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Hegel

Idealismo

Introduzione Romanticismo: Pone il proprio fondamento nella ragione idealista, completamente diversa da quella precedente: una ragione infinita, assoluta del totale; che tratta dei vecchi e grandi problemi di senso che l’Illuminismo aveva crudamente eliminato. La metafisica riprende forma subito dopo la filosofia moderna, che aveva imposto dei limiti ben precisi e stretti su di essa. Si tratta di una metafisica diversa però da quella greca. L’uomo può conoscere la realtà anche attraverso alcuni aspetti simbolici e metaforici che la conoscenza scientifica non può assolutamente dare, ovvero l’arte. Il Poeta è in grado di conoscere la realtà, andando più a fondo di quando la logica e la scienza possa fare.
L’Illuminismo aveva attuato una sorta di cesura storica tra quello che era venuto prima e quello che verrà dopo: tutta la storia precedente, principalmente medievale, veniva considerata l’età della barbarie e come tale andava rifiutata e dimenticata. Il Romanticismo invece volle recuperare tutta la storia, in particolare quella medievale, che lo ha preceduto: la storia risulta essere una manifestazione dell’assoluto, dentro la storia si rivela un significato della realtà immanente (all’interno dei valori dei popoli che non va assolutamente denigrato) e trascendente (la storia porta in sé un significato provvidenziale divino che si realizza nel corso della storia stessa). Nel Romanticismo viene anche recuperata la religiosità, intesa sia come panteistica sia come storica (Dio entra a far parte della storia umana dandogli un significato ed un valore inaudito).

Introduzione Idealismo: Movimento di espressione filosofica del romanticismo. La filosofia di Kant viene messa in discussione a partire da un problema fondamentale che ha sollevato: il rapporto finito-infinito, il rapporto fenomeno-noumeno. Tutta la filosofia di Kant gira intorno a questo dualismo, tra fenomeno e cosa in sé, che viene messo in discussione dall’Idealismo. Vi sono molti autori che fanno parte di questa scuola filosofica post-kantiana chiamata Idealismo, i cui maggiori esponenti sono: Fichtel (1762-1814), Schelling (1775-1854) ed Hegel (1770-1831). Esaminarono la filosofia di Kant e ritennero che essa risulti essere insoddisfacente: la filosofia post-kantiana nasce dalla critica alla stessa filosofia kantiana.
1° Caposaldo
Kant è caduto in contraddizione (prima contraddizione) distinguendo fenomeno e noumeno. La contraddizione sta nel fatto che Kant da un lato ha affermato che la cosa in sé è inconoscibile, noi possiamo conoscere solo il fenomeno, l’oggetto in noi. Se la cosa in sé fosse davvero inconoscibile, non dovremmo nemmeno parlarne. Se la cosa in sé si sottraesse alla conoscenza umana l’uomo non potrebbe nemmeno affermarne l’esistenza. Da un lato Kant afferma la sua esistenza e dall’altro ne afferma l’incomprensibilità. (Kant in realtà affermò la sua pensabilità, piuttosto che la sua esistenza.) Tuttavia gli idealisti ritenevano questa concezione contraddittorio: se non la conosco non posso affermarne in esistenza. Questa è la contraddizione in cui Kant cade.
Una seconda contraddizione avviene nella distinzione tra fenomeno e noumeno: sembra quasi che il fenomeno, oggetto nel soggetto, sia il risultato di una copia del noumeno, oggetto in sé. Come faccio ad affermare che il fenomeno sia una copia del noumeno, se il noumeno non lo conosciamo? Potremmo affermarlo se conoscessimo il noumeno. Non si può dire che sappiamo che un certo ritratto sia una copia senza conoscere l’originale. Ma la conoscenza del noumeno Kant la nega. Alcuni hanno interpretato questo dualismo come dualismo gnoseologico, mettendone in luce la contraddizione. I grandi dualisti gnoseologici affermavano che: ”Noi non conosciamo l’essere ma le idee che stanno dentro di noi”; dopo di che avveniva il grande problema di arrivare all’esterno a partire dall’interno. Cartesio ci era riuscito passando attraverso Dio. Hume aveva invece rifiutato la conoscenza della realtà. Ma Kant non rispecchia questo processo, egli rifiuta il processo dall’interno all’esterno: a priori rifiuta la conoscenza dell’essere, ma già affermando l’incomprensibilità Kant va oltre le idee, parlando dell’essere stesso. Altri salvano Kant affermando che il fenomeno non è esattamente l’oggetto interno, ma è l’oggetto esterno mediato attraverso il soggetto: il fenomeno è l’oggetto reale, rappresentato da noi stessi e che quindi non conosciamo realmente. Tuttavia queste due concezioni del fenomeno sono ambigue: non è possibile affermarle insieme, o il fenomeno è l’oggetto interiore dell’uomo o è la rappresentazione interna dell’oggetto esterno. In ogni caso il dualismo fenomeno-noumeno è comunque un dualismo, poiché la conoscenza si ferma al fenomeno e rimane quindi la contraddizione tra noumeno e fenomeno iniziale.
La terza contraddizione risiede nel divieto dell’uso del principio di causa in senso ontologico. I critici di Kant mettono in luce un’ulteriore contraddizione. Kant affermava la conoscenza del solo fenomeno, costituita dalle forme a priori e dalla materia, dati sensibili ed empirici provenienti dalla cosa in sé. Secondo i critici Kant usa il principio di causalità in senso ontologico, processo che lui stesso aveva negato. Affermando che la cosa in sé è la fonte dei dati empirici è come se affermasse che la cosa in sé è la causa di questi dati empirici. La causa ontologica dei dati empirici è la cosa in sé stessa. Da un lato Kant nega il valore ontologico del principio di causalità, dall’altro ne fa uso.

Il concetto di cosa in se è contraddittorio perché se la cosa fosse veramente in sé e fosse indipendente dal pensiero noi non ne avremmo nemmeno il concetto. Il fatto di averne il concetto ne nega la proprietà di essere in sé.
2° Caposaldo
Identità tra pensiero ed essere. Affermazione dell'idealismo. Parentesi storica:
1. Realismo antico medievale: pensiero ed essere sono distinti e sono due, tuttavia il pensiero è in grado di conoscere l'essere.

2. Filosofia moderna: il pensiero e l'essere sono distinti e sono due, tuttavia il passaggio dal pensiero all'essere è da dimostrare. Il pensiero è indubitabile, l'essere è dubitabile. Da qui bisogna arrivare ad affermare l'essere. Cartesio troverà il tramite in Dio.
Kant: distingue il Fenomeno dal Noumeno. Dualismo fenomenista, l'essere bella sua intellegibilità intrinseca non possiamo conoscerlo (influenza Humiana).
3. Idealismo: l'affermazione comune delle due precedenti idee è la distinzione tra pensiero ed essere. Questa distinzione tra pensiero ed essere, il dualismo, è assurda. Comunque si metta la questione del rapporto tra essere e pensiero è indubitabile che l'essere è pensato dal pensiero stesso. Non c'è nessuna realtà esterna al pensiero, tutto è pensabile, non c'è altro fuori dal pensiero. L'essere è essere del e nel pensiero, il pensiero è il pensiero dell'essere, c'è identità tra i due. È assurdo affermare che ci sia qualcosa oltre all'essere pensabile, perché non è pensato, che è pensato dal pensiero stesso che quindi lo contiene. Pensiero ed essere in realtà sono una cosa sola. L'essere esiste ma è sempre e inequivocabilmente pensato dal pensiero.
3° Caposaldo
Il pensiero è produttivo, è creativo dell'essere. Dal pensiero dipende l'essere, perché lo genera. Togliamo il pensiero e annulleremo l'essere. Pensiero e essere sono identici sia ontologicamente che gnoseologicamente. La produttività non è solo gnoseologica, di verità, ma anche ontologica, di esistenza. Tutto ciò che esiste è un'incarnazione del pensiero, non esiste una realtà indipendente dal pensiero. Non esiste ciò che non è pensato. (Guido:”È molto discutibile. Un conto è dire che senza luce un oggetto non è illuminato e non posso vederlo, un conto è dire che senza la luce l'oggetto non esista. Non è la luce che lo fa esistere, è la luce che lo rende conoscibile.”)
Panteismo idealistico: tutto è logos, idea. È tutto spirito (non materia) è dallo spirito che si genera la materia, dal pensiero di genera l'essere. Non ci sono analogie, sono univocisti: tutto è pensiero, tutto è logos, un logos assoluto e necessario che risolve in se il problema dell'essere.
4° Caposaldo
Il pensiero è tutto, infinito, assoluto e divino. Panteismo idealista. Coincidendo il pensiero e l'essere, il pensiero assume la caratteristica di assoluto, di eterno e di divino. Non è un divino inteso come Dio "religioso", è un divino assoluto che si autogiustifica: il pensiero è un pensiero immanente, è il principio di realtà e svolgimento dell'essere stesso. Non c'è materia esterna al pensiero, il pensiero è tutto. Se il pensiero non fosse tutto, sarebbe una parte, ma se fosse una parte ci sarebbe qualcosa d'altro. Ma questa parte fuori dal pensiero sarebbe la cosa in sé, indipendente dal pensiero, un concetto che per gli idealisti di per sé è assurdo. Non si può isolare o astrarre dal pensiero, non è limito. Se fosse limitato si ritornerebbe all'affermazione della cosa in sé, che va negata. Tutto è pensiero. Ne consegue che l'io penso kantiano è un io penso trascendentale e logico che si traduce in un entità ontologica intesa come soggetto universale, totale. Tutto è pensiero, la realtà è pensiero, l'essenza delle cose è il pensiero stesso. Le cose hanno un essenza razionale reale. L'uomo è quel luogo dell'essere in cui l'essere diventa cosciente di se, grazie al pensiero. Che la realtà sia pensiero diventa esplicito solamente nell'uomo, la razionalità dell'essere si trova dimostrata nell'uomo, che è autocoscienza della razionalità dell'essere. Il finito è una modalità di manifestazione dell'infinito, la parte lo è del tutto, l'uomo di Dio.

Hegel
Introduzione: Rappresenta uno dei maggiori esponenti dell'idealismo. (Pg454). La sua vita fu interessata soprattutto da caratteri di tipo culturale, politico e religioso, da cui nasce il forte interesse per la teologia. Egli dedica il suo studio al rapporto con la religione, il cristianesimo; la sua filosofia è incomprensibile a prescindere dal contatto con il cristianesimo. Si può dire che abbia voluto tradurre il cristianesimo in chiave filosofica e logica. Ebbe un senso della storia molto acuto e accentuato, è uno dei primi autori ad aver compreso che anche la storia è oggetto della riflessione filosofica. L'essere si manifesta storicamente e temporalmente, quindi non si può prescindere dalla riflessione sul tempo. La filosofia è il proprio tempo pensato. Per capire il senso dell'essere bisogna essere consci di ciò accade.
1° Caposaldo: rapporto finito-infinito. Tutto è pensiero e pensiero è tutto. Esiste una totalità costituita da più parti, e questa totalità corrisponde all'infinito immanentisticamente, infinito che è composto da più parti, il finito. Tra finito e infinito c'è una sorta di identità, nel senso che l'infinito è la totalità del finito e il finito è parte dell'infinito. Il tutto vive nelle parti e le parti vivono nel tutto. Le cose non sono solamente individuale ma sono anche manifestazione finita dell'infinito. Le cose sono la realizzazione materiale del pensiero, non sono solo materia, ma sono costruzione della spiritualità del pensiero. Il finito non è reale, l'infinito è reale, il finito è invece ideale. È ideale nel senso di astratto, qualcosa che non corrisponde alla verità della realtà. La verità è che sia finito che infinito esistono, ma il finito esiste solamente dentro la totalità. La parte da sola è astratta, non esiste al di fuori della totalità.
Esempio del mare: le onde del mare non esistono al di fuori e sono manifestazione finita della totalità del mare.
2° Caposaldo: identità tra pensiero e essere, tra ragione e realtà. "Tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale". C'è un identità necessaria tra pensiero e essere, la realtà non è materia empirica illogica e inintellegibile, la realtà contiene in sé la razionalità realizzata. Il pensiero è ontologico, e tutto è pensiero. Tutto ciò che esiste è pensiero. L'uomo è l'autocoscienza dell'essere nella sua razionalità. L'uomo è l'essere in cui lo stesso essere si rende conto della propria razionalità intrinseca.
L'io penso era un io logico per Kant. Ma coincidendo la logica con l'ontologia, diventa un io anche ontologico. La realtà è pensiero e il pensiero coincide con la totalità del reale, è concreto. Non è il pensiero determinato di qualcuno, è un pensiero totale dell'essere che giunge nell'uomo come esplicitazione di se stesso. Non esistono i diversi pensieri dell'uomo, esiste un pensiero totale che si manifesta in ogni uomo individuale. L'identità pensiero ed essere si traduce nella necessità dell'esistenza dell'essere. Il tutto è un'entità razionale e necessaria. Tutto è così come deve essere, giustificazionismo. Visione ottimistica dell'essere: tutto va come deve andare, tutto è bene perché fa parte di una logica razionale dell'essere, anche ciò che sembra male non lo è. Tutto ciò che accade ha una certa motivazione razionale ed è buona. Tutto è positivo: solamente considerando le parti senza la totalità possiamo trovare la negatività, negatività che però diventa comprensibile se la parte viene considerata come parte all'interno del tutto.
Gli idealisti sono dei metafisici del pensiero.
3° Caposaldo: la realtà è divenire. Il pensiero e l'assoluto è divenire. Il concetto di divenire è concetto cardine della filosofia hegeliana. La realtà è una totalità processuale necessaria. La realtà è un assoluto diveniente di se stesso, la realtà è auto diveniente, poiché è assoluto. Essendo assoluta non deriva da altro e di conseguenza il divenire si auto da nell'essere, non può essere dato ad alcun altra cosa al di fuori della totalità che è assoluto. La realtà, essendo assoluta, si autoesplica, si autocrea, autodiviene, si autoafferma. Non c'è bisogno della trascendenza, di un essere spirituale superiore, per giustificare il divenire, poiché il divenire è un divenire autoprodotto e autogiustificato. "Il vero è l'intero (totalità); ma l'intero è soltanto l'essenza che si compie mediante il suo sviluppo. Dell'assoluto si deve dire che è essenzialmente risultato, che esso solo alla fine è ciò che veramente e; e proprio in questo consiste la sua natura, nell'essere, realtà effettiva, soggetto o divenire di se stesso". "L'assoluto è il circolo che presuppone ed ha all'inizio la propria fine come proprio scopo (la fine è già presente all'inizio come intenzione finalizzata) e che solo con la propria attuazione e la propria fine è effettivamente reale". La realtà è attuazione del pensiero. Il pensiero si realizza nel divenire, non è un divenire illogico ed empirico, è un divenire di un logos immanente, che presiede al dinamismo della realtà, di una realtà che come totalità si autogiustica nell'assolutezza. Le cose procedono in direzione di un fine che è già presente all'inizio, e funge da guida. La realtà è un circolo di circoli. Si autocompie e autogiustifica in virtù di un movimento che si realizza in se stesso: la fine è la realizzazione dell'essere, ma la fine si ritrova nell'inizio dell'essere. Ma qual è il fine dell'assoluto? È l'autocoscienza. La realtà è un divenire che si realizza nella autocoscienza. Autocoscienza che si realizza all'interno dell'uomo che è il luogo dove si manifesta la maggior razionalità dell'essere. La realtà è tutto, che tende al fine della coscienza di sé, e ciò accade concretamente all'interno del pensiero umano. L'uomo è il luogo di automanifestazione dell'essere, e ne è il fine. La realtà è l'automanifestazione del pensiero. Nell'uomo questa manifestazione è ancora più evidente, grazie alla sua autocoscienza. Panteismo, spiritualismo ed immanentismo. La razionalità, il pensiero permane in tutte le cose che sono nella realtà, in modo sempre più evidente, fino ad arrivare all'uomo, in cui giunge a coscienza. Questo è il fine della realtà: manifestarsi in modo talmente evidente da giungere all'autocoscienza, giunge ad arrivare ad una manifestazione tale da autopensarsi e ciò accade nell'uomo. È quindi l'uomo, essendo il culmine, il vertice della manifestazione del pensiero dell'essere, il fine della realtà.
4° Caposaldo: dopo aver detto che la realtà è autopensiero esplicante, fino al vertice umano, in una situazione autodiveniente panteistica immanentistica, qual è la legge di questo divenire razionale e necessario? Esiste una struttura, una logica? È possibile individuarne la dinamica? Si. Legge della Dialettica (pg 459-460). La dialettica è la legge dell'assoluto, e quindi del pensiero, della realtà. È una legge gnoseologica e ontologica. Le legge della realtà è triadica (influsso del concetto di trinità cristiano):
1. Tesi (a);
2. Antitesi (negazione di a);
3. Sintesi (negazione della negazione di a);
Per conoscere l'esistenza e la conoscenza di “a”, si rimanda necessariamente a “non a”, cioè a tutto quello che non è “a”. Ma “a” e “non a” non possono stare l'uno senza l'altro, non esistono da soli, esistono solo in un'unità.
Il divenire della realtà parte da un preciso momento della realtà e si può partire da qualsiasi cosa finita e particolare della realtà stessa. Le cose particolari esistono, ma non sono la totalità, sono solo una determinazione finita della realtà. Ma se esistono le parti, che non sono tutto, per essere comprese nella realtà (e lo sono perché esistono) devono essere messe in rapporto con tutto ciò che quelle parti non sono. Per capire “a” devo metterlo in relazione con tutto ciò che non è “a”, e quindi non “a”. Per capire “a”, non basta dire che “a” è “a”, perché l'identità delle cose con se stesse non aggiunge nulla, è inutile. Per capire veramente ciò che è “a”, bisogna necessariamente metterlo in relazione con tutto ciò che esso non è, e cioè “non a”. È la negazione della determinazione rispetto alla determinazione. Un particolare per essere compreso deve essere messo in relazione con il suo opposto, cioè con ciò che non è. Secondo gli idealisti la realtà è basata sugli opposti: il caldo, per essere compreso, deve essere messo in relazione con il freddo, e cioè ciò che non è caldo. Questo è il secondo momento dell'antitesi: è la contraddizione, la realtà deve essere vista in termine della contraddittorietà, la contraddizione è la molla del divenire. Ma non ci può fermare qui. Il contrasto non è tra due parti indipendenti: è un'opposizione che si da in termini di relazione. Ciò che propriamente è, è l'unicità degli opposti. “A” e “non A” non sono indipendenti, ma sono legati, e propriamente parlando non esistono le parti, ma esistono le parti nella totalità. Una parte senza l'altra è solamente un concetto astratto e non esiste. Non esiste la parte e la sua negazione ma la relazione tra le due parti, che coesistono, si completano e non potrebbero esistere senza l'altra. Il filosofo è colui che non vede solo la parte, ma l'unione delle parti: non capire che la parte è una parte nel tutto è una visione superficiale. Le parti esistono solo nel tutto, non sono separabili dalle proprie opposte e sono legate necessariamente ad esse. Nella sintesi si recupera una “a”, grazie alla doppia negazione, ma non è la stessa “a” di prima: è una “a” più densa e più vera contenutisticamente, verità che si guadagna solamente nel processo appena descritto. Aufhebung: toglimento e conservazione. Ciò avviene nella sintesi: vi è “a” e la negazione di “a” unite insieme. Si toglie prima “a” con l'antitesi e successivamente viene conservata poi con la sintesi e la doppia negazione. Tutto ciò però è necessario per avere una visione filosofica superiore, una visione che comprende le cose, ma non come cose in se, visione superficiale, come cose nel tutto, visione filosofica. Questo processo si compone di tre momenti:
1. Momento astratto intellettuale: il tutto sta alla parte, come l'infinito alla parte, come la ragione all'intelletto. La parte è il finito e viene studiato dall'intelletto. Quindi il primo momento è intellettuale, in quanto si studia una parte, ma è astratto, poiché non si coglie la cosa nella totalità, ma la cosa da sola.
2. Momento negativo razionale: si giunge all'infinito negativamente. Si ha il non finito, e non l'infinito, che viene colto in termini negativi. Non è colto l'infinito in sé, ma la negazione del finito.
3. Momento positivo razionale: si raggiunge l'infinito, il tutto, come totalità delle parti. Si capisce l'infinito come unità di tutte le parti, si coglie l'infinito positivamente.
Il movimento è circolare: si parte dalla tesi e si arriva dalla tesi, arricchita e approfondita durante il percorso. Questo movimento circolare è ripetitivo: una volta finito un circolo, dalla sua fine ne inizia un altro. Tutto è un circolo continuo. Essendo il fondamento immanente non può che essere così: il tutto è un infinito chiuso che contiene circoli particolari che si rimandano in continuazione, che continuano all'infinito senza rimandare ad altro che il tutto. Se così non fosse il tutto non sarebbe tutto.


Fenomenologia dello spirito
È un uomo molto colto, conosce sia la teologia che la scienza. Non si può intraprendere studi scientifici senza avere la visione del tutto, che può dare solo la filosofia, teologia e l'arte.
L'opera è suddivisa in due parti di triade dialettica:
1. Coscienza, autocoscienza e ragione
2. Spirito, religione e sapere assoluto.
Le componenti delle triadi dialettiche sono a loro volta definite da triadi dialettiche:
1. A. Coscienza (immedesimazione nell'uomo comune): coscienza sensibile, percezione ed intelletto. L'uomo ha coscienza dell'essere al di fuori di sé, prima sensibilmente, cioè è reale ciò che vedo e ciò che tocco. Ma non ci si può fermare al senso comune della sensazione per raggiungere la verità.
B. Entra quindi in gioco il soggetto, autocosciente, senza il quale l'oggetto non esisterebbe. Non vi è realtà se non c'è soggetto pensante. Ha due figure dialettiche: Signoria/servitù, Stoicisimo e scetticismo (riferimento storico: auto comprensione dell'assoluto della civiltà greca); coscienza infelice, devozione e ascetismo (riferimento: cristianesimo medievale).
L'assoluto è il fine di un processo di sviluppo sia individuale che storico: vi è un processo all'interno della storia dell'uomo, che culmina nell'idealismo.
C. Tuttavia ciò che esiste non sono il soggetto e l'oggetto distinti. È l'identità tra soggetto e oggetto, tra pensiero ed essere che esiste. È la verità che l'idealismo mette in luce, sintetizzata nella Ragione. Ha una triade dialettica dialettica: ragione osservatrice, ragione attiva e ragione etica. Ogni figura della ragione ha tre figure a sua volta:
a. Naturalismo rinascimentale, Empirismo, Scienza Moderna;
b. Piacere sensibile, Legge del cuore, Virtù e corso del mondo (riferimento storico: rivoluzione francese, Rousseau. Tutta la triade fa capo all'Illuminismo e al romanticismo);
c. Costume, Istituzioni e Stato (dicono di quello che è la verita raggiunta dell'idealismo).
Fenomenologia dello spirito: storia romanzata dello spirito, dell'assoluto. Pensatore fisico e grande storico.
Spiegazione dei mille mila punti:
1. A. Coscienza: a. Coscienza sensibile, l'uomo pensa che sia vero solo ciò che si può sentire. Ma il filosofo percepisce la sensazione è solo il primo gradino della scala verso la verità. La sensazione è quella forma di conoscenza finita limitata e particolare, legata al qui ed ora e non al tutto. Se questo fosse il punto di arrivo della conoscenza, essa sarebbe inadeguata: la verità rimanda al tutto, passando attraverso il particolare, ma che spinge verso la totalità. Quindi o la sensazione ci rende coscienti del tutto (e non è affatto vero) o bisogna rendersi conto di come la parte
sentita sia una parte nel tutto. Bisogna passare attraverso la sensazione e sorpassarla verso la totalità.
b. Percezione: Superando la sensazione, si arriva alla percezione. La percezione è la capacità di mettere insieme le diverse sensazioni che riguardano l'oggetto sentito, in modo da creare un oggetto unitario totale, ma individuale, percepito. La percezione è la visione unitaria dell'oggetto, insieme di tutte le sensazioni provocate dall'oggetto. "Possiamo anche fermarci alla sensibilità, però poi non conosciamo più un ****." A sua volta la percezione non è il punto d'arrivo.
c. Intelletto: Affermando l'esistenza dell'oggetto percepito, viene affermata l'esistenza individuale di quell'oggetto. Indicando la sua individualità viene implicata l'apertura universale: l'oggetto individuale è quindi un caso particolare, un esempio, di un'idea universale. Ma l'idea universale ne la pensi ne la percepisci: la pensi. Ci si eleva dal piano sensibile al piano intellegibile. È necessario questo ragionamento per entrare nella verità: trovata l'individualità si viene rimandati necessariamente all'universalità. La verità è questo. Se si conoscono solo i particolari, senza avere l'idea del tutto, si ha una visione superficiale, che manca di significato, dato dal tutto. "Insomma se conosciamo solo i particolari non sappiamo un ****."
B. Autocoscienza: si tematizza il soggetto. Senza soggetto non c'è oggetto.
a. Signoria/servitù: viene alla luce l'affermazione del soggetto. Il soggetto si manifesta all'interno del rapporto con gli oggetti, che però non costituiscono uno specchio adeguato del soggetto. Quando un soggetto conosce l'oggetto, quest'ultimo non rispecchia adeguatamente il soggetto, poiché ha solo caratteristiche oggettive e non soggettivo, di coscienza e autocoscienza. Il soggetto si rispecchia pienamente solamente in un altro soggetto, si riconosce e si conferma nella sua pianezza solo davanti ad un altro soggetto che presente le sue caratteristiche. Solo laddove un io si pone in relazione con un altro soggetto, il tu, si rispecchia e prende coscienza di se. Si riconosce solo con il rapporto con il tu: "l'autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un altra autocoscienza". Il primo modo in cui l'autocoscienza si mostra è l'autoaffermazione, poiché è soltanto affermando se stesso ci si realizza, di indipendenza. Tuttavia affermare se stesso dichiarando indipendenza implica lo scontro fra i soggetti che pretendono entrambi l'indipendenza. Si crea così un rapporto di "Lotta per l'autocoscienza", per l'affermazione di uno dei due. Laddove accade questo scontro qualcuno vince ed afferma se stesso (signore) e qualcuno perde (servo). La figura è destinata a ribaltarsi: il servo è destinato a diventare signore del suo signore, il signore è destinato a diventare serve del suo servo. Questo perché il signore vincendo ottiene una posizione di autonomia e di privilegio, ed ha vinto perché ha combattuto la sua battaglia fino in fondo, mettendo in gioco la sua vita. Il servo invece è stato sconfitto perché ha ceduto, preferiva vivere come servo piuttosto che morire non servo. Il signore, una volta indipendente, entra in un ottica di godimento della sua posizione parassitario: una volta trionfato molla la presa e passa all'inattività. Il servo una volta diventato servo si innesta in lui una coscienza di se, recuperando il livello di soggettività perso in lotta, e diventa lui il soggetto indipendentemente, signore del suo signore, che ha perso la sua forza. Il servo si rende conto coscienzialmente che senza il suo lavoro di servo, laddove il suo signore non fa più un ****, il signore non sarebbe più signore. Il signore è tale grazie al suo lavoro e senza di esso il signore non sarebbe tale. Quindi è il servo ad essere indipendente. Il servo lo capisce, il signore no. In termini di coscienza (non reale) avviene quindi il ribaltamento dialettico. Le tre figure dialettiche: Paura della morte, servitù e lavoro. La paura della morte è ambivalente: ha un aspetto negativo, per cui il servo diventa servo, e uno positivo, poiché proprio di fronte alla morte imminente si capisce il valore vero della vita e dell'esistenza. È proprio nel momento in cui ci viene tolto ciò che possediamo che capiamo la sua reale importanza. C'è liberta se c'è autocoscienza. Non si vive realmente senza prendere autocoscienza. Servitù: le capacità del servo sono in mano al signore e si deve quindi disciplinare adesso, dando un struttura logica razionale al proprio tempo. Lavoro: è nel lavoro che l'uomo si fa facendo. Agendo ci si costruisce. L'uomo deve realizzarsi attraverso un'azione che lo formi. Per Marx il signore è il capitalismo e il servo il proletariato. Il capitalismo è signore che si poggia sul lavoro del proletariato e quest'ultimo deve rendersi conto della sua situazione e ribaltare la situazione. Signoria servitù riguarda il rapporto umano ma storicamente rimanda all'epoca greca.
b. Stoicismo-scetticismo: Lo stoicismo è la filosofia secondo quale anche se l'uomo è servo, può essere libero a livello spirituale e coscienziale. Vi è una forma di liberazione interiore. Non conta la realtà, la dimensione esteriore, ma conta ciò che è dentro l'uomo. Per quanto nobile però è un concetto di libertà limitata. La libertà vera è una libertà piena, sia interiormente che esteriormente. Secondo gli stoicisti il servo è libero: ha una libertà mentale. Secondo Hegel invece, non avendo libertà esteriore, ha una liberta limitata. Gli scettici sono ancora più radicali: lo stoico afferma l'esistenza di un mondo all'esterno da cui non ci si fa condizionare e quindi la libertà è solo interiore mentre lo scettico rifiuta la realtà. È inadeguato però, per quanto nobile, perché non si basa su un rapporto giusto e vero, poiché il mondo viene rifiutato. La verità consiste nell'identificazione tra pensiero e mondo, non nella eliminazione del mondo, come sostengono gli scettici.
c. Coscienza infelice, devozione ed ascetismo: Storicamente si riferisce al periodo medievale cristiano, che ha fatto un passo in più rispetto alla grecità. Qual è stato il passo? Che Dio non si indentifica con un orizzonte finito panteistico immanentistico, come Hegel pensava fosse il punto finale della grecità. La grecità non parte dalla soprannatura, tutto è natura: anche il dio greco fa parte della natura, della physis, tutto è ordine razionale necessario e naturale. Non c'è un dio espressione della dimensione ontologica soprannaturale. Un Dio cristiano non fa parte assolutamente della logica greca. Questa idea presente elementi positivi e negativi. Positivi in quando si va oltre un orizzonte finitistico e chiuso, in cui era assente l'idea dell'infinito e della persona individuale come soggetto individuale in rapporto con l'infinito. Introduce così nuove categorie: infinito e finito, libertà e necessità. Determina un dualismo tra uomo e Dio, tra finito e infinito insuperabile. L'uomo scopre la propria apertura all'infinito grazie al cristianesimo. L'uomo avverte Dio come qualcosa di eccedente ed aldilà della propria portata. Secondo Hegel la coscienza dell'uomo cristiano è infelice perché c'è una divisione ultima tra uomo e dio: il dualismo è inseparabile, Dio è dio anche senza l'uomo e il mondo, poiché interviene liberamente. Pur ammettendo la grandiosità di questa idea, non si può prescindere dalla divisione, tra dio e l'uomo. Per Hegel la felicità sta bel rapporto finito e infinito d’identificazione. I greci hanno capito il finito, i cristiani l'infinito, ma non hanno raggiunto la felicità e la libertà perché non li identificavamo, come fanno solamente gli idealisti. Perchè l'uomo cristiano è infelice? Egli è infelice poiché Dio è dualisticamente opposto all'uomo: Dio rappresenta l'infinito, mentre l'uomo il finito. Hegel, panteista logico spirituale, ritiene ci sia una separazione fra uomo e Dio che è ontologica e impossibile da superare. Devozione e ascetismo sono espressioni della fede dell'uomo. La religione allude alla verità ma non ne è espressione. Per Hegel fede e ragione non possono coesistere: una esclude l'altra.
Devozione: espressione dell'uomo comune che cerca di relazionarsi con l'infinito tramite le preghiere.
Ascetismo: espressione dell'uomo cristiano che cerca di relazionarsi con l'infinito (fede).
Hegel non aderisce al cristianesimo ma lo ritiene importante per la storia culturale dell'uomo; secondo Hegel però la verità sta nella filosofia, non nella religione. Secondo il Cristianesimo Gesù è considerato come la sintesi tra finito ed infinito. Hegel generalizza nell'uomo la figura di Cristo: tutti noi siamo come Lui (Visione Panteistica: divino= Dio + mondo).
C. Ragione: costituisce l'ultimo momento. La ragione è la consapevolezza che l'essere è l'attuazione di un principio permanente.
a. Ragione Osservatrice: Osserva la realtà.
Il Rinascimento (o Naturalismo Rinascimentale) è caratterizzato da una visione di carattere naturalistico. Si ritorna alla natura (post-cristianesimo).
Empirismo: è di più del naturalismo rinascimentale poichè è una concezione filosofica.
Scienza Moderna: Approccio scientifico rigoroso. Per Hegel la realtà non è solo materiale ma anche spirituale (visione idealistica). Kant esalta la scienza rifiutando la metafisica mentre Hegel sostiene il contrario: la metafisica è la verità mentre la scienza comporta la divisione della realtà in parti misurabili quantitative che non sono raccolte in unità.
b. Ragione Attiva(piacere immediato, legge del cuore, virtù e corso del mondo): l'essere è dentro la realtà quindi la ragione e viene vista in termini di produzione. Il rapporto con la realtà deve essere produttivo e la ragione si immedesima con la realtà.
Piacere (sensibile) immediato: "Primo modo attraverso cui l'uomo si rapporta con la realtà" (cit. Goethe); Armonia fra uomo e realtà. Il piacere sensibile è temporaneo.
Legge del cuore (rimando a Rousseau): la verità si coglie col sentimento e con la poesia. Il Sentimento è legge del cuore. Ma non è con il sentimento che si raggiunge la conoscenza, poiché essa non è sentimentale, ma razionale.
Passaggio alla virtù morale: Si passa alla Virtù e corso del mondo, che però è anch'essa limitata. È un passaggio di tipo dialettico al fine di trovare la chiave di lettura della realtà, per scoprirne la verità. La verità è che la realtà è razionale, ma questo è la fine di questo processo. Si passa quindi all'astratto, ed il periodo storico è l'illuminismo, che tentò di cancellare la storia passata per cominciarne una nuova, con la violenza (Rivoluzione Francese), con una nuova legge morale. Tuttavia la visione idealistica va oltre: non si può costruire forzatamente un nuova storia, seppur virtuosa, con la violenza e dimenticando il passo. Tutta la storia umana risulta invece essere un processo progressivo di conoscenza verso la verità della realtà, che viene raggiunta nell'Idealismo, il culmine del sapere.
c. Ragione Etica: ragione più compiuta. Rappresenta il culmine della prima parte della fenomenologia dello spirito. La verità sta nella comprensione che la realtà nel suo manifestarsi è la stessa ragione. La realtà è l'autoprodursi e manifestarsi della ragione. Ed è nella storia che si mostra questa verità. La verità si identifica nella storia del mondo. Ed è la ragione etica ideale storica che comprende la verità della realtà.
La ragione che si identifica nella storia e si esprime nell'uomo si esprime specificatamente nella vita dell'uomo. La vita di un popolo è l'espressione della propria autocoscienza. Come emerge la verità nell'uomo? Vi sono quindi tre figure dialettiche:
a. Costume: comportamenti, pratiche di vita. Il folklore. La ragione si esprime praticamente nel costume.
b. Istituzioni: leggi norme, procedure. La ragione però si esprime anche a livello ideale, come insieme di leggi che guidano le vite singole ed individuali dell'uomo.
c. Stato: il luogo in cui la ragione, manifestazione dell'autocoscienza della nazione, viene espressa nel momento più alto è lo stato. Lo stato è il momento di più alta manifestazione della razionalità del mondo, come insieme della vita del popolo regolata dalle leggi, e cioè lo Stato.
Enciclopedia delle Scienze Filosofiche
Hegel presenta il sistema filosofico in modo compiuto. Nella fenomenologia si parte dal basso, dal momento elementare. Dall'enciclopedia si parte dall'assoluto, per indagarne l'interno.
Sulla base di quale movimento procede l'assoluto? In cosa consiste il movimento fondamentale dialettico che sta alla base di tutti i movimenti circolari?
1. Logica: si manifesta prima logicamente.
2. Natura: si manifesta nella natura.
3. Spirito: si manifesta nella sua pienezza ideale e spirituale.
Spiegazione
1. L'assoluto è spirituale dall'inizio, ma non è ben specificato. È un inizio astratto potenziale e logico, non definito. È soltanto il divenire, il movimento dialettico che permette la realizzazione dell'Assoluto. Esso è considerato in se stesso, nella sua essenza. È l'idea in se, il pensiero in se. All'inizio è un pensiero astratto e logico. Nel linguaggio Hegeliano viene chiamato idea in se, cioè esso viene considerato solo come logica in se stessa.
2. La natura entra in gioco come Idea Per Se, Idea Fuori di Se. L'assoluto che ha una sua prima manifestazione materiale, ma ancora imperfetta, è la natura. L'assoluto viene considerato come espressione concreta materiale, ma che è ancora inadeguato poiché materiale. Il momento dell'antitesi, dove si considera la tesi, l'assoluto, al di fuori di sé, cioè nella natura.
3. Momento di Sintesi. Idea in se per se. Viene recuperato l'assoluto, inteso ora come realizzazione di un progetto ideale considerato prima unicamente come logico, poi come naturale materia, e poi in termini spirituali. Ciò significa che l'assoluto viene recuperato arricchito e concepito come auto consistente e autoreferenziale e autocosciente.
Esempi
La logica studia l'assoluto nella sua idealità astratta. È come considerare Dio prima della sua manifestazione nel mondo. Secondo Hegel Dio non crea il mondo, Dio è il mondo. La logica risulta essere solo Dio, senza la manifestazione del mondo. È come considerare il progetto di una casa che non è ancora stata costruita. È il progetto nella mente dell'architetto. La casa reale si manifesta nell'attuazione, la costruzione, della casa logica ideale. Nella casa reale esiste il progetto attuato della casa. Ma la casa non è solamente la concretizzazione materiale della sua idea. Dentro la materialità c'è un'idea ed una ragione di pura spiritualità che si rende conto di sé. Questa è la verità della casa, la casa vera e spirituale.
Scienza della logica (Triade della logica)
La logica è l'ossatura, lo scheletro, il programma che è destinato a realizzarsi nella Natura. La struttura dialettica dell'idea in se:
1. Essere: indica quel concetto più generico ed universale ed indeterminato, ma anche più vuoto e astratto e povero che noi abbiamo. Il concetto da cui partirà è quel concetto assoluto, che dice tutto, ma in termini poveri e vuoti, cioè l'essere. Il punto di partenza del circolo dialetto assoluto è l'essere. Qual è l'antitesi dialettica dell'essere, necessario per procedere nel circolo dialettico dell'Assoluto (legge dialettica)? Il nulla. Si arriva al concetto di nulla di determinato. Il concetto di essere hegeliano rimanda necessariamente e richiama il nulla, tutto ciò che l'essere non è. La sintesi, unione tre essere e nulla, è il divenire. Il divenire è l'unione sintetica tra essere e nulla. Secondo Hegel nel divenire c'è un misto di essere e non essere. Se io considerassi una cosa qui ed ora, posso dire che è qui ed ora, ma se io lo spostassi esso passerebbe da una condizione A ad una condizione B. A non è B. Quindi il darsi e l'essere di B implica il non essere di A. Quindi nel divenire devono esistere necessariamente l'essere e il nulla.
2. Essenza: si mette in luce cosa è il divenire. Cioè un divenire che si dà in termini di tesi antitesi e sintesi.
3. Concetto: ciò che esiste sono essenze realizzate. La dialettica dice la ragion d'essere delle cose. Non esistono le cose puramente astratte. Esistono le cose come realtà divenienti. Il concetto Hegeliano sono essenze attuate e reali.
Natura
Se Dio è assoluto e pensiero e se la logica è l'idea astratta allora la Natura dovrebbe esserne l'antitesi, tutto ciò che non è astratto. La Natura dovrebbe essere l'antitesi della Logica, ma questo implicherebbe anche che la natura sia irrazionale. "La natura è la spazzatura del pensiero".
Triadi dello Spirito
Lo spirito è il momento in cui l'assoluto prende coscienza di se come natura spirituale. L'assoluto prende piena coscienza di se, di una realtà spirituale in cui la materia è in funzione dello spirito. Ciò era già presente prima, però ora è una presa di coscienza completa.
1. Spirito soggettivo: l'assoluto si realizza nel singolo soggetto, individuo.
a. Antropologia: lo spirito si realizza nel singolo uomo come anima, la realtà spirituale dell'uomo. L'uomo non e solo corpo ma anche anima.
b. Fenomenologia: l'anima è dinamica non statica. Si realizza come coscienza, autocoscienza e ragione, laddove sono i tre momenti della prima triade dialettica.
c. Psicologia: momento più alto della realizzazione dell'uomo dove l'anima diventa spirito: teoretico, pratico e libero. Laddove la libertà è sintesi di teoretico e di pratico. L'uomo è liberta, e la libertà uno spirito conoscitivo teoretico e pratico. Liberta come principio teorico e pratico di azione.
2. Spirito Oggettivo: realizzazioni oggettive dello spirito inteso come liberta. Lo spirito è liberta in azione e in relazione, questo dinamismo attivo della libertà entra in azione e relazione con lo spirito libero degli altri uomo. Questo determina l'orizzonte oggettivo dello spirito, storico-sociale. L'uomo e un essere relazione dove la libertà costituisce la spiritualità di ogni individuo che incontra quello degli altri, all'interno di una dimensione oggettiva della società e della storia. I tre luoghi concreti dove si realizzano oggettivamente gli spiriti in termini di libertà sono:
a. Diritto: prima modalità di espressione astratta della libertà relazionale. È il sistema di leggi che garantisco allo spirito le loro libertà, regolati in base al rapporto armonioso tra gli spiriti. È il comportamento esteriore. Considera soltanto il comportamento osservabile ed esterno.
b. Moralità: considera l’uomo come spirito e liberta con le sue condizioni interiori. Si confronta con Kant. Kant concepì la morale in modo spirituale e razionale. La morale era una legge universale, che prende in considerazione non solo i comportamenti esteriori ma anche i dinamismi soggettivi interiori. Però anche la morale presenta dei limiti per Hegel, per cui va oltre Kant.
c. Eticità: critica a Kant, sul limite della sua moralità. Kant ha riconosciuto il valore interiore intenzionale ma troppo astratto. Secondo Kant bisognava innanzitutto dire come agire, universalmente, ma meramente astratto e formale, poiché non si traduce cosa bisogna fare. Kant dice come si deve agire, non cosa si deve fare. È una morale astratta e non concreta, formale e non contenutistica. Dice qualcosa di importante sul soggetto ma il primato della forma sul contenuto, far il precedere come agire sul cosa devo fare, è un limite alla moralità kantiana per Hegel. Hegel precisa quindi anche a quale fine l’azione è indicata, per perseguire anche un contenuto positivo universale, buono. Partire dalla forma e derivare il contento è astratto. Bisogna partire dal fine pratico dell'azione e poi agire in modo formalmente adeguato e buono. La ragione parte da un contenuto concreto dell'azione etica da cui estrapola la forma, il come agire.

Dialettica dell'eticità: concretizzazione dello spirito, indica il contenuto delle azioni dell'individuo, legate all'ambito, secondo cui l’uomo deve agire:
1. Famiglia: primo luogo di praticizzazione dello spirito.
a. Matrimonio: unione spirituale tra uomo e donna, non è sufficiente, ha bisogno di concretizzarsi.
b. Patrimonio: comunione anche dei beni, non solo spirituale. Ma anche questo non è sufficiente.
c. Figli La famiglia si realizza come spirito solo oltre il patrimonio. Apertura alla terzietà. Figli sintesi di uomo e donna, di matrimoni e patrimonio. E sia la sintesi biologica ma anche spirituale, intesa come trasmissione non soltanto del patrimonio genetico ma a che dell'educazione, come valore dello spirito di cui il figlio è erede.
2. Società civile: rappresenta il luogo delle famiglia. La famiglia in se considerata è individuale, mentre la società civile è un ambito più ampio: un insieme di famiglie. Dire questo va inteso in un senso ampio: sia come famiglie vere e proprie, ma anche come famiglie sociali economiche giuridiche. Enti, organizzazioni e società di tipo aziendale, economico, giuridico. Questa è la società civile: luogo in cui vengono le relazioni economico sociali giuridico amministrative. Esprimono le dimensione propria dell'uomo nella pratica relazionale.
a. Sistema dei bisogni
b. Amministrazione giustizia
c. Polizia e corporazioni
Esprimono l'oggettivazione dei caratteri sociali. La società è stratificata in vari ceti che hanno bisogni sociali a cui corrispondono bisogni economici ben precisi. La società si divide in classi a seconda dei ruoli economici-sociali. La società civile non può darsi come se non come risposta ai bisogni sociali economici, ma anche come amministrazione della giustizia nei rapporti.
3. Stato: Indica il momento più alto di realizzazione dello spirito. L’autocoscienza di un popolo si identifica nelle leggi dello stato, essa si esprime con queste leggi. La concezione politica che sta alla base del comunismo e del fascismo trova qui le sue premesse. Hegel ha posto le premesse per uno stato totalitario, come forma estrema dello stato etico. Stato etico significa che il bene il giusto ed il razionale trovano la loro giustificazione piena. Lo Stato incarna il bene, la giustizia. Ciò che fa lo stato è giusto. Il cittadino è completamente assoggettato alle leggi dello stato, che incarnano giustizia, bene e razionalità. L’uomo in quanto tale, al di fuori dello stato, non ha valori intrinseci. Non ha una sua dignità razionale ed etica fuori dallo stato. L’uomo non esiste come soggetto naturale di diritti inalienabili che lo stato deve riconoscere: il diritto dell’uomo deriva unicamente dalle norme vincolanti dello stato, che risultano essere attribuzioni di significati razionali ed etici al cittadino. Perché? Perché lo stato rappresenta il momento di conciliazioni degli interessi individuali e particolari. L’eticità si ha solo quando la parte è in funzione del tutto. L’individuo è una parte in funzione nel tutto, lo stato, e trova nelle proprie azioni, regolate dalle leggi di uno stato etico, unione di tutti gli interessi individuali ed egoisti, il fine del bene e del giusto.
Giovanni Gentile riprende questa concezione di stato. L’uomo ha dignità quando il suo interesse individuale viene riconosciuto come parte dello stato. Nulla al di fuori dello stato. Concepire l’uomo prima dello stato è delineare una concezione irrazionale.
Lo stato d Hegel è eticista, è il momento più alto dell’eticità. È un organizzazione statale e organica, come espressione vivente e dinamica della razionalità, al fine di realizzare il bene, nel divenire della storia. Il tutto è in funzione delle parti: l’uomo deve fondersi insieme agli altri nel formare un Stato comune.
Viene definito anche Statolatria: ciò vuol dire che, secondo Hegel, lo stato rappresenta il Dio vivente, l’incarnazione di Dio. Hegel è monista panteista storicista, la realtà si realizza nel divenire mondano e storia che a sua volta si realizza nel pensiero. L’assoluto è la ragione, nel senso hegeliano del termine, e si realizza pienamente nello stato. L’universalità della ragione si realizza nelle soggettività storiche, gli stati. La totalità coincide con le parti, così la ragione si realizza pienamente nella vita di ogni singolo Stato.
La concezione di hegel non è assolutamente liberale. Cosa significa? Significa che esiste lo stato considerato in funzione degli individui riconosciuti in quanto titolari di diritto e in quanto soggetti e portatori di libertà. Dire liberare significa mettere a tema il concetto di libertà individuale. La libertà hegeliana è intesa come libertà individuale solamente correlata al tutto dello stato. La libertà parziale del soggetto trova la propria esplicazione solamente nella libertà totale dello stato, dove tutte le libertà si conciliano. Non esiste una libertà al di fuori della conciliazione delle libertà nello stato. Per i liberali lo stato deve riconoscere l’individuo come portatore di diritto e libertà. Per Hegel è lo stato che, in quanto espressione di tutte le libertà individuale, riconosce i diritti dell’uomo, che al di fuori dello Stato, naturalmente, non esisterebbero.
Lo stato hegeliano è democratico? Nella democrazia lo stato trova l’identificazione del proprio potere nello soggetto del popolo. Il popolo è sovrano e si esprime attraverso delle elezioni, a suffragio universale. Quest’idea di democrazia non riguarda Hegel, che addirittura sostiene che il popolo al difuori dello stato è una “massa informe”, “moltitudine informe”. Il popolo non viene riconosciuto come portatore, di dignità razionale, di potere al di fuori dello stato. Risulta solamente come una massa di molti uomini. Non è lo stato il frutto di un azione che scaturisce dal basso, lo stato ha una sua giustificazione dall’alto ed il popolo trova la sua dignità razionale solamente in uno stato posto dall’alto. Di conseguenza il popolo da solo costituisce solamente un unione disarmonica delle libertà individuali ed ha bisogno delle leggi per uniformare armoniosamente la propria libertà.
Hegel è giustnaturalista? No. Secondo Hegel non esistono diritti dell’uomo propri, esistenti in quanto tali. L’uomo ha si dei diritti, ma solo all’interno dello stato. E’ lo stato, come istanza universale, la fonte dei diritti. Di conseguenza l’uomo senza lo stato è una moltitudine di individui senza dignità razionali.
Hegel non riconosce i diritti? No. Lo stato hegeliano non è dispotico, non è autoritario, non è tirannico. E’ esso stesso fonte di diritti che l’uomo naturalmente non ha. I diritti vengono affermati all’interno della concezione di Stato di Diritto e non dispostico hegeliana. Il popolo non può essere lui fonte del diritto secondo Hegel. La concezione dello stato di Hegel è di diritto, razionale, ma di tipo verticalistico in cui la fonte del diritto è dall’alto e non dal popolo. Nella misura in cui l’uomo rientra nello stato, ha dei diritti. Ciò significa che l’uomo deve essere rispettoso della razionalità delle legge e non può autoimporsi diritti liberamente. Questa concezione sarà estremizzata nei sistemi totalitari del 900.
Hegel è un contrattualista? Il contrattualismo era tipico dei teorici filosofi (Locke, Hobbes e Rousseau) che sostenevano che il potere fosse il frutto di un accordo e di una decisione arbitraria di individui che decidono di attribuire potere ad un’istituzione. Lo stato di natura indica l’esistenza di un stato prepolitico, prima che venissero decise le istituzioni. Si passerà poi allo Stato Civile, condizioni in cui si afferma l’esistenza dello stato, delle leggi e delle istituzioni per armonizzare la convivenza. Il contratto è il passaggio dallo Stato di Natura allo Stato Civile; da una condizione prelegale ad una condizione, scelta dagli individui, allo stato civile, regolamentato dalle legge che hanno il fine di regolare armoniosamente i rapporti umani. Hobbes e Locke sono legate alle rivoluzioni inglesi, mentre Rousseau alla rivoluzione francese. Tutte e tre sono contrattualisti, sentono il bisogno di attuare il contratto come decisione arbitraria dell’uomo. Hegel non è contrattualista: lo stato non scaturisce dalla decisione arbitraria del popolo. Dire che lo stato è frutto da una decisione arbitraria di volontà convenzionale non è accettabile, poiché è la razionalità in sé a guidare lo stato. Tutto è ragione, che si identifica con la realtà, con il mondo e con la storia, ed il momento più alto della sua espressione è proprio lo stato, che non risulta imposizione del popolo.
Hobbes, inglese, in qualche modo partecipe alle vicende della monarchia inglese degli Stuart, definisce in termini contrattualistici assolutistici. "Homo hominis lupus”: l’uomo è violento, è avido e vive nei confronti dei propri simili rapporti di autoaffermazione. “Guerra di tutti contro tutti”: se non ci fosse lo stato ci sarebbe una perenne e permanente guerra di tutti contro tutti. La condizione di stato di natura è insostenibile: è quindi utile che gli individui si mettano d’accordo, stabilendo un contratto sociale, attraverso il quale gli individui arrivano ad una decisione che comporta il passaggio da stato di natura a stato civile, regolato da leggi assoluti che regolano le vite di tutti. Gli individui decidono di alienare i propri diritti, tutte le loro prerogative, e decidono di delegare tutti i loro poteri ad un'unica fonte di potere, che costituirà l’unica fonte di diritto e potere a cui tutti decidono di stare asserviti. Lo scontro sarebbe inevitabile se ciascuno mantenesse diritti personali ed individuale e ciò non è accettabile per la sopravvivenza. La soluzione è la delega ad una fonte, che incarna un’autorità sovrana, a cui tutti debbono risultare vincolati. La forma migliore di governo è la monarchia assoluta per Hobbes. Hobbes è teorico dell’assolutismo monarchico. Hobbes lo paragona al Leviatano, mostro con potere incredibile e illimitato. Esso deve mantenere l’ordine sociale e pubblico, contiene in se tutti i diritti dell’uomo, tranne quelli della sicurezza e della pace.
Diversa è la concezione contrattualistica di Locke. Egli partecipa alle vicende che riguardano la seconda rivoluzione “gloriosa” inglese che vedere affermare la casa degli Orange, seconda metà del 600. Anch’egli ritiene che occorra un contratto tra i cittadini, per passare da uno stato di natura allo stato civile. Ma la monarchia di cui Locke è teorico è la monarchia costituzionale liberale. È presente una monarchia, affiancata da una costituzione. Si passa dallo stato di natura allo stato civile con un contratto bilaterale: tra cittadini e tra cittadini e sovrano. Sovrano che non è fonte di potere e leggi, che deve rendere conto delle proprie azioni. Non deve avere un potere illimitato e assoluto, anzi deve insieme al parlamento, stabilire delle leggi, una costituzione, a cui lui stesso deve obbedire. Inoltre deve assicurare i diritti naturali dei cittadini, che non devono assolutamente alienarsi, devono essere tutelati. Sono il diritto alla vita, alla proprietà e alla libertà. Sono diritti che il monarca liberale e costituzionale deve assicurare e garantire. Secondo Hobbes il passaggio del contratto è necessario per una visione pessimista. Per Locke invece l’uomo non è lupo all’uomo, ha una dimensione intrinseca di socialità, è caratterizzato da una condizione di apertura nei confronti del suo simile: ha una visione ottimistica e positiva dell’essere umano. A livello naturale però, dove non è regolata da leggi, può degenerare. Queste degenerazioni riguardano il fatto che si possa cercare di difendere quelli che vengono ritenuti diritti personali dagli altri. Questo scontro deve essere evitato. Questo è il motivo per cui si passa dallo stato di natura allo stato civili con formula di governo liberale e costituzionale.
Rousseau, legato alla rivoluzione francese. Divenne teorico della rivoluzione francese, come giacobino. La visione di Rousseau è quella per cui tramite un contratto di passa dallo stato di natura allo stato civile. Ma le condizioni sono differenti. Secondo Rousseau dell’uomo bisogna avere una visione positiva e ottimista all’interno dello stato di natura: l’uomo per natura è buono e felice, in armoniosa convivenza naturale di tipo comunitario. Da qui il mito del buon selvaggio. Come si effettua il passaggio? Tramite un contratto che subentra quando vengono affermate istanze di carattere proprietario tali per cui gli uomini entrano in concezione di proprietà personale. Laddove nasce quest’affermazione di se tramite il diritto di proprietà, la condizione di armonia naturale si rompe. Subentra la necessità di un accordo che eviti le forme di conflittualità e disuguaglianza che la proprietà porterebbe con sé. Lo stato dovrà rispecchiare in modo più simile possibile ripetere e garantire le condizioni di vita dello stato di natura, ovvero armonia tra individui e comunità positiva. La legge deve essere espressione tra individui, senza nessun patto di soggezione. C’è soltanto un patto tra individui pari tra loro. La forma migliore quindi non è una monarchia, non è una costituzione ma è la Repubblica, dove i cittadini si privano del diritto di proprietà per fondersi insieme in un unico di persone. I diritti si elevano su un piano di universalità. Avviene la democrazia diretta repubblicana, dove ogni cittadino deve seguire la Volontà Generale, concetto contrapposto alla volontà di tutti. La seconda sottointende la volontà singola di tutti i cittadini. Rousseau critica questa volontà e esalta la volontà generale, di tipo non quantitativo ma qualitativo, non rappresentativa ma diretta. L’individui si spoglia della propria individualità e si unisce agli altri in unica volontà generale, al di là delle istanze individuali e private, negate in quanto ci dovrebbe essere un identificazione omogenea di idee tra le persone. Ma chi è che pone la Volontà generale? E’ un interesse collettivo generale, che si traduce in leggi valide per tutti, o sfocia addirittura in un totalitarismo? Rousseau è ben preciso: critica la divisione in principi e la divisione del potere. Esiste un’unica volontà che tutti devono seguire in un regime di uguaglianza e parità.
Secondo Hegel qual è la forma migliore di governo? E’ una forma di monarchia costituzionale, diversa da quella di Locke, non liberale. E’ teorico di uno stato di diritto, non dispotico. E’ caratterizzato da una distinzione, ma non divisioni del potere. Il potere monarchico, legislativo e legislativo-governativo vengono distinti ma non divisi. La visione della società di hegel è verticistica e piramidale. Presenta varie istanze, come l’esistenza di pubblici funzionari, ministri, costituzioni che trovano l’attribuzione di senso solamente nel monarca che ha l’ultima parola sul diritto. Egli rappresenta e garantisce l’unità dello stato, di tipo verticale. Ma il suo potere non toglie la necessità di essere affiancato dagli altri due poteri. La legittimazione del suo potere è comunque verticale.
Concetto di Storia
Hegel assolutizza il concetto di Storia. Il principio esplicativo della realtà è il pensiero, che non vive trascendentisticamente, ma vive nella stessa realtà. Ma essa a sua volta si realizza nel divenire della storia. La realtà e quindi il pensiero è fatto spiritualmente dall’uomo, dove prende coscienza di sé. Lo spirito si manifesta nella storia progressivamente, vede nella storia il proprio luogo di manifestazione e presa di coscienza. Lo spirito si identifica con la storia, dove la storia è il luogo di realizzazione dello spirito. La storia è l’assoluto nella misura in cui esso si incarna nella storia. Hegel laicizza e storicizza in modo assolutistico il cristianesimo. Non esiste un trascendente, non esiste Cristo, esiste la storia. Storicismo assoluto, di tipo progressivo poiché diviene progressivamente, indica un avanzamento continuo. L’assoluto non è già fatto, si fa, diviene, non è già costituito, è un processo di perfezionamento.
Hegel formula dottrine più specifiche: Dottrina dell’astuzia della ragione, Dottrina della storia come tribunale della ragione, Dottrina dei popoli guida, Dottrina della Guerra e Pace.
Dottrina della storia come tribunale della ragione: la Storia è il Dio reale. Statolatria. Si traduce in una concezione di tipico giustificazionistico storico. Quello che accade storicamente, essendo realizzazione dell’assoluto, della ragione della verità, accade perché deve accedere, ed è giusto che accada. Ottimismo giustificazionista. Tutto ciò che accade, deve accadere: il positivo deve diventare negativo per poter raggiungere ad un positivo ancora più grande. Marx pescherà a piene mani da questa dottrina. Tutto quello che accade, accade necessariamente. Tutto è legittimato e giustificato. Ciò significa giustificare chi detiene il potere e chi vince: chi vince, vince perché deve vincere ed è giusto che vinca. Tutto questo rientra in una logica di necessità e razionalità: non accade che vinca un male non giustificato. Tutto è bene, anche il male, poiché rientra in una logica dialettica. Non può accadere che chi salga al potere abbia una malvagità ingiustificabile e chi perde, è giusto che perda. Anche il male è giustificato, all’interno di una visione assoluta della storia, in cui anch’esso s’inserisce nella dialettica. Hegel immanentizza anche la provvidenza. Chi vince è al potere perché è migliore. Il Nazionalsocialismo si basa su una concezione hegeliana guerrafondaia: i migliori devono vivere a discapito di chi non possiede caratteristiche ritenute adeguate.
Dottrina dell’astuzia della Ragione (geni cosmico-storici): la storia la fa la Ragione, in senso hegeliano. Gli individui si considerano a volte loro a se stanti rispetto a processi di carattere storico cosmico. Pensano di essere loro i protagonisti della storia per soddisfare le proprie ambizioni. In particolare accade agli individui dal grande genio: Carlo Magno, Napoleone. L’individuo pensa lui di essere l’artefice della storia, grazie alle capacità, grazie alla sua genialità. Cosi non è, la storia è fatta dalla ragione che astutamente costruisce la storia avvalendosi dei singoli protagonista, delle loro volontà. Ma la storia non è fatta dai singoli, ma dalla ragione universale. Non è l’individuo eccezionale che decide dove far andare la storia: la storia va dove vuole andare, dove la porta la ragione. Segue leggi razionali. Quando la volontà della storia si identifica con quella dei singoli, si hanno i grandi geni della storia, ma essi non sono altri che l’incarnazione della ragione. Sono solo degli strumenti della storia, infatti verranno poi sempre superati da altre persone. Momenti storici verranno sempre superati da altri momenti.
Dottrina dei Popoli Guida: la storia procede secondo trame e direzioni che sono stabilite dalla ragione. Questo non vale solamente per gli individui, ma vale anche per il popoli. La storia è un grande processo razionale e necessario, dialettico, che si vede finalizzato a realizzazione sempre migliore di condizioni di civilizzazione. La storia avanza come una presa di coscienza progressiva dei valori di civilizzazione dell’uomo, verso la libertà. Questa presa di coscienza della ragione come libertà, avviene in termini dialettici, in una storia molto complessa. Tutto questo si traduce in un avanzamento dialettico verso l’ideale spirtuale dell’incarnazione della libertà a partire da popoli guida. Sono quei popoli che in un certo momento storico rappresenta il culmine della civilizzazione e quindi l’incarnazione più alta della ragione. Questo popolo verrà poi sostituito da un altro popolo guida. Questa è la lettura della storia di Hegel, un continuo progresso ideale. E’ uno storicista-spirituale: la storia non è storia economica, di forze materiali, ma è una storia spirituale, che avanza progredisce verso un’ideale spirituale, la libertà.
Tre grandi fasi:
1. Grandi imperi orientali. All’inizio dell’umanità sono loro i popoli guida. La Cina, l’Egitto, la Persia. L’autorità è data dall’imperatore assoluto. Siamo nella storia, non nella preistoria. C’è un organizzazione, uno stato, una razionalità guida, ma che prevede il dominio di poche persone, che decidono di tutto e di tutti.
2. Civiltà del medio-oriente: greci e romani, antichità classica. Individua un progresso della civiltà ancora non pieno. Non è più un governo tirannico, ma c’è una divisione netta tra il comando e il popolo. È un governo oligarchico, aristocratico. Non è uno, sono più persone a governare. Vi è il diritto, ma all’interno di una visione molto gerarchica.
3. Cristianità. L’idea di libertà non è orientale e nemmeno mediorientale. Non esisteva nelle culture precedenti. Tutto questo si traduce in un ideale storico in cui si concretizza, nello stato moderno. Il governo non è di alcuni, è di tutti, non ci sono schiavi e sudditi, ci sono cittadini. Tutti formalmente si è uguali, tutti si è realizzati all’interno di un ideale comune delle leggi.
La Germania incarna in sé l’identità nazionale, mantenuta nei secoli pressochè invariabile. Viene vista culturalmente e spiritualmente come destinata a stabilire il primato. Fichte, in modalità antifrancese, aveva già teorizzato la superiori tedesca. Da qui pescheranno a piene mani le istanze nazionalistiche 900esche. Hegel lascia questo patriottismo tedesco a livello puramente storico spirituale, verrà poi tradotto in termini non spirituali, ma materiali, etnico-razzisti.
Dottrina Guerra e Pace: Hegel esplicitamente teorizza la guerra come un elemento positivo di civilizzazione e progresso della storia dell’umanità. “Per la Pace Perpetua” è lo scritto di Kant che Hegel contesta. Kant aveva sostenuto illuministicamente e cosmopolitisticamente una condizione dell’umanità eticopolitica ideale: la pace. A fronte di una storia dell’umanità segnata da sangue e violenta, Kant sostiene come ideale dell’umanità questa condizioni, in cui gli stati non hanno conflitti armati e guerre. Una condizione in cui i conflitti vengono risolti in modo pacifico. L’uso della guerra è volontà irrazionale dell’uomo. E l’uomo deve vivere secondo la ragione e quindi secondo la pace. Pace intesa come confederazione degli stati basata su diritti internazionale. Kant è uno dei primi teorici che formula l’esigenza di un diritto internazionale, che avrebbe dovuto stabilire le regole e i principi a cui tutti i gli stati devono obbedire. Non è la creazione di uno stato globale. Ogni stato mantiene la propria individualità. Secondo Kant bisogna anche affermare il diritto di ospitalità: vuol dire che dovrebbe esistere da parte dei diversi stati il diritto/dovere di ospitare cittadini stranieri. Se uno straniero decide di essere ospite in uno stato straniero per ragioni commerciali/sociali pacifiche, lo stato ospitante di deve fare garante di questo diritto e ha il dovere di ospitarlo. D’altro lato esiste anche un dovere da parte del cittadino straniero di esplicitare le proprie intenzioni, che devono essere pacifiche. Se fosse orientato a creare situazioni di disordine, sovversive, allora deve scattare un intervento contro esso. Kant non è teorico di un pacifismo assoluto: secondo Kant occorrerebbe che uno Stato si armasse, Kant va verso la progressiva eliminazione della forza militare di cui uno stato non si deve liberare del tutto. Kant riconosce il diritto di difesa: laddove non si trovano accordi diplomatici è giusto che uno stato sia dotato di strumenti di difesa per difendersi da uno stato aggressore. Kant pensa ad un progresso che vada oltre a questo ma è giusto che nel mentre ci si possa difendere. E’ un ideale quello della smilitarizzazione, ma è un ideale regolativo, che non si deve tradurre in uno smantellamento.
Hegel ritiene che non debba esistere alcuna forma internazionale. Lo stato è incarnazione della ragione al culmine. Non esisterà un diritto internazionale che riuscirà ad incarnare gli ideali di Kant. Realisticamente la logica della ragione-storica è quella della dialettica, dell’autoaffermazione: la storia procede per affermazioni, negazioni e negazioni delle negazioni. E tutto viene giustificato anche a livello etico. Non si può andare avanti e procedere se non ci fosse la negazione. Lo stato è l’universale concreto che fa la storia. Non esiste un ideale di appianamento di quelle hce sono le diversita di quelle che sono le diversità molteplici degli stati. Sono una pura ipotesi razionalistica illuminista che non rispecchia la razionalità del divenire storico della ragione. L’ideale non è la pace kantiana, l’ideale è una regolamentazione della vita degli stati che tentano di affermare il meglio di se in termini aggressivi. E’ solo nella lotta che l’uomo tira fuori tutte le proprie risorse, sia come individuo, sia come stato. La pace renderebbe tutto più floscio, alimentando l’egoismo dell’uomo, eliminando il patriottismo. E’ teorico di una concezione militarista e guerrafondaia.

Spirito Assoluto: Arte, Religione e Filosofia.
Sono i momenti più alti in cui lo spirito è il contenuto che si manifesta come tale, direttamente. Arte, religione e filosofia sono la presa di coscienza dell’assoluto come tale, Dio, che si manifesta direttamente. Come mai c’è una differenza? Il contenuto è l’assoluto, ma cambia la forma, la modalità.
1. Nell’arte il contenuto dell’assoluto si manifesta in una forma artistica sensibile e materiale. Si avvale di colore, suoni, parole. La modalità è inadeguata alla spiritualità.
2. Nella religione la modalità non è ancora adeguata. La modalità religiosa è una modalità di tipo immaginario, simbolico, fideistico. L’assoluto, spirito, si manifesta in una forma non adeguata, una rappresentazione simbolica. E’ un momento alto della spiritualità, ma non adeguata, non assoluto.
3. C’è coincidenza tra forma e assoluto solamente nella Filosofia. La filosofia viene assolutizzata come forma spirituale della verità, dell’assoluto. Manifestazione piena della verità. Il modo della filosofia non è sensibile, non è simbolico ma è razionale.
1. L’arte ha una sua storia dialettica. La manifestazione dell’assoluto dell’arte è dialettica:
a. Arte simbolica orientale: Civiltà orientali. Le manifestazioni più alte sono le grandi architetture e costruzioni di queste civiltà. Ci si domanda ancora oggi come fosse possibile. Da un lato abbiamo un alto contenuto spirituale, dall’altro abbiamo una forma sensibile eccedente e sproporzionale. Troppa materialità a fronte di una spiritualità che risulta essere espressa in modo inadeguato.
b. Arte classica greca: Hegel ha parole molto valorizzanti. L’arte greca è un’arte mirabile, che ha raggiunto un equilibrio incredibile tra forma e materia. Le arti plastiche, la scultura, raffigurano l’uomo, plasmato e modellato in grado di esprimere una spiritualità molto più elevata.
c. Arte romantico-cristiana: La forma dell’arte con cui si veicola la spiritualità sono poesia e musica. Sono due forme di arte molto rarefatte, la cui modalità espressiva è molto espressivo, la nota, il verso, il suono. Non ha molta materia, ma lo spirito è elevatissimo. Ma vi è comunque una grandissima sproporzionate tra spirito e materia.
2. Nella religione è il simbolo a veicolare la spiritualità. Essa si basa sulla fede, non sulla ragione. E’ basata su una visione simbolica della realtà, fideistica e non razionale. La religioni non viene però deprezzata, viene ritenuta una forma di comunicazione di verità inadeguata, ma comunque allude a questa dimensione simbolica dello spirito.
a. Religioni orientali: panteismo naturalistico. Vi è un senso del divino legato alla Natura, al Cosmo. Non si è raggiunta la comprensione spirituale.
b. Religioni mediorientali: sono il trapasso. Vi sono elementi materiali, ma anche apertura allo spirito. Vi sono figure umane divine che non si identificano con la materia. Le religioni romana e egiziana ne fanno parte.
c. Cristianesimo: anticipato dall’Ebraismo, introduce la resurrezione, introducendo l’infinito nel finito, lo spirito nella materia. È un notevole passo avanti, ma in una forma inadeguata. La forma del racconto mitico, delle figure simboliche, del sentimento e della credenza. Ci si basa sulla fede e su motivazioni non razionali: non si racconta della storia, ma si raccontano delle storie che alludono allo spirito. La divina umanità è rappresentata in Cristo. Ma per Hegel questa figura di Dio umanizzato appartiene a tutti noi. Tutti noi siamo Dei, come facenti parte dell’assoluto. La salvezza non è legata alla fede, ma è legata alla conoscenza dell’uomo, che deve prendere coscienza di ciò che è realmente. Cristo è un uomo che ha raggiunto una condizione di autocoscienza molto più elevata, ma ontologicamente non ci sono differenze tra Cristo e gli altri uomini.
Dal Cristianesimo Hegel riprende anche la dialettica (tesi, antitesi, sintesi). Il Cristianesimo riprende la dialettica e la esplica nella trinità divina. Ciò che vale nel cristianesimo per Dio, secondo Hegel, appartiene a tutto ciò che esiste: quindi tutto è parte di un tutto necessario, assoluto, la cui legge è la triade, che ricalca l’idea della trinità.
Morte e resurrezione di Cristo: quello che appartiene alla singolarità dell’avvenimento cristiano, diventa legge razionale e universale. Quello che Cristo vive nella sua singolarità assoluta, in cui la morte viene vinta da un momento superiore, la resurrezione, che è la negazione della negatività della morte, diventa pe Hegel una struttura logica universale necessaria. Tutto procede per affermazione, negazione e negazione della negazione. La morte di Cristo è simbolo di tutte le negazioni del mondo con l’avvenire della resurrezione, simbolo di tutte le negazioni delle negazioni.
3. Il contenuto della filosofia è l’assoluto, lo spirito. Ma anche la forma è adeguata, è la ragion. Si ha una perfetta coincidenza tra forma e materia. Non c’è fede, non c’è credenza, non c’è sensibilità. C’è la ragione. Quindi costituisce la forma più adeguata, anzi l’unica, di espressione dello spirito. La storia della filosofia è una messa in luce dei vari aspetti della realtà, che convergeranno nel culmine dell’assoluto, l’idealismo. L’assoluto si manifesta nella storia della filosofia. Presenta una triade:
a. Greco-medievale: realismo ingenuo. Il pensiero crede di poter conoscere l’essere, essendone dipendente.
b. Moderna: fino a Kant, la verità si coglie a partire dal soggetto e non dall’essere. Ma da Cartesio a Kant non c’è una comprensione adeguata della realtà: viene sempre introdotto un dualismo. Legato alla scoperta della scienza moderna.
c. Idealismo: avviene la comprensione dell’identità tra pensiero e essere. Questa è la verità.
Secondo Hegel, la verità è data dalla filosofia, in cui la verità si esprime razionalmente e necessariamente. La verità si esprime nell’essere e nel suo divenire storico, ed è in questo auto-divenire che l’essere prende autocoscienza. (“Crippa for president!”). La verità è espressione di un autocoscienza dell’autodivenire. La piena coscienza di questo avviene solo alla fine del processo: è presente all’inizio, ma si può comprendere solo alla fine, si prende coscienza del divenire solo dopo che è divenuto. La filosofia è il proprio tempo appreso col pensiero. E’ la storia che prende coscienza di sé. Non si può studiare la storia senza la filosofia. I fatti storici sono contenuti in un contesto di giudizi di valore. Da questo punto di vista Hegel richiama alla comprensione dell’essere, della storia, della propria contemporaneità: non va vista come puro svolgimento di fatti slegati l’uno dall’altro, poiché tutto presenta un disegno razionale. Bisogna comprendere il disegno della nostra epoca, per poterla vivere coscienziosamente. La preghiera del filosofo è la lettura del giornale del mattino: la conoscenza dei fatti più rilevanti del mondo mette l’uomo in grado di capire il disegno immanente della ragione storica. C’è un senso della storia che si coglie con questa attenzione critica rispetto alla propria contemporaneità.

Interpretazioni critica del pensiero hegeliano: Carl Popper
Oltre che filosofo della scienza, ha riflettuto anche sul pensiero hegeliano. Si può sintetizzare il punto di vista di Popper con una sua definizione: ”Hegel è un profeta del totalitarismo”. La storia del 900 è stato un perverso tentativo di applicare le teoria filosofiche alla realtà. Il 900 è stato storia di totalitarismi, sia di destra sia di sinistra, tentativo di praticizzare i sistemi di pensiero di Hegel, Marx, Nietzsche. Hegel non è totalitarista in sé, ma ha posto le premesse per i sistemi totalitari. Dove si evince questo? Lo stato secondo Hegel ha una priorità storica, logica e assiologica. Non c’è prima e al di là dello stato. Ha un primato logico e storico. Viene prima di tutto, degli individui, delle famiglie. L’uomo ha valore solamente all’interno dello stato. Hegel nega lo stato dispotico, ma lo stato di diritto così posto trova attuazione in uno stato totalitario in cui ogni decisione viene giustificata e a cui tutti devono obbedire. La concezione hegeliana non prevede democrazia, lo stato è stato assoluto, il potere viene dall’alto. Non esiste diritto internazionale. La guerra è giustificata. Tutto ciò indica il primato dell’universale rispetto all’individuale. Questo si traduce in una visione totalitaria. Una persona non ha diritti ne valori se non nella forma dello stato e ciò è stato praticato nei totalitarismi. Giovanni Gentile: primato dello stato fascista, tutta la società deve confluire in termini di azione a tutto ciò che lo stato decide. Nel Nazismo è il primato della Razza, è un universale che in realtà non ha un valore culturale ma biologico, etnico; i valori assoluti sono il Sangue, il suolo. Nel comunismo sarà il primato della classe, del partito, del proletariato, di una categoria sociale ed economica che incarna i valori.

Interpretazioni critica del pensiero hegeliano: Herbert Marcuse.
Hegel è un profeta della libertà. Filosofo hegeliano, freudiano. Il pensiero hegeliano va visto in rapporto alla filosofia di Marx, che aveva compreso veramente il pensiero di Hegel. La ragione è ragione dialettica, è la verità che Hegel ha capito. Questa comprensione della ragione come strumento critico dialettico va nella direzione della liberazione dello stato da una visione basata sullo sfruttamento. La ragione dialettica non accetta le cose così come sono, come la scienza fa: guarda le cose in termini anche negativi, come non sono e come potrebbero essere, la realtà viene vista in base a ciò che non è, ma che potrebbe essere; dando vita ad una libertà, fino alla rivoluzione.

Interpretazioni critica del pensiero hegeliano: Roberto Bobbio
Secondo lui Hegel non è un pensatore totalitario, ne un pensatore rivoluzionario. E’ un pensatore conservatore. Nel senso che è antidemocratico, antiliberale, afferma il primato dello stato sulla società, teorizza la politica verticalistica, ma all’interno di un ordine di cose di diritto. Non si può parlare di totalitarismo.

Dopo la morte di Hegel, la filosofia occidentale idealista prende una nuova piega, il sistema hegeliano viene rifiutato. Destra hegeliana e Sinistra hegeliana sono le due correnti che riprendono politicamente la filosofia hegeliana. La sinistra lo riprende polemizzando. “La Destra non conta un **** praticamente” Cit. La sinistra segnerà l’epoca, per esempio la ripresa di Marx; ma anche il Positivismo, l’Irrazionalismo (Schopenhauer, Nichilismo), la filosofia di Kierkegaard (che criticherà Hegel, teorizzando il fideismo).
La Destra hegeliana riprende più fedelmente Hegel, soprattutto sulle due tematiche più importanti della sua filosofia, sono fondamentalmente conservatori e giustificazionisti. Sono o esplicitamente credenti o comunque non intendono rifiutare il valore spirituale storico della religioni. Gli autori della destra, il cui pensiero politico è destinato a scemarsi, hanno una visione conservatrice e legittimista.
La Sinistra hegeliana è invece molto più importante, soprattutto negli sviluppi successivi, che cambieranno la situazione politica a livello mondiale. Sono molto più numerosi (Feuerbach, Marx), non sono conservatori ne giustificazionisti ed inoltre tentano di mostrare come la religione sia qualcosa da eliminare, come fonte di regresso e alienazione dell’uomo. Sottolineano come il momento da antitesi a sintesi non debba riportare alla tesi, ma a qualcosa di nuovo ma di rivoluzionario. La situazione politica contemporanea deve essere ribaltata, con strumenti violenti, persino violenti.

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