Ominide 396 punti

HEGEL

Ebbe successo dopo Schelling, eclissandolo, e studiò filosofia e teologia. Scrisse diverse opere giovanili, di cui la più importante è la “Fenomenologia dello spirito” del 1807, in cui dichiarò il suo distacco dalla dottrina di Schelling.
Tra gli scritti giovanili troviamo quelli a carattere religioso, dove Hegel mostra la propria convinzione di un’imminente svolta dell’umanità e di una rigenerazione dell’umanità vista come la riconquista dell’armonia perduta; questo processo potrebbe avvenire attraverso la religione recuperando il messaggio di Gesù, che era stato deformato dalle chiese storiche. Tali chiese hanno smarrito il senso del messaggio di Cristo, il quale aveva predicato il superamento della vecchia legge “esteriore”, fatta di precetti e comandi rigidi a cui si deve sottostare, in favore di una nuova legge dell’amore, della fratellanza e della comunanza dei cuori, alla quale l’uomo è chiamato ad aderire nel profondo del proprio cuore. Le chiese hanno invece costruito una religione “positiva”, cioè fatta di criteri fissati (dogmi) da osservare indipendentemente dai propri convincimenti interiori.

Nel suo scritto “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino”, Hegel ripercorre la storia del popolo ebreo, dicendo che tra questo e la natura è avvenuta una profonda scissione con il diluvio universale: sentendosi minacciati dalla natura, gli ebrei hanno reagito con un atteggiamento di innaturale allontanamento riponendo la loro salvezza in un lontano Dio trascendente; per questo ora vivono in inimicizia con la natura e con gli altri uomini. Gli ebrei sono dunque vittime di un destino che essi stessi hanno in qualche modo provocato. La figura di Gesù è vicina al mondo greco, infatti i greci vivono il loro rapporto con la natura in totale armonia e in “spirito di bellezza”; se l’ebraismo rappresenta il momento della scissione e dell’infelicità, la grecità incarna il momento dell’armonia tra l’uomo e Dio e tra l’uomo e la natura e gli uomini stessi.
L’idea di base di Hegel è il panteismo (unione di finito ed infinito), secondo cui Dio non è un’invenzione umana, ma l’uomo è una modificazione di Dio (panteismo umanistico), quindi l’umano è una manifestazione del divino. L’infelicità nasce quando gli uomini dimenticano la propria radice divina, che viene ipostatizzata in una sostanza fuori dall’uomo che lo opprime. Per coscienza infelice s’intende la scissione tra finito (l’uomo) e l’infinito (Dio) operata dall’uomo, per cui tutte le buone caratteristiche vengono attribuite a Dio e si viene a creare un rapporto disarmonico tra l’uomo e Dio; ciò provoca la scissione tra Dio e la natura, che viene dunque divinizzata e vista come ostile, mentre gli uomini diventano semplici atomi. Quindi per Hegel l’armonia greca è stata distrutta dal cristianesimo e spetta alla sua epoca ripararla; l’uomo che crede nel Dio trascendente si considera schiavo; il destino ci schiaccia e ci toglie la libertà.
Poi però Hegel cambia prospettiva abbandonando l’idea che il ritorno all’armonia spetti alla religione, dicendo che spetta alla filosofia. I capisaldi del suo sistema sono tre:
Panteismo idealistico umanistico, che implica la non separazione tra finito e infinito perché i singoli elementi del finito sono parti di una trama necessaria la cui somma dà l’infinito; ciò che ci circonda ha un’organizzazione unitaria perché l’infinito si manifesta nei vari finiti. L’infinito è quindi un principio immanente che si può mostrare solo nei finiti per poi auto conoscersi. La filosofia, l’arte e la religione sono i mezzi con cui l’infinito si rivela all’uomo e si auto conosce. L’infinito ha diversi nomi a secondo dei finiti in cui si manifesta (idea, spirito, assoluto…).
“Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”, la razionalità quindi presiede lo sviluppo e l’organizzazione della realtà: la razionalità (infinito) si manifesta nella realtà (finito). La realtà che ci circonda non è caos, ma è intessuta di razionalità, per cui tutto avviene necessariamente e tutta la realtà è “salvata”, cioè anche gli aspetti più negativi hanno ragion d’essere; avviene quindi una laicizzazione del concetto di provvidenza. Non c’è poi separazione tra essere e dover essere, infatti il nostro mondo non è sbagliato, ma ciò che è, è ciò che dovrebbe essere.
Per Hegel la legge del divenire è regolata dalla dialettica, che quindi regola la vita dell’assoluto e che vede gli elementi negativi come elementi necessari per permettere lo sviluppo (come Fichte e Schelling); la dialettica è composta da tre momenti:
TESI: affermazione unilaterale e semplicistica per cui un singolo finito è affermato. È il momento astratto o intellettuale, in cui un unico concetto è posto da solo dall’intelletto, che quindi non è colui che opera il movimento dialettico, in quanto vede solo le differenze tra i concetti e non le relazioni.
ANTITESI: opposizione alla tesi; è il secondo momento dialettico o negativo-razionale posto dalla ragione: suscita da un concetto il suo opposto mettendoli in contatto (per distinzione si intende una divisione senza contatti, mentre per opposizione si intende una divisione con contatti).
SINTESI: momento supremo che unifica i momenti precedenti; nega l’antitesi e conserva in sé i due momenti precedenti superandoli. Poi diventa la tesi di una triade successiva, per cui l’infinito si sviluppa e si auto manifesta sempre di più. È detta terzo momento speculativo o positivo-razionale: la ragione riafferma la tesi e l’antitesi con un concetto più ampio, tuttavia la negazione dell’antitesi non è un ritorno alla tesi. I concetti sono messi in relazione l’uno con l’altro perche se lo spirito non può fermarsi allora la sintesi non costituisce mai la fine del processo (concetto di superamento dei momenti).
La dialettica è caratterizzata da un movimento dall’astratto al concreto, dove per astratto si intende il punto di partenza che non è stato toccato ancora dall’esperienza, mentre per concreto si intende un concetto che contiene in sé altri concetti precedenti e che quindi si riempie di realtà e di esperienza.
Intelletto e ragione sono le due diverse facoltà umane.
INTELLETTO: è la facoltà limitata ai fenomeni e costituisce l’organo conoscitivo del finito degli uomini; resta legato ai singoli finiti senza vederne le trame dialettiche e tende a voler elevarsi all’infinito, ma non ci riesce perché concepisce finito ed infinito separati.
RAGIONE: è l’organo conoscitivo dell’infinito degli uomini; Hegel eredita dalla tradizione neoplatonica un assunto secondo cui per poter cogliere l’infinito bisogna elevarsi al punto di vista dello stesso infinito, bisogna quindi farsi infinito; se l’uomo si pone come essere finito quindi non riesce mai a raggiungere l’infinito, e se l’infinito è “Dio”, allora l’uomo deve capire che in lui si manifesta l’infinito stesso. La ragione è la capacità dell’uomo di ripercorrere nella mente il concatenamento di tutti i finiti attraverso la dialettica, per poi capire che tutti i finiti sono parte dell’infinito stesso. La mente umana con la ragione finisce quindi per riconoscere tutta la realtà come prodotto della spirito e la mente stessa come parte dell’infinito.
Per Hegel l’unica vera filosofia è quella che usa la ragione; questa assume la funzione di ricostruire il passato, ovvero di portare nella forma del pensiero razionale ciò che è già stato. Il filosofo dunque è colui che di qualunque evento del passato sa ricostruire l’intime necessità degli aspetti negativi, che hanno avuto un determinato scopo. La filosofia inoltre non ha un oggetto diverso dalle altre scienze, ma ha solo il compito di ragionare sui vari finiti e sulle loro trame dialettiche; essa inoltre non determina il futuro, come tentava di fare l’Illuminismo. La ragione vede le cose dal punto di vista della totalità, ovvero ricostruisce la trama unitaria che tutto regge.
Per “cattivo infinito” Hegel intende l’infinito visto dal punto di vista del finito, cioè pensato dall’intelletto, che tenta di produrre una totalità e di elevarsi all’infinito; tuttavia l’intelletto può produrre solo un falso infinito, che presenta due caratteri:
È lineare (il “buon infinito” operato dalla ragione è circolare) ed è qualcosa di irraggiungibile (vedi Fichte e Kant).
Implica una netta separazione tra finito ed infinito, da cui nasce la coscienza infelice ebraica.
Il “cattivo infinito” porta a due visioni sbagliate, ma l’uso dell’intelletto produce effetti anche in campo pratico, morale e politico: l’uomo che usa l’intelletto avrà una scissione tra l’essere e il dover essere, per cui si ha la morale del dovere di Kant, la quale condanna l’uomo concreto in nome di qualcosa di astratto e di ideale che l’uomo non può raggiungere. Quindi da una parta la ragione giustifica il finito, dall’altro l’intelletto lo condanna in nome di una realtà ideale. Ciò porta inoltre alla critica dell’Illuminismo, tipica dei romantici.
La filosofia quindi per Hegel ha il compito di conciliarci con la realtà, cioè di farci capire che i vari ambiti della realtà non sarebbero potuti andare diversamente da come sono andati, e che esiste il negativo, ma visto da una prospettiva lontana sembra una condizione necessaria per una più alta positività (concezione stoica in prospettiva storica).
Per “giustificazionismo” si intende il fatto che il non criticare la realtà sembra una sorta di giustificazione della realtà da parte di Hegel, al quale viene attribuito un atteggiamento politico di destra e conservatore. Già nell’ 800 ci fu un dibattito se il pensiero di Hegel fosse conversatore o riformista. Il giustificazionismo infatti sembrerebbe l’esito conservatore della sua critica del dover essere, ma poi Hegel dice che la sua critica non è una banale giustificazione, in quanto tutto ciò che è reale è razionale, non tutto ciò che esiste è razionale, quindi lui distingue nettamente il concetto di realtà da quello di esistenza. Infatti, tutto ciò che esiste comprende elementi sia razionali che accidentali, ovvero che potrebbero essere o non essere. In conclusione, non tutto ciò che esiste è razionale, ma Hegel seleziona al suo interno solo gli elementi che lo sono.
Hegel poi fa una critica alle filosofie precedenti, dicendo che ogni filosofo ha scorto una parte incompleta della filosofia, che viene criticata poi dal filosofo successivo; per cui per Hegel la filosofia si costruisce con i contributi dei vari filosofi. Hegel dice che l’errore di base dei vari filosofi è stato quello di usare l’intelletto. Gli illuministi per Hegel costituiscono il punto più basso del processo, in quanto usano solo l’intelletto. Kant ha compiuto dei progressi, ma usa l’intelletto e dichiarava il noumeno inconoscibile e la sua morale era divisa tra essere e dover essere. Fichte fa un passo in avanti perché si preoccupa di raggiungere l’infinito, ma continua ad usare l’intelletto e non riesce a raggiungere l’infinito perché parte dal finito e quindi produce un cattivo infinito. I romantici e Schelling hanno abbandonato l’uso dell’intelletto per raggiungere l’infinito, ma pensano di poterlo raggiungere col sentimento e in modo immediato, cioè con forme non razionali come l’arte; Schelling però ha capito che l’infinito deve essere unione di opposti, che però è iniziale e non finale, ma non ha capito di dover usare la ragione.


FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO
Il titolo dell’opera di Hegel pubblicato nel 1807 significa “scienza dell’apparire dello spirito”. In quest’opera Hegel si distacca completamente da Schelling. Hegel parte dal fatto che tutto è spirito/assoluto e che questo può esistere solo incarnato nei diversi finiti in cui si manifesta; l’opera si occupa della scienza dell’apparire dello spirito sia nella realtà, sia nello spirito a se stesso, cioè lo spirito incarnandosi nei finiti si auto conosce attraverso i vari finiti. I diversi finiti sono poi concatenati tra loro con schema dialettico in cui lo spirito è costituito dalla somma tra tutti i finiti, ma all’inizio è dormiente e poi si risveglia via via di tappa in tappa; esso è quindi presente in tutto il percorso, ma si sveglia solo alla fine, capendo di essere tutta la realtà e di essere spirito.
Il percorso che qui Hegel illustra è quello che lo spirito compie all’interno della coscienza umana, la quale è proprio la protagonista dell’opera, tanto che l’opera è anche chiamata “Romanzo di formazione della coscienza”; sono descritte diverse situazioni di diverso tipo e di diverse esperienze umane concatenate dialetticamente in cui la protagonista è la coscienza, che può essere incarnata in qualsiasi situazione. La coscienza all’inizio non sa di essere spirito, e dopo una serie di peripezie capirà di esserlo; importante per lo sviluppo delle cose è il confronto con il male e la ragione (via del dubbio/disperazione). La coscienza è individuale all’inizio del percorso, ovvero le situazioni descritte sono quelle della vita umana, mentre alla fine è collettiva e sono descritte situazioni storiche; Hegel infatti ritiene che lo spirito sia più presente nella collettività rispetto che nel singolo uomo.
Le tappe di questo percorso sono chiamate figure, che nella prima parte dell’opera sono individuali, mentre nella seconda sono collettive (Illuminismo). Le figure sono dunque configurazioni provvisorie che lo spirito assume, poiché non può stare fermo, infatti è obbligato a percorrere tutte le figure, cosicché l’individuo percorrendo la sua vita è come se ripercorresse tutta l’umanità.
Alcune citazioni:
“Dato che questa esposizione ha per oggetto solo il sapere che si manifesta (fenomenico), non sembra essere la scienza; può essere considerata il cammino della coscienza naturale che urge verso il vero sapere, o come il cammino dell’animo che percorre la serie delle sue configurazioni provvisorie, come stazioni prefissate dalla sua stessa natura per purificarsi e diventare spirito.”
“La serie di figure che la coscienza percorre è piuttosto la storia per esteso della formazione da coscienza a scienza”.
“Via dal non sapere al sapere ma già scienza essa stessa”.
“Ma al sapere è prefissata tanto la meta quanto la serie di passi: la meta si trova dove il sapere non ha più bisogno di andare oltre di sé, trova se stesso. L’avanzare verso questa meta è perciò un processo inarrestabile che non si può fermare alle stazioni intermedie”.
“La coscienza subisce questa violenza, che essa fa a se stessa, che consiste nel rovinare ogni appagamento immediato e limitato”.
Lo spirito quindi non si può fermare ed è costretto a passare da una figura all’altra, ma quando raggiunge una stazione è una vittoria, che però è solo momentanea in quanto può trovare pace solo alla fine del percorso. Per questo è detta via del dubbio e della disperazione, anche se questa regola se la impone lo spirito stesso; il dubbio di Hegel è diverso dal dubbio di Cartessio, che è fittizio, in quanto non è fittizio, ma dice che bisogna passare per il negativo prima di migliorare.
L’opera si divide in una triade dialettica:
COSCIENZA: è la coscienza dell’oggetto esterno e pensa che la verità si trovi nell’oggetto; l’io è passivo di fronte al mondo esterno (affermazione unilaterale); riprende Fichte e Schelling. Ha un percorso in tre tappe principali: coscienza sensibile, percezione ed intelletto, dove con quest’ultimo si raggiunge una quota di attività conoscitiva che fa in modo che la coscienza si trasformi in autocoscienza.
AUTOCOSCIENZA: è l’affermazione unilaterale della coscienza, per cui soltanto il proprio io esiste, quindi vuole negare l’oggetto e qualsiasi cosa limiti la sua libertà. L’autocoscienza è superiore alla coscienza perché ha più verità e perché non è sapere di un altro, ma di se stesso. Tutte le sue figure sono tentativi falliti da parte del soggetto di distruggere l’oggetto, in quanto quando l’oggetto viene distrutto poi risorge sotto un’altra forma. Il punto di partenza dell’autocoscienza è l’appetito, cioè il voler inglobare gli oggetti per trovare appagamento, ma per trovare l’oggetto l’autocoscienza deve sforzarsi molto, e non riesce a trovare soddisfazione. Poi appaiono due autocoscienze e si istituisce l’esperienza di ciò che è lo spirito, che si risveglia; ciascuna vuole affermarsi come autocoscienza cancellando l’altra, e ognuna vuole farsi riconoscere dall’altra (rapporto di guerra per il riconoscimento). Questa lotta non si conclude con la morta di una delle due autocoscienze, perché una volta che una viene sconfitta, di fronte alla prospettiva di sparire decide di diventare schiava dell’altra (dialettica di servitù e signoria). Il signore ha risparmiato la vita all’altra autocoscienza, ed è stato riconosciuto come autocoscienza; questo rapporto però dopo un po’ si modifica fin quando i due ruoli si invertono: all’inizio il signore ha tutti i vantaggi, ovvero è stato riconosciuto e può fodere dei frutti del lavoro del servo superando il problema dell’appagamento dell’appetito, infatti è il servo che gli procura gli oggetti per il suo godimento; ma questi vantaggi poi diventano uno svantaggio perché il signore non ha un’altra autocoscienza con cui confrontarsi e riconoscersi, in quanto non considera il servo come una persona, inoltre non fatica e quindi dipende dal servo. Il servo invece si emancipa sempre di più e finisce per tenere a freno i suoi istinti e per dare forma agli oggetti, così l’oggetto lavorato dal servo rispecchia la forma di indipendenza che il servo ha raggiunto. L’emancipazione del servo, ovvero la proclamazione della propria libertà interiore, comporta lo stoicismo, ma poi si passa allo scetticismo per la contrapposizione tra l’essere schiavo esteriormente e l’essere libero interiormente, ovvero si nega la veridicità che esiste al di fuori di noi (nega di essere schiavo). Questo culmina nella coscienza infelice, l’ultima autocoscienza, in cui l’uomo si sente schiacciato da un Dio trascendente; questa inoltre è lacerata in due poli opposti: umano e divino, per cui non c’è la consapevolezza che l’uomo e Dio sono la stessa cosa, ma si pensa che Dio sia esterno all’uomo. La coscienza infelice nasce inoltre dall’uso dell’intelletto. Hegel a questo punto traccia la storia della religione dal punto di vista soggettivo, ovvero come l’uomo si è rapportato a Dio nel corso della storia. Questa storia ideale ha un primo momento degli ebrei, poi quelli successivi sono quelli del cristianesimo, in cui l’intrasmutabile (Dio) diventa un incarnato (Cristo), ma questo tentativo fallisce perché Cristo è visto come qualcuno che si è incarnato una sola volta nella storia, quindi l’infelicità della coscienza ebraica è passata nel cristianesimo, che tenta in vari modi di raggiungere Dio. La coscienza infelice separa finito ed infinito, e produce solo un cattivo infinito. Tutte le varie sottofigure culminano nell’ascetismo, che è il punto più basso toccato della autocoscienza, e qui avviene il ribaltamento dialettico per cui la coscienza infelice ha termina quando scopre di essere tutt’uno con Dio e che i due poli opposti in realtà hanno un’unica essenza.
RAGIONE: è l’unione tra finito ed infinito, ovvero la coscienza scopre di essere tutta la realtà, ma questa certezza è ancora in sé, per essere veramente conquistata dalla coscienza c’è un grande percorso. L’approdo alla ragione corrisponde al Rinascimento. Le peripezie della ragione riproducono in un livello più alto le figure precedenti. La ragione si divine in osservativa (teoretica) e sarebbe la coscienza, e in attiva (pratica) ovvero l’autocoscienza. Con l’osservativa Hegel prende in esame diverse scienze e questo inquieto cercare si rivolge alla natura, che è vista come altro da sé, quando in realtà è la ragione stessa; poi l’osservativa non si accontenta più dell’arido sapere, così si rivolge al piacer con la figura di Faust. La ragione attiva comprende che l’unità io – mondo deve essere conquistato con l’attività pratica; nelle sottofigure intermedie predominano aspetti di moralità kantiana, fichtiana e illuminista, per cui la ragione attiva tende a raggiungere il bene con l’intelletto, ma fallisce nell’unificare l’io e il mondo perché si pone dal punto di vista del particolare. Così come nella coscienza infelice l’uomo credeva di essere separato da Dio, qui l’uomo non raggiunge il bene perché crede di essere separato dal mondo. L’unione tra io e mondo si può realizzare solo capendo che io e mondo sono tutt’uno, questo avviene con il passaggio da moralità a eticità con cui si entra nello spirito.

ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE FILOSOFICHE IN COMPENDIO

Si divide in tre sezioni: logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito. LOGICA: studia l’idea che non si è ancora realizzata nella realtà, che è quindi pura, non contaminata dall’esperienza; studia quindi l’impalcatura originaria della realtà in modo atemporale presentando i diversi concetti con cui si è pensato il mondo nel corso della storia; non sono concetti soggettivi ma corrispondono ad uno sviluppo ideale all’interno della realtà. C’è quindi corrispondenza tra logica e metafisica: il mondo di pensare il mondo è come il mondo si fa (differenza con Kant), infatti la logica corrisponde a ciò che la metafisica chiamava l’aspetto ideale e archetipo della realtà. La logica concepisce la realtà a prescindere dal suo concretizzarsi.
Il percorso della logica è un percorso dall’astratto al concreto: si inizia dal concetto più generico, ovvero “essere”, che richiama poi il “non essere” e la loro sintesi dà il “divenire”, che ingloba in sé i due precedenti e quindi è più concreto rispetto ai precedenti. Il percorso è ideale e al di fuori del tempo, ed è quello attraverso cui la mente umana ha pensato il mondo, quindi corrisponde alla storia della filosofia. Da ogni triade derivano diverse altre triadi, come quella qualità-quantità-misura (salti qualitativi), in cui l’essere è più determinato.
FILOSOFIA DELLA NATURA: La Logica di triade in triade si carica di concetti e l’idea così è costretta ad uscire a sé alienandosi e diventando natura, cioè altro da se stessa, negandosi come idea (alienazione in Hegel “significa uscire fuori da sé”). La natura qui ha una funzione ambigua e bivalente, è una contraddizione insoluta perché è idea che uscendo fuori di sé si perde in spazio e tempo, quindi rappresenta la caduta dell’idea (non ens), non presenta il principio razionale e reale, è l’luogo di accidentalità ed è l’elemento della negatività e della perdita dell’idea (Fichte). La natura è vista inoltre come l’autoillusione dell’idea, come qualcosa che non ha né realtà né razionalità, è l’idea che si perde nelle spazio. Il carattere principale della natura è l’esteriorità, ovvero i vari aspetti della natura sono esteriori l’uno accanto all’altro, non c’è divenire né storia, ma solo un eterno ripetersi dello stesso ciclo (no sviluppo e progresso).
Tuttavia, carattere dell’idea è che può uscire da sé senza perdere il suo carattere ideale, quindi la natura è anche manifestazione dell’idea, perciò presenta anche caratteri ideali; la natura quindi in sé è divina, ma al suo manifestarsi è caotica. La natura è anche un potenziamento dell’idea, che deve confrontarsi con la caduta per potenziarsi, solo così infatti lo spirito potrà sorgere. La natura inoltre è pur sempre idea perché presenta delle leggi, quindi non è caos disordinato, inoltre al suo interno presenta un regolarità e si presenta come un sistema di gradi ascendenti di tipo schellinghiano. Hegel qui opera una sintesi tra la visione di Fichte e di Schelling, anche se la suo visione organicistico – finalistico della natura riprende Schelling in particolare.
FILOSOFIA DELLO SPIRITO: La più alta definizione di idea si ha con lo spirito, cioè quando l’uomo emerge dalla natura facendo in modo che l’idea ritorni in se stessa (idea di sé e per sé). Lo spirito è diverso dalla natura perché questa è cieca necessità ed è passiva, mentre lo spirito rappresenta la libertà e autodeterminandosi vince la natura perché la riconduce all’idea; lo spirito dunque trionfa trasformando il mondo in “un mondo a sé conforme”, infatti è l’uomo che kantianamente è il legislatore della natura, in quanto conoscendo la natura le impone un ordine; quindi se la natura non fosse ordinata dagli uomini, sarebbe un deserto.
Per spirito Hegel intende l’idea alienata nel tempo, sostenendo che nella storia c’è progresso e divenire (differenza con la natura) e che questo sviluppo temporale della storia può apparire solo nello spirito oggettivo (secondo tappa) e non in quello soggettivo (prima tappa). Nello spirito inoltre la dialettica diacronica si sovrappone a quella sincronica (sviluppo in gradi contemporanei), ma è diversa in quanto i gradi sono compenetrati l’uno nell’altro.
La libertà per giustificarsi ricorre a tre tappe:
SPIRITO SOGGETTIVO/INDIVIDUALE: Hegel parte dai gradi più bassi di coscienza (abitudine, ripetitività ecc…) e inserisce la prima parte della Fenomenologia dello Spirito; qui lo spirito soggettivo vuole già affermare la propria libertà, ma non tutti gli uomini sono liberi, per cui si passa alla spirito collettivo/oggettivo.
SPIRITO OGGETTIVO: è caratterizzato dal fatto che la dialettica temporale si sovrappone a quella atemporale, formata da diritto (norme puramente esterne, è astratto perché si applica a tutti allo stesso modo), moralità (è interiore) e eticità, che sana il dissidio tra moralità e diritto.
SPIRITO ASSOLUTO
Il diritto costituisce il grado più basso, è la proprietà, per cui spesso sorgono contrasti tra i vari uomini, che poi vengono sanati con la giustizia e la pena; affinché la pena risulti formativa, il colpevole deve riconoscere di aver sbagliato, e quando lo fa si passa alla moralità. La moralità è la sfera della volontà soggettiva, in cui l’uomo si propone di attuare il bene, ma c’è la scissione tra essere e dover essere (polemica contro la morale kantiana). L’eticità sana il dissidio tra essere e dover essere, tra moralità e diritto; è la moralità pubblica e sociale (sittlichkeit), ovvero comprende i valori collettivi e comunitari differenziandosi dalla moralità, che invece comprende i valori individuali. La forma più pura di eticità per Hegel era l’antica Grecia, ma era incompleta perché inconsapevole, in quanto l’uomo non sapeva di essere libero; il cristianesimo ha permesso la libertà dell’uomo ed ha avuto il merito di mostrare lo spirito oggettivo che entra nel mondo. Hegel sostiene inoltre che la rottura avvenuta con l’Illuminismo sarà sanata prossimamente con un procedimento dialettico che porterà ad una forma più alta di eticità. L’eticità si divide in tre tappe:
FAMIGLIA: costituisce la tesi; VEDI LIBRO
SOCIETA’ CIVILE: presenta un posto analogo a quella che la natura ha all’interno del sistema: rappresenta la caduta dell’eticità perché gli individui seguono sono interessi particolari (come l’economia), ma fa comunque parte dell’eticità. È il luogo di scontro degli interessi particolari (antitesi), ma anche di incontro, e consiste non sono nell’economia, ma anche nel momento in cui questi interessi particolari sono giuridicamente organizzati (esempi sono la polizia, le corporazioni, il diritto commerciale ecc), formando la sfera burocratico – amministrativa.
STATO: costituisce il culmine dell’eticità e la sintesi tra la famiglia e la società civile. L’area semantica del termine “stato” in Hegel è diversa rispetto al termine comune, infatti per lui lo Stato non comprende solo la parte politica, ma intende dire “civiltà”. Lo Stato di Hegel è uno Stato etico che educa i cittadini e trasmette valori trasformando le volontà individuali in un fine collettivo; da ciò emerge la sua concezione organicistica dello Stato, che è superiore agli individui sia cronologicamente che assiologicamente: cronologicamente perché non esistono individui se non nello Stato (ricordiamo che per Hegel l’individuo non è ogni essere umano, ma solo chi ha coscienza di essere individuo e di essere libero, ma la libertà individuale può verificarsi sono nello Stato, quindi per Hegel lo spirito non si incarna in tutti gli uomini), assiologicamente perché lo Stato ha valore superiore agli individui, che deve sottomettersi ad esso. Hegel critica molte concezioni politiche del tempo (è stato accusato di essere uno statolatra), in particolare il giusnaturalismo concettualistico in quanto il giusnaturalismo implica che ci siano dei diritti naturali della individuo prima della creazione dello Stato, che serve solo a tutelare questi diritti (concezione di Locke) e quindi lo Stato è inferiore alla società civile. Hegel rifiuta inoltre le concezioni di sovranità popolare e quelle contrattualistiche in quanto lo Stato per lui è posto dallo Spirito. Lo Stato tuttavia non è dispotico, perché deve comunque governare attraverso le leggi, si parla dunque di Costituzione dello Stato, ovvero l’insieme delle leggi dello Stato che regola la vita collettiva, sono state poste dallo Spirito, per cui ogni popolo ha la Costituzione adeguata allo Spirito di quel popolo e al grado del suo sviluppo. La prova di ciò è che quando si tenta di imporre dall’esterno una Costituzione scritta a tavolino a un popolo, questo si rivolta (vedi Napoleone). Lo Stato per Hegel non ha nessun potere a sé superiore, per cui il filosofo rifiuta anche il diritto internazionale, dimostrandosi né pacifista né monopolista, ma per lui la guerra è l’antitesi necessaria, in quanto preserva i popoli dalla fossilizzazione (queste sue concezioni ispirarono il pangermanismo e il bellicismo).
FILOSOFIA DELLA STORIA: lo sviluppo del tempo che forma la storia può avvenire solo nei gradi più alti dello spirito, quindi solo nello Stato, per cui non tutta l’umanità ha prodotto e produce storia, perciò lo spirito si è incarnato solo nelle grandi civiltà (Romani, antica Grecia ecc); la storia è lo spirito che si dispiega nel tempo, ovvero lo spirito si auto conosce attraverso la storia. La storia da Hegel è vista come un susseguirsi di Stati e civiltà, è dominata da un piano razionale (secondo la concezione del Romanticismo) e dalla concezione provvidenzialistica, per cui la ragione domina la storia che ha un senso e un fine, e c’è un governo divino del mondo, anche se la filosofia è comunque superiore alla religione; il fine della storia è di raggiungere sempre più alti gradi di libertà, a comprendere questo fine è la filosofia della storia (diversa dalla storiografia) esaminando la storia dal punto di vista della ragione.
Hegel distingue diversi gradi di comprensione della storia, esiste infatti una dialettica interna: il grado più basso (tesi) è la storiografia, intesa come pura catalogazione di fatti storici, poi c’è la comprensione della storia da parte dell’intelletto (un esempio è l’Illuminismo, che criticava la storia), infine il grado più alto è la comprensione della storia da parte della ragione, che dà vita al punto di vista filosofico della storia.
Lo spirito del mondo si incarna negli spiriti dei vari popoli che si susseguono nella storia, quindi in ogni epoca storica c’è un popolo che incarna i valori più alti, ovvero in cui lo spirito è più presente; quando questo popolo esaurisce il suo compito, lo spirito lo abbandona e si trasferisce in un altro popolo.
Ci sono tre tappe della realizzazione della libertà del mondo:
DISPOTISMO ORIENTALE: ovvero le civiltà mediterranee pregreche (Babilonesi ecc) in cui solo il monarca è libero.
EPOCA GRECO – ROMANA: in cui la libertà si estende, ma esiste comunque ancora la schiavitù.
CRISTIANESIMO: in cui la libertà si è estesa a tutta l’umanità.
Hegel distingue poi tra:
LIBERTA’ POSITIVA: ovvero la libertà intesa come diritto degli individui (CONTROLLA) per cui l’individuo è portatore di diritti; si manifesta all’interno dello Stato etico e corrisponde alla concezione di Rousseau della libertà come assoggettamento volontario alla legge.
LIBERTA’ NEGATIVA: è tipica della società civile in cui gli individui si limitano a vicenda (“vicendevole impacciarsi a vicenda”), e un esempio è la libertà concepita dal pensiero liberale.
La filosofia della storia ha il compito di selezionare nella storia i fatti reali e razionali; visto che la storia è sviluppo, in un determinato momento storico coesistono simultaneamente tanti aspetti che non presentano tutti lo stesso grado di realtà, infatti gli aspetti più reali corrispondono alla natura intima di quel momento storico, ma esistono anche aspetti del passato da cui lo spirito si è ormai ritirato e esistono degli aspetti che rappresentano le potenzialità di sviluppo futuro dello spirito. La storia è quindi conservazione e sviluppo, per questo ci sono sia individui conservatori sia individui rivoluzionari ed innovativi che interpretano il futuro sviluppo dell’umanità. A quest’ultimo gruppo appartengono gli eroi cosmici e storici, per cui lo spirito usa le astuzie della ragione, ovvero usa le passioni di questi eroi per perseguire il suo scopo, ma questi, una volta esaurito il loro compito, sono abbandonati dallo spirito, quindi muoiono o falliscono.
La terza tappa di giustificazione della libertà è lo spirito assoluto, per cui l’idea giunge alla piena coscienza della propria infinità e assolutezza, quindi lo spirito oggettivo non è la più alta definizione di spirito perché è ancora per sé e prende coscienza di sé solo all’interno di una civiltà; la piena consapevolezza di sé lo spirito la ha solo nell’arte, nella filosofia e nella religione, e queste esistono solo all’interno di uno Stato.
Arte, filosofia e religione sono da un lato categorie eterne dello spirito che esiste in tutti i popoli che hanno creato uno Stato, dall’altro prevedono uno spirito del tempo, per cui hanno diversi gradi di sviluppo conformi al grado di sviluppo assunto dal popolo in cui si trovano. Sono dunque i diversi gradi attraverso cui lo spirito giunge alla piena consapevolezza di sé: hanno tutte e tre lo stesso fine e lo stesso contenuto, quindi l’uomo conosce l’assoluto attraverso queste e tre e l’assoluto si auto conosce attraverso queste. I mezzi per raggiungere l’assoluto sono diversi: l’arte si avvale dell’intuizione sensibile, la religione della rappresentazione e la filosofia del concetto.
La filosofia dell’arte e la filosofia della religione non devono creare l’arte o la religione, ma devono solo riflettere su esse, non si tratta nemmeno della storia dell’arte e della religione, ma tenta di comprenderle dal punto di vista razionale vedendone l’intimo sviluppo dialettico all’interno, per cui la filosofia tenta di inglobare a sé l’arte e la religione.
ARTE: tenta di cogliere l’assoluto con l’intuizione sensibile, ovvero con i sensi; l’assoluto viene imprigionato in un oggetto finito e materiale (l’opera d’arte) e si può comprenderlo solo con i sensi. Da un lato ritroviamo l’influenza di Schelling (fusione tra soggetto e oggetto che avviene nell’arte), ma dall’altro per Hegel la mancanza di concettualità dell’arte è una carenza. L’arte ha un prima nella natura e un dopo nella religione, quindi è la prima forma di cultura, ovvero la prima forma in cui lo spirito si rende conto di sé, per questo precede periodicamente sia la religione che la filosofia; nei popoli primitivi arte e religione erano tutt’uno, per cui la religione si manifestava attraverso l’arte, inoltre la filosofia è nata solo con i Greci. L’arte è prima sia cronologicamente sia assiologicamente. L’arte ha tre tappe di sviluppo:
ARTE SIMBOLICA: tipica di civiltà pre greche (dispotismo orientale).
ARTE CLASSICA: greco-romana.
ARTE ROMANTICA: quella post greco-romana.
Questo sviluppo avviene grazie ad una dialettica tra forma e contenuto: nella simbolica l’uomo è appena uscito dalla natura, quindi lo spirito è ancora troppo debole per riuscire a permeare del tutto il contenuto, c’è quindi squilibrio tra forma e contenuto (antitesi), che si può notare dagli aspetti brutti dell’arte simbolica. Quando lo spirito matura, trova un perfetto equilibrio tra forma e contenuto con l’arte classica (sintesi), che infatti dà origine al bello artistico. Nell’arte simbolica l’arte non si è ancora totalmente affrancata dalla natura, mentre ciò avviene nell’arte classica, ma è ancora fusa con la religione, e la filosofia è ancora attività secondaria dello spirito. Man mano che lo spirito si sviluppa, finisce per premere sulla forma, si ha quindi l’arte romantica che presenta un nuovo squilibrio tra forma e contenuto che ora ha caratteri opposti all’arte simbolica, ovvero il contenuto è troppo ricco per la forma, si giunge quindi ad un’insoddisfazione dell’artista e tipico è l’apparire del sublime. Con lo sviluppo dell’assoluto, l’uomo finisce per non trovare soddisfazione nell’arte in quanto lo spirito umano non riesce più ad esprimersi attraverso l’arte, che diventa attività secondaria.
RELIGIONE: si avvale della rappresentazione per cogliere l’assoluto. Questo passaggio è un passaggio dall’esteriorità materiale all’interiorità della coscienza, infatti nella rappresentazione l’assoluto non è calato in un oggetto materiale, ma è un pensiero di un soggetto; quindi la storia delle religione equivale alla storia dello sviluppo della coscienza umana, che corrisponde al cambiamento del modo di intendere Dio da parte degli uomini. Nelle prime forme di religione Dio è ancora sepolto nella natura (idolatria), poi viene identificato con tutta la natura (principio immanente a tutta la natura  panteismo), poi esce dalla natura e viene inteso come persona.
Il cristianesimo è la più alta forma di religione in quanto è la religione più vicina alla filosofia (in particolare alla scolastica), ma è comunque inferiore alla filosofia. Religione e filosofia hanno lo stesso contenuto (l’assoluto) ma la religione usa la rappresentazione, che è un modo imperfetto, mentre la filosofia usa un modo perfetto.
La rappresentazione è un concetto ambiguo che diede origine a molti dibattiti sul rapporto tra religione e filosofia tra i discepoli di Hegel. È un momento intermedio tra intuizione e concetto, come se il pensiero fosse gravato da elementi sensibili, infatti le religioni più basse sono più vicine alla ‘intuizione, e l’uomo man mano che progredisce si avvicina al concetto. Inoltre, le religioni antiche consistono in miti, mentre quando si progredisce i miti diminuiscono e aumenta la quota teologica, per cui la religione si libera via via dei legami con il mito. La rappresentazione è superiore all’intuizione sensibili in quanto lo spirito non si incarna in un singolo oggetto materiale, ma si è smaterializzato, anche se resta pur sempre rappresentato (vor stellung). La teologia è inferiore alla filosofia perché Dio è pensato come oggetto di coscienza, per questo nella religione è insita la coscienza infelice.
Il pensiero non riesce ad usare la dialettica e la ragione, perciò la religione si presenta le verità in forma di favola, infatti non riesce ad elevarsi all’eternità del concetto, ma procede attraverso determinazioni spaziali e temporali: la religione quindi rappresenta le verità in forma mitica collocandola spazialmente e temporalmente. La religione comunque si affida al principio di autorità. La religione usa l’immaginazione, quindi è per tutti, mentre la filosofia è per pochi; la religione permette a tutta l’umanità di entrare in contatto con l’assoluto (visione aristocratica del sapere).
FILOSOFIA: è un’idea che pensa se stessa, ovvero l’assoluto si auto conosce completamente e pensa se stesso; è pensiero di Dio in senso di genitivo soggettivo, ovvero Dio conosce se stesso; è “considerazione pensante degli oggetti”. Usando la ragione la filosofia ha il compito di determinare il presente, è “il proprio tempo appreso col pensiero”; la più alta consapevolezza che lo spirito e l’umanità ha di sé in una determinata epoca storia è data dalla filosofia e i pochi dotti sono l’avanguardia dell’umanità.
Filosofia e storia della filosofia coincidono, infatti la filosofia è la categoria eterna dello spirito che si sviluppa e completa attraverso le teorie dei vari filosofi: la filosofia è la storia della filosofia, ha sviluppo dialettico per cui ogni filosofia pensa di aver raggiungto la verità intera, che in realtà è unilaterale e verrà superata dalla filosofia successiva. Con Hegel la filosofia è giunta al suo culmine perché è una ricostruzione del percorso di tutte le filosofie precedenti. Infine, le diverse filosofie sono in realtà la stessa filosofia in diversi gradi di svolgimento.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email