nell’uomo l’esistenza precede l’essenza.
Tuttavia, il singolo «Esserci» si staglia in due differenti tipi di esistenza:

• “Autentica” (termine che traduce il tedesco eigentlich, che significa “proprio”), è infatti quell’esistenza in cui
viviamo in base alle nostre “proprie” scelte e alle nostre “proprie” decisioni.

• “Inautentica” (termine che traduce il tedesco “uneigentlich”, che significa “non-proprio”) è invece l’esistenza caratterizzata da uno scegliere a partire dagli altri, confrontandosi e commisurandosi. Il significato dell’aggettivo inautentico deve infatti essere colto etimologicamente: inautentico è colui che non è se stesso, ma si appiattisce sul mondo, cioè ripete scelte già operate e significati già dati ed è interamente assorbito nell’operare e nel progettare.
Alla base dell’esistenza inautentica c’è ciò che Heidegger chiama “deiezione” (Verfallenheit), una sorta di “reificazione”, di “cosificazione”: l’Esserci diventa come le altre cose del mondo e scende al livello dei fatti. La “fattualità” dell’Esserci, quindi, è il suo “essere-gettato” nel mondo in mezzo agli altri esistenti e ciò sottintende un processo di “nullificazione”, di insensatezza per cui l’uomo si sente emotivamente abbandonato.

Tuttavia, esiste la voce della coscienza che richiama all'esistenza autentica e che, ponendosi su un piano «ontologico» o «esistenziale», cerca il senso dell'essere degli enti, il senso del loro esistere. La voce della coscienza riporta l'uomo davanti a se stesso, richiamandolo alla questione di ciò che egli è nel più profondo e che non può occultare.

«Il Chi non è sé stesso, gli altri lo hanno svuotato del suo essere».
«Il Chi non è questo o quello, non è sé stesso, non è qualcuno»
«In questo stato di irrilevanza e di indistinzione il Si esercita la sua tipica dittatura. Ce la spassiamo e ci divertiamo come ci si diverte; leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si giudica. Ci teniamo però anche lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani. Troviamo “scandaloso” ciò che si trova scandaloso. Il Si, che non è un Esserci determinato ma tutti (non però come somma), decreta il modo di essere della quotidianità»

«Ognuno è l’altro e nessuno è lui stesso»

Il Si rappresenta il conformismo e la sua riproduzione ad ogni livello. Quando si trova in questa dimensione, l’uomo si nasconde dietro agli altri ed agisce secondo la logica del “si dice”, “si fa”. Il Si ha infatti la funzione primaria di sollevare l’essere da responsabilità e scelte. Quando il modo del “Si” si impone come vera e propria modalità di vita, rendendo l’uomo schiavo del suo contesto ed incapace di opporsi ad alcune abitudini conformiste e dannose, allora l’uomo perde la sua autenticità. Immerso nell’esistenza inautentica, l’uomo è vittima di tre grandi distorsioni dell’autenticità: la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco.
Nella chiacchiera (Gerede) il linguaggio perde la sua caratteristica più autentica di mirare al raggiungimento di una verità, avvolgendosi su se stesso.
Per curiosità (Neugier) invece si intende la morbosità del vedere, il fascino per l’apparire portato all’estremo, fino a rendere l’aspetto e l’estetica l’unica fonte di interesse. A questo genere di “curiosità” si accompagna tipicamente l’incapacità di soffermarsi sulle cose e di approfondirle, da qui l’irrequietezza e la continua ricerca di distrazioni. L’equivoco (Zweideutigkeit) è presentato come la somma della chiacchiera e della curiosità: è quell’illusione per cui, nella dimensione del Si, tutto sembra già essere stato compreso, afferrato, espresso e a nostra disposizione, quando invece si tratta solamente di false verità fondate su nulla di più che abitudine e comodità.

Per passare dall’esistenza inautentica (anonima, deietta, quotidiana) a quella autentica, decisivo è il rapporto con la possibilità estrema dell’esistenza: la morte.
La possibilità che tutte le altre possibilità divengano impossibili. La morte, in quanto possibilità, non dà niente all'uomo da realizzare.
L’essere-per-la-morte (Sein–zum–Tode) – che non significa “essere a favore della morte”, ma “essere rivolti verso la morte”, “essere in direzione della morte” (zu è preposizione di “moto a luogo”) – è infatti una struttura fondamentale dell’esistenza. Nell’aprirsi alle sue possibilità, l’uomo si apre alla sua “fine” quale sua possibilità estrema.
La voce della coscienza ci richiama dunque al senso della morte, e svela la nullità di ogni progetto: dalla prospettiva della morte tutte le situazioni singole appaiono come possibilità che possono diventare impossibili. In questo modo la morte proibisce il fissarsi su una situazione, mostra la nullità di ogni progetto e fonda la storicità dell'esistenza. L'esistenza autentica, pertanto, è un essere-per-la-morte.

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