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Hegel

Hegel è il maggiore esponente della corrente filosofica dell'idealismo: indirizzo di pensiero per cui la realtà esterna è una produzione del soggetto, non solo in senso teoretico ma anche in senso ontologico (la realtà è costituita dal soggetto). Si intende un soggetto trascendentale, non individuale, ma "l'idea", ovvero logos, ragione, spirito. Hegel nacque nel 1770 e morì nel 1831, di colera. Fu una delle maggiori personalità filosofiche del tempo, domò i decenni e fu un punto di riferimento decisivo per le filosofie dell'Ottocento. Gli scritti giovanili di Hegel hanno argomento religioso e politico. Il tema fondamentale, che si presenta dentro questa cornice religiosa, è il rapporto tra finito e infinito. Le opere principali di questo periodo sono la "Vita di Gesù", "La Positività della religione cristiana" e "Lo spirito del cristianesimo e il suo destino". Hegel considera l'Ebraismo una contrapposizione tra popolo ebraico e il suo Dio. Gli ebrei vedono in Dio un assoluto totalmente altro, distante dal mondo (finito) e che ha nei confronti degli uomini l'atteggiamento del giudice severo che ordina e punisce. Questa scissione tra finito e infinito è vissuta dagli ebrei come un rapporto di geloso esclusivismo verso il loro dio. Gli ebrei sono un popolo eletto da un Dio distante, sono separati e contrapposti al resto dell'umanità; essi avvertono un senso di timore verso la natura, dalla quale ricevono pericoli.

Questa caratterizzazione della religiosità ebraica è contrapposta alla religiosità che era diffusa nel mondo greco: i greci non si pensavano estranei ad una natura ostile e non vedevano gli dei come lontani e arcigni (gli dei erano la personificazione della natura e condividevano con gli uomini molte caratteristiche psicologiche). Quindi c'era un'armonia di rapporti tra dio e uomini e la religione greca era integrata alla dimensione civica. Questo rapporto di alterità tra Dio e popoli viene superato e ricomposto dalla figura di Cristo, perché Gesù è Dio che si fa uomo, così viene cancellata la distanza tra dio e uomo. Gesù viene a predicare una religiosità fondata sulla fratellanza, sul rapporto cordiale fra uomini. Gesù quindi ripristina l'armonia tra Dio e uomini e fra uomini stessi. Questo messaggio torna a irrigidirsi con la nascita del cristianesimo come religione positiva (che si traduce in Istituzione e dogmi), di conseguenza viene ripristinata una distanza tra divino e uomini. Dunque si pone il problema di una possibile conciliazione tra finito e infinito. Secondo Hegel, l'infinito (assoluto) non è qualcosa di separato e contrapposto al finito, ma è qualcosa che si realizza, si sviluppa e si compie attraverso il finito. La realtà è finita nei suoi vari ambiti, che sono tutti manifestazioni del divino, cioè dell'assoluto. L'infinito giunge a se stesso attraverso il finito, cioè facendo del finito altrettante tappe del suo sviluppo. Questo concetto viene espresso da Hegel con la frase "la sostanza è soggetto": la sostanza non è qualcosa di statico, ma diviene se stessa. Da questa premessa se ne ricavano diverse altre: la prima è che "il vero è l'intero", quindi la verità di qualcosa si coglie quando quell'entità è pienamente sviluppata. Inoltre, ogni cosa può essere conosciuta pienamente e può conoscersi pienamente solo nei rapporti che la legano alle altre cose. Ogni cosa singola non basta a sé stessa, ma rinvia alle altre cose ("Omnis determinatio, est negatio", Spinoza). Questo consente di ridefinire il significato dei termini astratto (cosa teorica) e concreto (la materialità della cosa). Per Hegel è il contrario: astratto è ab-stractum, ossia è ciò che è tolto dal tessuto di relazioni in cui vive, quindi considerato isolatamente; il concreto, invece, è questa considerazione relazionale, quindi il concetto della cosa vista nelle sue relazioni. Un'altra considerazione di Hegel è "Tutto ciò che è razionale è reale; tutto ciò che è reale è razionale".
Questa sostanza, che è soggetto (l'assoluto), è idea (ragione), ovvero tutta la realtà è lo sviluppo di una razionalità. Questa idea non può rimanere teorica: Hegel si ricollega al dovere essere Kant che, secondo Kant, può o non può realizzarsi. Per Hegel ciò che è razionalità non può non diventare realtà, perché questa ragione universale diventa se stessa. Il razionale non può, dunque, non concretizzarsi in forme di realtà. Reciprocamente, ciò che è reale è razionale. Hegel non dice che ogni aspetto della realtà è razionale, ma solo ciò che è significativo nella realtà. Se il vero è l'intero, allora la "scienza è sistema", cioè si conosce davvero qualcosa soltanto se la si comprende nel tutto di cui fa parte e un sistema è un insieme di totalità interconnesse, le cui parti funzionano collegate alle altre in questo tutto. Dunque si fa scienza solo se si coglie il tutto nei suoi legami interni. Il motore di questo sviluppo dell'idea è la dialettica. Questo "assoluto" Hegel lo chiama idea (ragione, Dio, spirito). L'idea inizialmente è idea in sé, quindi inizialmente l'idea è potenzialità non realizzata: possiede le sue potenzialità, ma non le ha ancora esplicitate. Questo "in sé" si realizza passando attraverso il negativo, il "fuori di sé", cioè il secondo momento, quello dell'auto-alienazione. E' quando l'idea diventa estranea a sé stessa e solo attraverso quest'auto-alienazione che comprende tutte le sue potenzialità ed è in grado di realizzarle pienamente. In sé e per sé portano al presso di sé, ossia la coscienza che la propria realtà è più complessa di quanto lo sia originariamente. Originariamente l'assoluto è in sé (logica), poi si aliena (la filosofia della natura) e diventa altro da sé, infine ritorna in sé (la filosofia dello spirito).
La filosofia di Hegel sorge al tramonto della civiltà perché per Hegel ogni epoca storica corrisponde ad una fase dello sviluppo dell'idea nel cammino che la porta a diventare spirito. La filosofia è perciò in grado di rivelare il significato concettuale, ovvero la funzione che essa ha svolto nello sviluppo dell'idea. Le grandi filosofie della storia hanno riassunto il significato di quell'epoca per lo sviluppo dello spirito. Hegel paragona la filosofia alla civetta, animale sacro a Minerva: come la civetta si leva al tramonto così la filosofia si leva al tramonto di un'epoca e ne esprime il significato in termini concettuali. Il motore del processo è la dialettica, che è un processo triadico, cioè costituito da tre momenti. I momenti della dialettica sono la tesi, l'antitesi e la sintesi. La tesi deriva dal verbo greco tithmi ed è la posizione della cosa. Secondo Hegel, la cui logica non è fondata sul principio di identità e non-contraddizione, ma sulla logica della contraddizione, porre la tesi significa porre il suo contrario, cioè l'antitesi. L'antitesi è un opposto implicato dalla tesi e quindi ad essa legato intimamente. Il confronto tra tesi ed antitesi porta alla sintesi. La sintesi, per Hegel, è "aufhebung", ossia superamento, ma al tempo stesso conservazione, perché la sintesi è la riproposizione della tesi passata attraverso l'antitesi.
La sintesi è dunque la tesi riproposta e arricchita dall'antitesi. L'esempio fatto da Hegel è quello del seme che si aliena, muore e nasce come fiore; il fiore dà luogo al frutto, il seme è contenuto nel frutto che ha esplicitato tutte le sue potenzialità. Questo processo Hegel lo ritrova in ogni singolo aspetto della realtà. La tesi è chiamato il momento intellettuale astratto. Hegel ridefinisce i termini di intelletto e ragione in modo speculare e inverso rispetto a Kant. Per Kant l'intelletto esercitava la funzione del conoscere all'interno della realtà fenomenica, consapevole dei propri limiti; la ragione era invece la facoltà dell'incondizionato, che pensava di superare i limiti dell'esperienza fino ad arrivare ad una conoscenza completa. Secondo Hegel è il contrario, perché l'intelletto è la facoltà che considera le singole entità isolatamente (distinte dalle altre, ciò che Hegel intende per astratto).
Quindi l'intelletto considera le singole cose per conto suo con una rappresentazione astratta. La tesi è il momento intellettuale astratto, perché l'intelletto la considera nella sua singolarità. L'antitesi è il momento negativo razionale: negativo perché l'antitesi è il contrario della tesi, e razionale perché per Hegel la ragione è la facoltà che ripristina i legami in cui ogni cosa è inserita e nei quali ogni cosa va spiegata: la facoltà che ricostruisce i legami. L'antitesi è razionale, perché è implicata dalla tesi stessa ed è il suo contrario; ed è razionale perché istituisce legami tra primo e secondo momento. La sintesi è il momento positivo razionale in cui l'antitesi è superata e conservata ed è pienamente espresso il legame tra i due momenti. Ogni sintesi è a sua volta la tesi di un successivo processo triadico. L'immagine della realtà di Hegel è a spirale: si ritorna sempre sugli stessi punti, ma in una dimensione via via più elevata.
La prima grande opera della maturità hegeliana è la "Fenomenologia dello spirito" che significa studio delle manifestazioni dello spirito. Segue il percorso attraverso cui lo spirito diventa cosciente di sé e la coscienza individuale raggiunge questa consapevolezza. Questo percorso dello spirito verso sé stesso viene seguito attraverso le sue incarnazioni storiche (figure); diverse manifestazioni dello spirito nel corso dell'autocoscienza che comprende cosa sa lo spirito, l'unità profonda di finito e infinito. I tre momenti della "Fenomenologia dello spirito" sono coscienza, autocoscienza e ragione.
Il primo momento della coscienza è quello della certezza sensibile, nella quale noi abbiamo la sensazione di un oggetto che identifichiamo come questo oggetto presente qui ed ora, davanti a noi. Questa sembra la conoscenza più certa e concreta: in realtà essa si rivela assolutamente astratta e indeterminata perché basta che noi cambiamo la nostra collocazione che l'oggetto svanisca. Noi in realtà non conosciamo l'oggetto, ma conosciamo una qualità generale che applichiamo agli oggetti davanti a noi (il questo), il qui e l'ora. Quindi ciò che conosciamo non è un oggetto concreto, ma coordinate universali e conosciamo noi stessi come fonte di queste coordinate universali, perché siamo noi che definiamo il questo, il qui e l'ora. Dalla coscienza si passa all'autocoscienza: da una conoscenza che sembra riguardare l'oggetto si passa al soggetto. Nell'autocoscienza compaiono le figure più note della filosofia di Hegel: la dialettica servo-signore e la coscienza infelice. Hegel afferma che un'autocoscienza è tale soltanto se viene riconosciuta da un'altra autocoscienza: noi non bastiamo a noi stessi nemmeno per identificarci, quindi l'altro deve riconoscerci. Questo riconoscimento ha bisogno dello scontro con l'altra autocoscienza: il confronto tra soggetti si configura come una lotta che ha in posta la vita stessa.
Questa lotta si risolve nel momento in cui, di fronte alla lotta, una delle due autocoscienze si ritrae e decide di sottomettersi all'altra, divenendo quindi serva dell'altra, che diventa il signore. Si instaura, perciò, un rapporto schiavistico. Questo rapporto è dialettico perché inizialmente il servo è totalmente sottomesso e dipendente dal signore ma, nello sviluppo di questo rapporto, è il signore a rivelarsi dipendente dal servo perché da lui riceve ciò che ha bisogno per vivere e il lavoro del servo produce ciò che il signore consuma. Il signore si limita solamente a consumare i beni mentre il servo li produce con il lavoro e con esso trasforma la materia e le dà forma proiettando qualcosa di sé nella materia. Quindi, facendo così, il servo comprende meglio sé stesso e si avvia a un grado di autoconsapevolezza rispetto al signore. Questa figura del servo-signore è stata interpretata in chiave marxista come funzione per quella che sarà la lotta sociale. In questo modo il servo rovescia il rapporto col signore e afferma la propria indipendenza rispetto alle cose. Le figure filosofiche di questa indipendenza sono lo stoicismo e lo scetticismo. Lo stoicismo intende corazzare il saggio rendendolo insensibile rispetto a ciò che gli accade intorno (il saggio stoico raggiunge l'atarassia). Lo stoico, quindi, raggiunge la libertà interiore, ma non nega l'esistenza della realtà esterna.
Questa negazione invece è propria dello scetticismo, perché è l'atteggiamento filosofico secondo il quale non esiste alcuna verità oggettiva: lo scettico mette in dubbio tutto e nega la realtà oggettiva. Facendo ciò lo scettico entra in contraddizione con sé stesso, perché nel dire che non esiste alcuna verità propone questa affermazione come la verità. Questa contraddizione si estende ad una più generale scissione della coscienza da cui deriva l'infelicità della coscienza. La coscienza è infelice proprio perché si avverte scissa rispetto al tutto (alla realtà che le sta al di fuori), cioè la coscienza si trova nella medesima condizione della religiosità ebraica: gli ebrei si consideravano nulla rispetto ad un tutto assoluto che era il loro Dio, giudice severo, inaccessibile.
La coscienza infelice si avverte nella sua finitezza rispetto al tutto: il superamento di questa condizione si ha con l'approdo alla ragione. Per Hegel la ragione è la facoltà che ricostruisce i legami tra le cose. La ragione consente alla coscienza di comprendersi come parte e manifestazione del tutto. L'assoluto non appare più come una potenza estranea e trascendente rispetto alla singola coscienza. La singola coscienza si riconosce come manifestazione di questo assoluto. Quindi non c'è più distanza tra finito ed infinito perché infinito è un espressione dell'infinito: il legame è quindi ricucito come il rapporto, in Spinoza, tra modi e sostanza con i suoi attributi. Questo consente alla coscienza di superare la scissione e dunque l'infelicità e riconoscersi come parte della ragione universale.
La summa del sistema hegeliano è contenuta nella Enciclopedia delle Scienze filosofiche in compendio. Le singole parti del sistema sono oggetto di trattazioni specifiche, alcune fatte da Hegel, altre raccolte dai discepoli che si servivano degli appunti presi durante le lezioni. Al momento dell'idea in sé corrisponde la logica che Hegel paragona a Dio prima della Creazione, ossia l'idea che darà origine al mondo. L'idea della costituzione della struttura razionale nella logica è considerata solo nella sua fisionomia concettuale. La logica studia l'architettura razionale del mondo e si articola in logica dell'essere, logica dell'essenza e logica del concetto. Secondo la logica dell'essere il concetto fondamentale da cui deve muovere il pensiero è quello dell'essere, privo di determinazioni, quindi nella sua forma pura. Questo essere è però indeterminato, proprio perché privo di determinazioni, coincide e si converte nel nulla.
La tesi è l'essere, l'antitesi è il nulla, il legame dialettico tra tesi e antitesi da luogo alla sintesi del divenire: l'uscir fuori di sé dell'idea è la natura e la filosofia della natura è il secondo momento della filosofia hegeliana. Hegel stesso parla della natura come una contraddizione insolita, perché la natura si origina dall'idea ed è quindi divina, ma d'altra parte il suo essere è inadeguato rispetto all'idea: la natura è esteriorità e Hegel la considera una decadenza dell'idea da sé stessa. Quindi da un lato è un momento indispensabile dell'idea, dall'altro si oppone come una decadenza dell'idea. Le parti della filosofia della natura sono la meccanica, la fisica e l'organica. Il punto più elevato dell'organica è la vita animale e quindi l'uomo nella sua dimensione biologica. In relazione all'idea che si fa soggetto, la filosofia dello spirito si svolge attraverso i momenti dello spirito soggettivo, oggettivo e assoluto. Lo spirito segue un processo ascendente in cui ciascun grado è ricompreso in quello superiore e ciò vale per l'individualità dello spirito oggettivo che va inclusa e inserita organicamente nella dimensione soggettiva (felicità) e nello stadio supremo, cioè lo stato. Lo spirito soggettivo si articola in antropologia, fenomenologia e infine psicologia. L'ultimo momento della psicologia è lo spirito libero, cioè l'individualità che si è costituita in quanto volontà libera. Ancora una volta però la libertà individuale non può liberarsi e essere realizzata se non nella dimensione oggettiva; quindi dallo spirito soggettivo si passa allo spirito oggettivo, i cui momenti sono il diritto, la moralità e l'eticità. Il diritto ha come suo primo momento la proprietà: cioè la volontà individuale si afferma innanzitutto nell'acquisizione di un bene, ma la proprietà è tale solo se viene riconosciuta dagli altri. Questo riconoscimento sostituisce il momento del contratto, che è una procedura che sancisce la legittimità di un proprio possesso. Il contratto si espone alla possibilità della violazione e quindi la proprietà va inserita in una cornice di norme che prevedono sanzioni per chi viola tali norme. Il terzo e ultimo momento del diritto è il diritto contro il torto (o diritto in sé). Fin qui ci siamo mossi nel campo dell'esteriorità. Secondo Hegel però questa esteriorità della norma va superata con la sua interiorità, quindi passando dal campo del diritto a quello della moralità.
La moralità consiste nell'interiorizzare la norma. Quindi la morale si esprime come intenzione (ossia convincimento razionale della necessità morale di un certo comportamento). Tuttavia l'intenzione è qualcosa di astratto per Hegel così come astratta è l'idea del bene come semplice dover essere. Hegel è molto critico contro la moralità kantiana: infatti, la morale in Kant non prescrive comportamenti specifici, ma è una morale dell'intenzione (dice come ci si deve comportare). Questo formalismo per Hegel è un'inaccettabile astrattezza: per Hegel non può esistere un dover essere assoluto che non diventi reale. La dimensione in cui la morale diventa sostanziale è la dimensione collettiva, quella dell'eticità, che è la dimensione in cui il bene si realizza nelle istituzioni e i suoi momenti sono la famiglia, la società civile e lo stato. La famiglia si costituisce attraverso il matrimonio, il patrimonio (condivisione dei beni) e la condivisione dei figli. L'educazione dei figli è il momento in cui la famiglia confluisce nella società. Questa educazione si sviluppa in relazione alle norme sociali. La società civile è il luogo di una delle riflessioni più ricca di sviluppi perché la si descrive come teatro della concorrenza economica tra gli individui che agiscono, come atomi, in competizione rivolta al soddisfacimento dei bisogni. Hegel però non è un pensatore liberale, cioè non esalta questa concorrenza come benefica. Secondo Hegel, invece, questa conflittualità va organizzata per evitare esiti degenerativi. Della società civile fanno parte l'amministrazione della giustizia, la polizia e le corporazioni, che agiscono per disciplinarla. Nella società civile la logica della competizione economica porta alla formazione delle classi sociali, che sono tre: la classe sostanziale (o naturale), che è quella degli agricoltori che ricavano dalla terra i loro beni; la classe formale, quella degli artigiani, industriali e commercianti ed è formale perché gli esponenti che la costituiscono danno forma ai prodotti della natura; la classe universale della burocrazia, quella dei funzionari pubblici che si occupano degli interessi generali. Hegel sembra intuire il peso della crescente burocrazia, che poi sarà sottolineato un secolo dopo da Max Weber.
Lo stato è il momento culminante dell'epicità.
Ad Hegel è stata rivolta l'accusa di "statolatria" (una sorta di idolatria per lo stato) perché, per Hegel, lo Stato è l'ingresso di Dio nel mondo. Egli intende che negli Stati storicamente significativi si incarna ("si fa mondo") lo spirito. Quindi Hegel distingue e tende a identificare lo spirito del mondo che si realizza nelle diverse epoche, facendosi spirito del tempo, e incarnandosi nei popoli che sono più significativi per quella epoca storica, facendosi anche spirito del popolo. Il popolo però vive e trova organizzazione solo all'interno dello Stato. Fuori da esso il popolo è un'astrazione informe, anzi non esiste perché lo Stato fonda gli individui, che assumono in esso identità di cittadini e trovano nello stato la sostanza etica (lo stato è la sostanza etica consapevole di sé). Per questo i vari Stati non nascono da un'elaborazione a tavolino, ma rappresentano lo spirito del popolo tradotto in norme. Lo stato di cui parla Hegel è uno Stato organico (Hegel ha una concezione organicistica): i singoli valgono solo nello Stato e per lo Stato, ossia per le funzioni che svolgono ai fini del funzionamento dello Stato. I singoli sono subordinati allo Stato ed è quest'ultimo che ha valore, non i singoli.
Hegel ha inoltre una concezione democratica, perché il popolo non esiste fuori dallo Stato. Tuttavia quello hegeliano è uno Stato di diritto, il cui primato spetta alla legge e per Hegel la forma di Stato più razionale è la monarchia costituzionale, in cui il monarca, l'esecutivo e il legislativo rappresentano la monarchia. Non si fonda sull'ipotesi della contrattualità: lo Stato precede qualunque formazione etica degli individui. Questo Stato non è subordinato ai principi morali né può esistere un diritto internazionale che regoli con norme i rapporti tra gli stati perché richiederebbe un potere superiore agli stati che lo facesse rispettare. Ma questo potere non esiste, quindi la forma di regolazione dei rapporti tra gli Stati è la guerra e siccome gli Stati sono conflittuali, la condizione di guerra è inevitabile. Hegel polemizza la concezione della pace perpetua di Kant che considera non solo inattuabile, ma anche dannosa perché "come il movimento dei venti preserva il mare dalla putredine, così la guerra preserva i popoli dal cristallizzarsi".
La pace fa ammalare i popoli, la guerra invece li fa tenere in vita e in salute. Gli Stati sono i soggetti storici per eccellenza e nella storia si realizza lo spirito verso l'in sé e il per sé. Il senso di questo cammino è la progressiva affermazione della libertà: l'assoluto, realizzandosi, raggiunge la sua piena libertà e di fatti, secondo Hegel, le tre grandi epoche della storia (mondo orientale, greco-romano e germanico) seguono il percorso della libertà perché nel mondo orientale solo il sovrano è libero, nel mondo greco-romano solo alcuni (i cives), nel mondo germanico tutti gli uomini vengono considerati liberi; libertà che si realizza nello Stato. Quindi individui e popolo sono strumenti dello spirito che realizza sé stesso per loro tramite. Soltanto alcuni individui, gli individui cosmico-storici, gli eroi della storia, incarnano in sé le esigenze di progresso dello spirito e quindi possono operare contro il loro tempo perché annunciano il progresso dello spirito e l'approdo alla nuova epoca. A tal proposito, individui simili furono Alessandro Magno, Cesare, Napoleone. Ciascuno di questi opera con le proprie ambizioni e capacità, di cui si serve la ragione per raggiungere i propri fini (astuzia della ragione).
Per un'eterogenesi dei fini, attraverso gli individui che operano per le proprie ambizioni, la ragione progredisce nel suo sviluppo per l'affermazione della sua libertà. L'ultima sezione della filosofia di Hegel è la filosofia dello spirito assoluto. E' il momento in cui l'idea, fattasi spirito, giunge alla piena consapevolezza di sé e comprende la propria assolutezza. Essendo tutto ciò che esiste spirito realizzato, nulla esiste fuori dallo spirito e pertanto lo spirito è libero da ogni condizionamento. Lo spirito acquisisce questa consapevolezza di sé attraverso lo sviluppo storico dei tre saperi fondamentali, che sono l'arte, la religione e la filosofia. Queste tre forme di sapere condividono il medesimo contenuto ma lo esprimono in forma diversa. La forma propria dell'arte è l'intuizione sensibile: l'assoluto è colto immediatamente, con un atto intuitivo, che si traduce in materia sensibile. Hegel distingue, a tal proposito, tre momenti nella storia universale dell'arte: arte simbolica (pre-ellenica), classica (greco-romana) e arte romantica. Infine arriva anche alla diagnosi della morte dell'arte: nell'età contemporanea il contrasto tra il contenuto spirituale e l'inadeguatezza della sua espressione in forma artistica è tale da far parlare Hegel di un'incapacità dell'arte di svolgere la sua funzione spirituale.
La religione esprime l'assoluto sotto forma di una rappresentazione di qualcosa che sta tra l'intuizione sensibile e il concetto, e si usa di simboli, metafore e immagini che non riescono a render conto adeguatamente dello spirito tanto che le religioni finiscono con il rifugiarsi nella non-definizione dell'assoluto come imperscrutabile. Le inadeguatezze dell'arte e della religione vengono superate nella filosofia. La religione, come ogni antitesi dei momenti dialettici, viene conservata e superata nella sintesi, che è la filosofia. La filosofia è il sapere in cui lo spirito è del tutto trasparente a sé stesso, si realizza pienamente. Essendo lo spirito ragione, la modalità congrua all'espressione dell'assoluto è il concetto, ossia la filosofia. In Hegel filosofia e storia della filosofia coincidono. La filosofia, che è ultima nel tempo ed è il risultato di tutte le filosofie precedenti, deve raccogliere i principi di tutti i sistemi di pensiero e quelli più importanti per un'epoca sono i momenti dello sviluppo dell'assoluto. Fare storia della filosofia significa fare la storia dell'assoluto, quindi fare filosofia. Storia, filosofia e storia della filosofia in Hegel coincidono e l'implicazione logica che Hegel esplicita è che la sua filosofia, essendo l'ultima nel tempo e quella in cui l'assoluto si sa, dovrebbe essere anche l'ultima. La filosofia ultima è la totalità delle forme. Hegel sembra dire che la filosofia finisca con lui perché ha raggiunto il suo compito di dimostrare lo sviluppo dello spirito.

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