pexolo di pexolo
Ominide 6522 punti

La morte dell'arte in Hegel

Si parla di tesi quando lo Spirito è in sé, di antitesi quando è per sé e di sintesi quando è in sé e per sé e per altri. Siamo soliti pensare che l’arte simbolica (contenuto insufficiente, eccesso di forma→si sforza di raggiungere un contenuto a lei adeguato, ma la sua inadeguatezza rimane insuperata, quale predominanza del materiale sensibile nei confronti di uno spirituale che si crede adeguato, ma in realtà è insufficiente) costituisca la tesi, che quella classica (equilibrio) sia l’antitesi e che quella romantica (eccedenza del contenuto rispetto alla forma) sia la sintesi; tuttavia, affermare la morte dell’arte, cioè la sua fine, comporta un netto cambiamento di prospettiva: l’arte indiana e quella dei Parsi (adorano oggetti quali la luce, il Sole, senza distinguerli dal significato, cioè il Bene, l’essenza universale) viene ritenuta una pre-arte, perché non è ancora un’arte simbolica vera e propria (simbolismo incosciente→il contenuto spirituale ha espressione concreta e sensibile, ma non si avverte la differenza tra forma e contenuto, che compongono un’«identità nebulosa»/del sublime→mistica ebraica/cosciente vero e proprio→Egiziani: resta un’arte imperfetta, perché in essa il rapporto tra forma e contenuto è ancora relativamente indipendente), nell'arte classica si ha un perfetto accordo tra forma e contenuto (sono perfettamente compenetrati in un rapporto dipendente), in quella romantica c’è un eccesso di contenuto rispetto alla forma (non è più esprimibile un contenuto infinito, pertanto anche l’orrido può costituirne un’espressione; questa idea dell'inesprimibilità era già stata sostenuta dal Cristianesimo degli inizi, che era iconoclasta; Dionigi Areopagita: si può parlare di Dio per via affermativa, catafatica o negativa, apofatica). Quindi, l’arte classica viene ad essere la sintesi, la mediazione dialettica che dall'arte conduce (attraverso un salto) alla religione, cioè ad una nuova forma che esula dalla triade dialettica propria dell’arte e la supera, quale momento in cui dall'intuizione sensibile si giunge alla rappresentazione dello Spirito.

uttavia, Hegel non parla direttamente di morte dell’arte, come invece fa Benedetto Croce, ma di un carattere di «passato dell’arte»; se l’arte fosse connessa ad una facoltà (per esempio la vista), non si potrebbe parlare di una morte dell’arte, cioè di quella facoltà (o quantomeno dell’impossibilità di farne uso). È morta l’arte perché, secondo Hegel, l’estetica non corrisponde ad un gioco di facoltà, ma ad una fase della storia dell’uomo. «La più alta destinazione dell’arte nel complesso è per noi un passato, per noi è trapassata nella rappresentazione, l’idea peculiare dell’arte per noi non possiede più l’immediatezza, che aveva nel suo periodo di massima fioritura»; Hegel intende affermare che l’arte, da intuizione sensibile, è trapassata nella rappresentazione, cioè nella religione: essa non è più adeguata per esprimere lo spirituale e non a causa di una disfunzione tecnica (saremmo in grado di fare sculture forse ancora meglio dei Greci), ma perché ormai abbiamo un rapporto freddo, riflessivo con l’arte, in quanto ci chiediamo cosa significhi, cosa voglia dire (il contenuto è superabbondante rispetto alla forma). Tuttavia, a differenza dell’arte, non si può assolutamente parlare di una morte della religione; in Hegel, il passaggio dall'arte alla religione comporta il passaggio da una forma di religione (Greci→artistica: l’elemento religioso e quello artistico non sono nettamente distinguibili) alla vera Religione (rivelata o assoluta).

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email